May 19, 2012

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la catastrofe di Fukushima

Da scienziati e ricercatori italiani e giapponesi è stato lanciato un appello (disponibile qui) per rompere il muro di silenzio che circonda la catastrofe di Fukushima: si vuol infatti far credere che gli incidenti siano stati di poco conto, che la situazione sia sotto controllo e le conseguenze per la popolazione giapponese minime.

Ma la situazione è purtroppo completamente diversa: in particolare non è stato raggiunto lo “spegnimento a freddo”, non è stata risolta la situazione delle piscine del combustibile esausto e in caso di nuove scosse sismiche di notevole intensità si potrebbe verificare un nuovo gravissimo incidente anche a causa dello stoccaggio addensato delle barre.

Per quanto poi attiene la contaminazione radioattiva, la situazione rimane estremamente preoccupante nella regione Nord Est del paese.

Sono migliaia infatti le persone sradicate per sempre dalla loro terra (comprese quelle trasferite, anche di propria iniziativa, dalla zona inquinata di Fukushima), altrettante quelle che  hanno perduto il lavoro e le prospettive per il futuro e vivono in un’incertezza drammatica.

Purtroppo il governo giapponese minimizza la gravità della contaminazione ed ha alzato la soglia della contaminazione per i bambini, dimostrandosi molto più preoccupato del ritorno ad una apparente normalità che alla salvaguardia della salute dei cittadini.

Inotre il, 5 maggio scorso, anche l’ultimo dei 50 reattori nucleari in esercizio commerciale del Giappone si è fermato per le periodiche revisioni (che quest’anno riguardano anche test e adeguamenti conseguenti agli incidenti di Fukushima) senza che ciò abbia pregiudicato la fornitura di energia elettrica al paese. Si apre ora una partita decisiva perché, a fronte della volontà del governo e dell’industria nucleare di riattivare le centrali quanto prima, si sviluppano forti opposizioni delle popolazioni, che devono poter contare sulla solidarietà di altri “cittadini del mondo”.

Questi problemi infatti non riguardano solo il Giappone, ma l’intera comunità internazionale e pertanto con questo appello si avanzano alle autorità giapponesi 4 precise richieste:  non riattivare i reattori nucleari attualmente fermi, intervenire urgentemente per estrarre e trasferire le barre di combustibile dalle piscine gravemente danneggiate, provvedere immediatamente - anche se tardivamente - all’evacuazione dei bambini dalle zone contaminate, favorire l’istituzione di un’autorità interdisciplinare e internazionale sotto l’egida dell’Onu al fine di risolvere la situazione, data l’incapacità dimostrata dalla Tepco nella gestione dell’incidente di Fukushima.

Non abbiamo bisogno di nucleare, né in Giappone, né in Italia, nè in alcun altro paese del mondo!

May 18, 2012

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edifici pubblici e amianto

Dopo vent’anni dalla messa al bando dell’amianto, nel Lazio, come in gran parte d’Italia, è stato fatto poco o nulla per risolvere il problema; solo il 4,5% del territorio è stato sottoposto a telerilevamento. Non solo: ai questionari del Centro Regionale Amianto inviati a 17 categorie di enti pubblici o aperti al pubblico (ospedali, ambulatori, scuole, teatri, cinema, uffici) ha risposto solo il 5%. Per il momento tuttavia sono stati trovati ben 4mila edifici pubblici o aperti al pubblico con presenza di amianto: circa 700mila tonnellate di coperture in eternit.

“E’ facile desumere che se non verrà favorito il processo di dismissione, proseguendo con questo ritmo, verosimilmente saranno necessari ancora 250 anni per liberarci completamente di tutto il materiale contenente amianto” scrive in una relazione conclusiva il Cra del Lazio. Il documento fotografa lo stato dell’arte in tutta la regione: “Di questo passo ci vorranno centinaia di anni per bonificare tutto il territorio laziale” aggiunge Fulvio Cavariani, direttore del Laboratorio di Igiene Industriale del Cra. Oltre la lentezza disarmante nella mappatura del Lazio, anche le modalità lasciano un po’ a desiderare visto che le autodichiarazioni in risposta ai questionari del Cra non sono vincolanti e in molti edifici non vi sono le conoscenze necessarie per poter stabilire se vi sia presenza o meno di amianto. “Proprio per questo abbiamo da poco fatto una convenzione con l’Inail per fare una verifica approfondita in tutte le scuole del Lazio che sono circa 5mila”, dichiara Cavariani. Mancano ospedali, uffici e quant’altro, ma è già un inizio.

Negli ultimi giorni, peraltro, il tema è tornato drammaticamente d’attualità dopo la storica sentenza del tribunale di Torino dove i proprietari di Eternit sono stati condannati in primo grado a 16 anni (e i giudici hanno precisato nelle motivazioni che conoscevano il pericolo).

“Non è possibile pensare di tutelare la salute dei cittadini in questo modo. La mappatura degli edifici, pubblici e privati, è il primo passo per avviare poi l’eventuale bonifica o dismissione. Se non siamo neanche al 5% la situazione è veramente critica”, spiega Anna Maria Virgili, presidente del Comitato esposti amianto del Lazio che da anni segue e pungola le istituzioni per una bonifica seria e rapida del territorio. Già nella legge 257/1992 si parlava di censimento di edifici e “dal 1998 – spiega Cristiana Avenali, direttrice regionale di Legambiente – il Lazio ha formalmente approvato il piano previsto dalla legge del 1992 secondo cui entro 180 giorni ogni Regione avrebbe dovuto adottare un programma dettagliato per il censimento, la bonifica e lo smaltimento dei materiali contaminati, ma la nostra Regione è ben lontana dall’attuarlo”.

Sono passati decreti ministeriali e delibere regionali che hanno dato indicazioni ma nei fatti non è successo granché. Tra gli atti istituzionali ne salta agli occhi uno della Regione Lazio targata Storace del 3 ottobre 2003. In seguito ad un decreto del ministero dell’Ambiente di 7 mesi prima si invitavano gli enti locali, attraverso gli enti provinciali preposti, !a voler segnalare, entro e non oltre il 25 ottobre 2003, situazioni riguardanti siti in cui sia accertata la necessità di intervento di bonifica da amianto di particolare urgenza”. In pratica, in 20 giorni i Comuni del Lazio dovevano individuare e segnalare al Dipartimento Territorio della Regione gli immobili particolarmente contaminati presenti nel territorio di loro competenza, compilando un questionario pieno di valutazioni specifiche da assolvere per descrivere nei minimi dettagli il sito contaminato scoperto: dalla “grandezza del sito” finanche alla “presenza di cause che creano e/o favoriscono la dispersione di fibre”.

Una richiesta impossibile che rispecchia quantomeno una superficialità diffusa della politica nella risoluzione del problema: amministrazioni di ogni colore politico si sono avvicendate negli anni, da Badaloni fino alla Polverini, passando per Storace e Marrazzo. “Purtroppo tutti questi anni trascorsi quasi invano fanno si che anche i siti in amianto considerati poco pericolosi ora sono vecchi e decadenti quindi più nocivi – prosegue Virgili - L’amianto è stato bandito nel 1992 quindi come minimo il manufatto in questione ha 20 anni se non di più”.

Altro problema fondamentale da risolvere è il metodo di valutazione dei rischi: “Purtroppo nel Lazio ogni Asl stima il grado di pericolosità di un immobile con presenza di amianto con i criteri che preferisce – aggiunge la presidente del Comitato esposti amianto – C’è chi mette al primo punto la vetustà, chi usa algoritmi, chi altri parametri, questo ovviamente non agevola la risoluzione rapida del problema e le relative bonifiche”. A questo bisogna aggiungere il problema delle discariche di amianto: “al momento la maggior parte dei rifiuti dobbiamo portarli all’estero, comunque fuori dalla nostra regione che non è dotata di discariche utilizzabili”. Di contro Legambiente Lazio ha denunciato numerose segnalazioni dei cittadini su discariche abusive, più o meno grandi, di scorie d’amianto disseminate sul territorio.

Numerosi i ritardi ed i problemi da risolvere: “E’ iniziato in Consiglio regionale l’iter per una legge seria sull’amianto – afferma Cavariani - Ci sono tre proposte sul campo, una per nuove discariche attrezzate sul territorio, una sulla riorganizzazione della valutazione dei rischi ed una sulla sostituzione delle coperture in eternit con pannelli fotovoltaici”.

Legambiente Lazio ha anticipato da tempo la Regione: in accordo con la Provincia di Roma ha lanciato il progetto “Roma Provincia Eternit Free” nel settembre 2010, proponendo la sostituzione delle coperture in cemento amianto con tetto fotovoltaico, ammortizzando i costi di bonifica grazie agli incentivi statali ed i risultati, seppur minimi, sono stati raggiunti. E mentre la Regione ancora, dopo 20 anni, dibatte leggi contro l’amianto, nel Lazio si continuano a contare le vittime. Il dipartimento di Epidemiologia del Servizio sanitario regionale ha monitorato i casi di mesotelioma maligno diagnosticati nelle strutture sanitarie del Lazio dal 1° gennaio 2001 al 30 novembre 2011, registrando complessivamente 716 casi.

di Luca Teolato

May 13, 2012

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TAV e salute

Il post che pubblico oggi trae gran parte delle informazioni dal numero 200 della rivista “Medicina Democratica” (MD) di novembre-dicembre 2011, dedicato alla TAV in Val di Susa.

Per quanto riguarda il rischio amianto si distinguono due gruppi principali di sostanze: l’amianto anfibolo e l’amianto serpentino. La distinzione è abbastanza importante perché l’anfibolo presenta fibre fragili, che si spezzano facilmente ma possono essere intessute (le famose coperte antincendio, per esempio); il serpentino, invece, ha fibre più lunghe e più resistenti. La famiglia del serpentino è rappresentata dal crisotilo, mentre dell’anfibolo fanno parte antofillite, actinolite, amosite, crocidolite, tremolite. La sua natura fibrosa è alla base delle proprietà tecnologiche, ma anche delle caratteristiche di rischio essendo essa causa di gravi patologie a carico prevalentemente dell’apparato respiratorio. La pericolosità consiste, infatti, nella capacità che i materiali di amianto hanno di rilasciare fibre potenzialmente inalabili ed anche nella estrema suddivisione a cui tali fibre possono giungere.

La presenza dell’amianto in sé non è necessariamente pericolosa, dipende dal grado di libertà delle fibre. In altre parole un tessuto contenente amianto è molto rischioso; un elemento di Eternit no, ma solo a patto che non si stia sgretolando, rendendo necessaria una bonifica con modalità adeguate. Le malattie principali rappresentate dal rischio amianto sono l’asbestosi, che determina nel tempo un’insufficienza respiratoria gravissima; il mesotelioma pleurico polmonare, un tumore maligno che può colpire le membrane sierose di rivestimento dei polmoni (pleura) e degli organi addominali (peritoneo); il cancro polmonare, che si verifica per esposizioni non specifiche, in cui in cui il rischio amianto è associato all’abitudine al fumo; altre neoplasie; placche pleuriche (si tratta di ispessimenti benigni del tessuto connettivo della pleura, più o meno estesi, talora calcificati).

Come afferma il Dr.Marco Tomalino nell’articolo sui rischi della salute nel numero di MD citato, nello smarino (4,4 milioni di m3 di materiale) prodotto dallo scavo della galleria della linea Lione-Torino, va comunque sottolineata la presenza di rocce potenzialmente contaminate da vene asbestiformi (ofioliti, pietre verdi e serpentiniti) che possono determinare durante le operazioni di scavo e di movimentazione del materiale di risulta una contaminazione ambientale in aria e su superfici di entità non trascurabile. Come è noto non esiste una soglia minima di rischio nell’esposizione ad amianto: anche a distanza di decenni si può sviluppare un mesotelioma.

Del resto il Piemonte è già la regione con il più alto tasso di casi di mesotelioma causati da contaminazione ambientale (13,2%), vale a dire di casi per i quali non è riconosciuto alcun collegamento, diretto o indiretto, con un’esposizione lavorativa, a testimonianza del fatto che qui, più che altrove, il problema di questo tumore è anche legato ad una contaminazione ambientale. Per quanto riguarda il problema della presenza di uranio e radon, nella relazione del Prof. Massimo Zucchetti nella rivista citata viene osservato che le misurazioni effettuate finora, allo scopo di studiare la possibilità di sfruttamento minerario, hanno rilevato una concentrazione di attività nelle rocce che (sebbene assai contenuta) può essere comunque rilevante ai fini radio protezionistici.  L’ambiente dello scavo, chiuso e scarsamente aerato può essere considerato particolarmente pericoloso per gli addetti, se non dovessero essere impiegati delle precauzioni adeguate. (Per un migliore approfondimento si rimanda alla relazione del Prof. Zucchetti al n.200 della rivista di Medicina Democratica, per il trattamento particolarmente esaustivo dell’argomento).

Il rischio ambientale è rappresentato dall’inquinamento da polveri sottili e particolato (PM10 e PM2,5). Gran parte della popolazione in questo caso è esposta a tale rischio generato durante la fase di costruzione dall’emissione dei motori a combustione. Si possono determinare le condizioni per l’insorgenza di patologie respiratorie (asma, bronchiti) e cardiocircolatorie (crisi anginose, infarti, ictus), patologie quindi anche letali e di grande prevalenza nella popolazione. L’altro importante inquinante atmosferico preso in considerazione è rappresentato dal gruppo degli ossidi di azoto, in particolare il biossido di azoto (NO2). L’inalazione provoca patologie respiratorie, asma, riacutizzazioni di bronchiti croniche.

Mi auguro che il presente post abbia suggerito degli argomenti da approfondire.

May 11, 2012

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Alta Velocità Torino-Lione

Sul Progetto “Alta Velocità” Torino-Lione (uso le virgolette, perché vedremo che è una definizione impropria), il Governo ha recentemente emesso un documento in risposta a quello diffuso dai tecnici della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone (CMVSS).

Pare quindi che, obtorto collo, il Governo stia entrando nell’ottica di considerare le tantissime obiezioni che da anni vengono sollevate. Non ancora del tutto, però, dato che gli inviti all’importante Convegno svoltosi al Politecnico di Torino su “TAV Torino-Lione. Quali opportunità e criticità?” ad esponenti del Governo sono andati deserti, salvo poi lamentarsi da parte di questi ultimi che il Convegno risultasse “sbilanciato”. Le molte presentazioni e video degli interventi sono tutte disponibili sul sito.

La CMVSS considera il documento del Governo estremamente debole e discutibile, e sta approntando una risposta che non sia “Punto per punto”, ma che ne metta in evidenza i vizi di fondo. Qui mi limiterò a far leggere alcune risposte ad alcune domande, quelle che più mi competono, aggiungendo dei commenti che forse sono superflui dato che le risposte si commentano da sole.

Dice la CMVSS sulle emissioni di CO2:

Nel documento governativo si afferma che «in base ad uno studio specifico sul “bilancio carbonio” del progetto a vita intera si stima che a regime la riduzione annuale di emissioni di gas serra sia pari a 3 milioni di Teq Co2 (…)». Si rileva immediatamente che in base all’affermazione del governo una riduzione di 3 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 nella sola tratta Torino-Lione corrisponderebbe mediamente al risparmio pari a circa lo 0.6% dei consumi italiani di energia. Tale risparmio (…) appare difficilmente credibile.”

Il Governo risponde:

I tre milioni di tonnellate equivalenti di CO2 non riguardano la sola tratta Torino-Lione, ma rappresentano l’insieme dei benefici prodotti complessivamente sulle direttrici Origine/destinazione interessate dal progetto. La quantità viene raggiunta con l’ultimo orizzonte di previsione di traffico, intorno al 2055.”

Commento dello scrivente: Ah, ecco: tutta la supposta “tratta-fantasma” (Kiev?-Lisbona?) e nel 2055.

Dice la CMVSS sull’analisi del ciclo di vita:

D’altra parte, i documenti dell’Unione Europea che propongono una riduzione delle emissioni climalteranti grazie a modalità di trasporto ferroviario passeggeri ad alta velocità [10-1, 10-3] non includono mai nelle loro stime l’energia e le materie prime spese per la realizzazione dell’infrastruttura (…). Stando alla letteratura scientifica basata su Analisi del Ciclo di Vita delle infrastrutture (LCA), questa energia indiretta può essere (per unità di servizio reso) anche molto superiore all’energia diretta di esercizio, e dunque va inclusa nei calcoli in maniera trasparente, come mostrato dalle analisi sulla tratta AV Milano-Napoli [10-4, 10-5] e dagli studi dell’Università della California che evidenziano come per la modalità ferroviaria la quota di emissioni ed energia indiretta possa contribuire per un 155% aggiuntivo all’energia di esercizio [10-6]. Anche il rapporto dello Swedish National Road and Transport Research Institute [10- 7] e il lavoro del Royal Institute of Technology di Stoccolma [10-8] concludono che le infrastrutture ad alta velocità non sono energeticamente e ambientalmente più convenienti rispetto ad altre modalità, soprattutto allorché comportano la costruzione di lunghi tratti in galleria.”

[10-1] – [10-8] sono tutte referenze a documenti dell’Unione Europea, oppure a riviste e studi internazionali del settore, reperibili nel documento originario

Il Governo risponde:

1) La tratta Torino-Lione non è ad alta velocità, quindi non è paragonabile alla Milano-Napoli

2) Sull’applicazione dei modelli di analisi LCA vi sono dubbi, come ad esempio sostiene il dott. Filippo Zuliani nel suo blog: http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/07/01/i-numeri-della-tav

Commento dello scrivente: Ah ecco, non è un’alta velocità. Occorrerebbe però citare qualche referenza scientifica, in un documento Governativo, in contrapposizione a 8 riferimenti scientifici, e non quanto un singolo, pur magari persona degnissima, scrive sul suo blog. Se no, la prossima volta, passiamo direttamente ai post di Facebook. 

Dice la CMVSS sui danni ambientali:

Affermazioni categoriche quali quelle contenute nel documento governativo sul fatto che «il progetto non genera danni ambientali diretti e indiretti» e che «l’impatto sociale sarebbe assolutamente sostenibile» si commenterebbero da sole, se non fosse che le risposte oltre ad essere surreali dal punto di vista tecnico sono molto scorrette”

Risponde il Governo:

Si ribadisce che il progetto non genera danni ambientali diretti e indiretti. Il danno ambientale è infatti “qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge, che comprometta l’ambiente, ad esso arrecante un danno alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo tutto o in parte”. La CMVSS ha commesso l’errore di non capire la differenza fra impatto ambientale e danno ambientale.

Commento dello scrivente: No comment.

Dice la CMVSS sull’amianto:

Nel documento governativo e nel progetto preliminare della tratta italo-francese elaborato da LTF il problema dell’amianto è stato minimizzato: si ammette «la presenza di amianto solo per i primi 400/500 metri. (…) Per lo scavo del tunnel si definisce come “tenore molto basso” un tenore sotto il 5% delle rocce potenzialmente riscontrabili durante lo scavo, mentre il limite di legge parla di 0.1%. Si ricorda che l’impiego dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992. La legge è chiara al riguardo (…)”

Risponde il Governo:

Il problema amianto non è stato trascurato. (….) Per la protezione dell’ambiente di lavoro saranno attuate procedure speciali con barriere di acqua nebulizzata, sistemi di decontaminazione dei mezzi, ambiente di lavoro confinato, filtraggio assoluto aria ed acque reflue, inertizzazione del marino e sua gestione come “rifiuto pericoloso”, deposito sotterraneo (es. galleria di Cesana) o confinamento in contenitori sigillati e invio in discarica speciale o impianto di trattamento. Per la propria protezione il personale addetto dovrà indossare tute e maschere speciali.
Per quanto riguarda il riferimento alla legge, essa parla dell’amianto in quanto materia prima per produzione e commercio e non di quello che si estrae durante la realizzazione di scavi e gallerie.”

Commento dello scrivente: Appare che il problema amianto, dalle precauzioni che il progetto prevede, possa definirsi, appunto, un grossissimo problema. Sulla distinzione formale a livello legislativo fra amianto che si estrae per commerciarlo e amianto che si estrae per scavare gallerie: no comment.

Una risposta articolata verrà diffusa, come detto, fra breve. Alcuni tecnici del nostro gruppo però, di fronte al tenore di questi documenti, sarebbero dell’opinione che forse i documenti governativi stessi siano la miglior critica possibile alla realizzazione dell’opera.

May 10, 2012

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disastro ambientale Napoli e Caserta

A due anni dai 22 arresti nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere che ipotizzava il reato di disastro ambientale, i Regi Lagni, che attraversano un bacino di circa 1095 chilometri quadrati estesi tra le province di Napoli e Caserta, permangono nelle condizioni che vedete. Come se il tempo e i provvedimenti giudiziari fossero trascorsi invano.

Dalle immagini risalenti a poche settimane fa è evidente che nei Regi Lagni proseguono le discariche. La rete di canali idrici costruita dai Borboni per convogliare acque piovane e sorgive nel litorale casertano, sfociando a Castelvolturno, è diventata ormai una sorta di fogna a cielo aperto. Ridotta così dal malfunzionamento dei tre depuratori che ci insistono di Napoli nord, Castelvolturno e Nola Acerra, e dalla prassi criminale dei conducenti di decine di camion che nella notte vengono a gettarci ingombranti, risulta di lavori edili, sacchi neri pieni di sostanze inquinanti, copertoni usati e plastiche industriali.

Le foto che ritraggono le carcasse di auto a mollo sono state scattate nel tratto compreso tra Caivano (Napoli) e Orta d’Atella (Caserta). Le altre immagini ritraggono tratti dei canaloni nell’area di Nola, dove inquieta l’immissione diretta nei Regi Lagni di acque scure, non pretrattate. Che finiscono direttamente in mare, avvelenando le coste del casertano.

Le società che gestiscono i depuratori – a cominciare da Hydrogest – sono da tempo sollecitate ad ammodernare gli impianti. Ma non hanno risorse sufficienti. Anche perché avanzano crediti enormi dalla Regione Campania.

Le indagini di due anni fecero emergere una circostanza inquietante: le acque che uscivano dai depuratori erano di qualità peggiore di quelle che entravano per essere trattate. Di qui il sequestro degli impianti, alcuni tuttora gestiti da un commissario giudiziario.

Anche in un passato più lontano i Regi Lagni furono oggetto di attenzioni della magistratura. I lavori di riparazione dei corpi idrici, hanno prodotto inchieste e arresti fino dai primi anni ’90. Fu uno dei filoni più importanti e delicati della Tangentopoli napoletana.

Tra sprechi e malversazioni, i Regi Lagni continuano a essere uno scandalo tutto campano. Nel silenzio della politica, con poche eccezioni, tra cui il consigliere regionale Idv Nicola Marrazzo, che sta lavorando a un’iniziativa legislativa per reperire le risorse necessarie al recupero ambientale di un canalone devastato.

di Vincenzo Iurillo e Andrea Postiglione

May 9, 2012

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cambiamenti climatici

Politica, media e università. Sono queste le strade maestre per determinare se i cambiamenti climatici siano un tema meritevole di interesse per il grande pubblico e verificare quanto e come l’opinione pubblica venga a conoscenza di questo complesso argomento.

di Federica Gasbarro

Le campagne elettorali puntano nuovi riflettori sul climate change. Obama è tornato a parlare della transizione verso una clean energy economy. Il neo presidente francese François Hollande ha messo in agenda la creazione di un fondo d’investimento per le rinnovabili e lo sviluppo della filiera produttiva fotovoltaica francese ed europea. In Italia, dove di elezioni si parla ancora poco e sottovoce, il Ministro Clini sta tentando di colmare il profondo vuoto lasciato dai precedenti governi in tema di cambiamenti climatici ed energia rinnovabile. La sua azione, però, non sembra ricevere eco né dai colleghi dell’esecutivo né dai partiti.

Politica a parte, dicono gli studiosi, per produrre un reale cambiamento di pensiero nel sistema sociale, economico e produttivo è cruciale il ruolo di stampa e università. Soprattutto le business school, scrive Genevieve Patenaude, che formano i futuri dirigenti delle aziende che oggi, in alcuni casi, emettono tanti gas a effetto serra quanti ne emettono Usa o Ue. Eppure lo studio del climate change e delle responsabilità aziendali fatica a entrare nelle pur rinomate scuole per futuri manager.

La stampa di casa nostra è stata invece osservata da Federico Pasquaré e Paolo Oppizzi che, da un’analisi di 1253 articoli pubblicati tra il 2007 e il 2010 su La Repubblica e il Corriere della Sera, mettono in evidenza come i due maggiori quotidiani italiani contribuiscano a creare una forte dicotomia tra la drammatizzazione e la minimizzazione del problema. La rappresentazione del dibattito sui cambiamenti climatici risulta così affetta da una specie di sindrome degli opposti in cui la posizione degli scettici risulta decisamente sovradimensionata (è il caso del Corriere, dicono gli autori) rispetto all’ampio consenso della comunità scientifica internazionale sul contributo dell’azione umana ai cambiamenti climatici. Dalla ricerca emerge una serie di distorsioni nel modo di trattare i cambiamenti climatici da parte dei due quotidiani (un tema che i giornali legano esclusivamente alla politica globale senza considerare l’importanza di poter affrontare il problema con l’azione diretta senza aspettare un accordo internazionale) che possono influire sulla rilevanza e la consapevolezza dell’opinione pubblica.

Certo, giornali e giornalisti hanno le loro regole e il ritmo del lavoro a volte può essere impietoso, ma forse, se si parla di cambiamenti climatici, vale la pena di approfondire le questioni scientifiche e le sfide internazionali che riguardano questo complesso e rilevante argomento. Italian Climate Network prova a fare la sua parte organizzando, insieme all’Ordine dei Giornalisti di Milano un momento di formazione aperto a tutti i giornalisti dell’Ordine il prossimo 10 maggio al Circolo della Stampa di Milano (info).

May 8, 2012

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campagna pro-vivisezione

Meglio che muoia un ratto o una bambina? A chiederlo è una provocatoria campagna pubblicitaria made in Usa: una trovata della Foundation for Biomedical Research (Fbr), organizzazione internazionale nata per mostrare i benefici della vivisezione e della ricerca sugli animali. Con centinaia di cartelloni affissi in città come Los Angeles, Seattle o Chicago, ResearchSaves™, campagna multi-milionaria finanziata dalle più importanti istituzioni accademiche e dai principali gruppi farmaceutici d’Oltreoceano, sta scioccando e dividendo l’America. Ed è già pronta a sbarcare in Italia, con il progetto RicercaSalva.

È tempo di “prendere in considerazione un importante dilemma etico che dobbiamo affrontare come società”, scrive Frankie Trull, presidente e fondatrice di Fbr: “Preferiamo dire basta alla ricerca sugli animali o avere nuove cure mediche e terapie disperatamente attese da tante persone?”. “Senza la ricerca sugli animali, specialmente roditori, non avremo le cure per molte malattie attualmente incurabili, che affliggono ancora oggi i bambini – puntualizza Trull – tra cui leucemia, diabete, paralisi, autismo, distrofia muscolare e malaria”.

Nata a Washington nel 1981, la Fondazione per la Ricerca Biomedica è la più longeva ed importante organizzazione statunitense dedicata “al miglioramento della salute umana e veterinaria”. Il suo obiettivo è quello di “istruire” l’opinione pubblica sulla bontà di questo tipo di ricerca, oltre che promuovere e supportare “responsabili” sperimentazioni animali.

Ma il suo impegno non si limita a questo. Da quindici anni, infatti, Fbr tiene costantemente sotto controllo “le attività degli attivisti animalisti”, e con l’Illegal incidents report fornisce ogni dettaglio sulle loro infrazioni alla legge. Un monitoraggio continuo che rivela i reati commessi dai suoi oppositori antispecisti: dall’ingresso abusivo negli uffici di Morgan Stanley per distribuire opuscoli, alla rottura delle finestre di banche che sostengono la Fondazione stessa, fino alle scritte di slogan sui muri dei laboratori.

Una necessità, secondo la responsabile dell’ufficio stampa di Fbr, Liz Hodge, per cui il feedback ricevuto dalla campagna pubblicitaria ResearchSaves™ è decisamente positivo. “Molte persone qui non sentono l’argomento nel suo insieme”, rivela Hodge ad Abc News: “Noi stiamo offrendo la possibilità di sentire l’altra campana, e questo alla gente piace”.

Che piaccia o meno, i manifesti pro-vivisezione resteranno sui muri delle 5 città statunitensi prescelte ancora per alcuni giorni. Ma presto tappezzeranno anche l’Italia, con un topo che sussurra a una bambina: “Un giorno ti potrei salvare la vita”. Il poster rimanderà al sito RicercaSalva, già attivo ma ancora in costruzione, che oltre a promettere dei concorsi per delle borse di studio, preannuncia (in un italiano stentato): “Stiamo lavorando insieme a voi per fare un impatto positivo su tutto il mondo, in piu di 30 paesi, e nella tua communità”.

Le associazioni anti-vivisezione, intanto, si preparano ad una contro-campagna cartellonistica, anche se vedono come un fatto positivo lo sforzo mediatico di Fbr. “Fino ad ora [i vivisettori] non hanno avuto bisogno di pubblicizzarsi; la maggior parte delle persone sono sempre state dalla loro parte ‘automaticamente’”, fanno presente da NoVivisezione.org: “Ora invece anche loro sono costretti a fare campagne sul tema”. “Come al solito”, però, “l’unica cosa che sanno fare è far leva sull’emotività superficiale delle persone, col solito ricatto morale topo-bambino”.

In effetti “gli ingredienti per una vivace scossa emotiva ci sono tutti”, fa notare l’animalista Alessandra Colla: “Il bambino, ovvero l’affetto più caro, e l’odioso topo (il Rattus rattus portatore della peste nera), incubo di quasi ogni donna e ogni madre”. E ribadisce: “Se pensano di dover uscire allo scoperto è perché si sentono minacciati, e cercano di controbattere alle serie e numerose accuse portate contro le loro pratiche antiquate, proponendo un messaggio debole e vecchio”.

 

 

May 7, 2012

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Referendum caccia

Questo vuole essere solo un’appendice a quanto comunicato dall’amico Belletti all’interno del mio ultimo post. Adesso vi prego, confrontate quanto detto da Belletti con quanto comunicato alla stampa dal capogruppo PDL in Regione, Luca Pedrale, che riporto di seguito. Io non commento. Sono senza parole.

Voglio solo annunciare che lo scippo perpetrato avrà come conseguenza che gli sforzi in ogni direzione del comitato referendario saranno moltiplicati. Non ci prenderanno certo per stanchezza, poveri illusi!

Comunicato Stampa

CACCIA,  PEDRALE (PDL): “ CONCILIATE LE ESIGENZE TRA CHI E’ A FAVORE E CHI E’ CONTRARIO ALLA CACCIA, FACENDO RISPARMIARE ALLA REGIONE RISORSE PER 22 MILIONI DI EURO”

“Abbiamo cercato di conciliare esigenze tra chi è a favore e chi è contrario alla caccia, portando avanti un ordine del giorno che noi riteniamo equilibrato e che offre garanzie politiche. Chi già annuncia ricorsi amministrativi lo fa perché non accetta il confronto ma cerca la battaglia politica”.

Con queste parole il presidente del Gruppo consiliare regionale del Pdl Luca Pedrale è intervenuto, nell’Aula di Palazzo Lascaris, durante il dibattito sulla caccia, che si è concluso con il voto favorevole all’abrogazione della legge regionale attualmente in vigore, e quindi evitando la consultazione referendaria programmata per il 3 giugno.

“Siamo finalmente arrivati – ha spiegato Pedrale – al termine di una vicenda tormentata, che si è trascinata per troppo tempo.  La stragrande maggioranza dei piemontesi non riesce a capire perché si dovrebbe procedere con un referendum che quasi certamente non raggiungerà il quorum e che comunque avrà un costo, per la comunità piemontese, di 22 milioni di euro: uno spreco di risorse che, in un momento difficile quale quello attuale, ferisce e colpisce”.

“Parte di opinione pubblica vicino a noi – ha proseguito Pedrale – è molto favorevole alla caccia. Noi abbiano però preferito, con senso di responsabilità, perdere  qualche voto ma andare incontro alle esigenze dei referendari. In questo modo, evitando il referendum, il Gruppo consiliare regionale del Pdl  ha già chiesto che le risorse risparmiate vengano destinate agli anziani non autosufficienti, ai disabili e ai malati di Alzheimer”.

Torino, 3 maggio 2012

May 5, 2012

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Il crimine della vivisezione

La coscienza di un destino comune e di una solidarietà tra le specie viventi costituisce un’acquisizione spirituale importante di molte civiltà,  dall’induismo al buddhismo, al pensiero religioso dei nativi americani al cristianesimo di San Francesco. Oggi molte di queste filosofie tornano di attualità di fronte ai danni arrecati all’ambiente dallo sviluppo capitalistico.

E’ stata quindi elaborata e proclamata presso l’UNESCO il 15 ottobre 1978  una Dichiarazione universale dei diritti degli animali, della quale vale la pena riprodurre l’art. 2, che afferma quanto segue: “a) Ogni animale ha diritto al rispetto; b) l’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali; c) ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo”.

E l’art. 3: “a) Nessun animale dovrà essere sottoposto a maltrattamenti e ad atti crudeli; b) se la soppressione di un animale è necessaria, deve essere istantanea, senza dolore, nè angoscia”.

Viene ovviamente in considerazione la pratica della vivisezione, della quale è stata fortemente contestata, oltre che la crudeltà, la stessa utilità scientifica.

Si aprono con ciò complesse problematiche scientifiche ed etiche che non possono certo essere trattate nel breve spazio di un blog.

Quello che è certo è che la liberazione di molti cuccioli di beagle destinati ad un’orrenda morte per sperimentare prodotti cosmetici, avvenuta la scorsa settimana a Green Hill, suscita simpatia e solidarietà. Le imprese che effettuano tali esperimenti sono del resto in determinati casi le stesse che si sono rese colpevoli di gravi attentati alla salute umana, dal talidomide all’aspartame. E ciò non stupisce, la logica infatti è sempre la stessa: ottenere profitto economico a qualsiasi costo.

Deludente l’azione svolta in materia dai legislatori europei e nazionali. La direttiva europea adottata nel 2010 costituisce certamente un’occasione mancata per limitare davvero il ricorso alla vivisezione. In questo come molti altri casi le lobbies sono risultate determinanti. Ma non è certo venuta meno la necessità di porre fine a certe pratiche crudeli.

Occorre perciò augurarsi che i giovani che hanno liberato i cuccioli siano assolti per aver agito in stato di necessità, concetto che l’art. 54 del nostro codice penale definisce nei termini seguenti: “Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo“. Occorrerebbe certo un’interpretazione estensiva del termine “persona”, operazione peraltro non vietata trattandosi di esimente penale. Certo si tratterebbe di sentenza di rilievo davvero storico…

Bisogna altresì operare affinché vengano chiusi i luoghi di tortura nei confronti degli animali, eliminando la vivisezione e gli altri maltrattamenti, a partire da quelli finalizzati a prodotti voluttuari (cosmetici, pellicce, ecc.).

Un’altra cosa da fare è poi senz’altro il boicottaggio delle aziende alimentari, farmaceutiche, chimiche ecc. che si avvalgono della vivisezione.

In conclusione, è possibile oggi immaginare un modello di sviluppo che, oltre che dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, possa e debba prescindere da violenze e torture nei confronti degli animali, a partire da quelli, come i cani, con i quali condividiamo oramai da vari millenni un percorso comune. Una sfida di civiltà da affrontare e vincere, in nome della superiore umanità che deriva dalla considerazione dei legami fra esseri umani ed altre specie animali.

May 4, 2012

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Rinnovabili: la lezione giapponese

Il Giappone sta per varare un nuovo e molto generoso sistema di sostegno alle rinnovabili con l’obiettivo di uscire definitivamente dal nucleare e di lasciarsi alle spalle la generazione centralizzata con le fonti fossili (la nuova tariffa feed-in prevede 21 centesimi/KWh per l’eolico e ben 39 per il fotovoltaico!). L’incentivo di avvio di questa autentica rivoluzione nipponica è molto più elevato di quello attaccato e demonizzato dai detrattori nostrani delle rinnovabili. Inoltre, fa giustizia di una campagna nazionale per ostacolare la scelta dei cittadini confermata dal referendum e dall’installazione di un’imprevista ma consapevole potenza fotovoltaica sui loro tetti.

Dopo il disastro di Fukushima, la dolorosa pedagogia della catastrofe ha imposto un cambio di rotta radicale. Il Giappone ha scelto di uscire dalla tragedia guardando in avanti. Il governo ha chiuso per manutenzione il penultimo reattore nucleare ancora attivo nel paese, mantenendo così, per ragioni di sicurezza, un solo reattore nucleare attivo dei 54 presenti sul suo territorio. Ha poi annunciato che emanerà nei prossimi mesi una legge che imporrà comunque la chiusura dei reattori nucleari dopo quarant’anni di vita. La novità senz’altro più rilevante sta nella scelta alternativa, sostitutiva del modello corrente, che punta sui quattro elementi naturali e su un modello decentrato di produzione e di consumo di energia. Ora tutti gli osservatori guardano al Giappone come nuova frontiera delle rinnovabili e si aspettano un boom di installazioni per l’anno in corso.

L’Italia, che per fortuna non ha vissuto disastri nucleari, anche grazie alla saggezza popolare che per ben due volte ha votato contro la proliferazione dell’atomo, alla tragedia preferisce la farsa. Dopo una straordinaria crescita di fotovoltaico ed eolico, il governo Monti sceglie un tuffo nel passato, ostacolando la diffusione delle rinnovabili sotto l’egida dei padroni del vapore.

La vicenda del V Conto Energia è stato un capolavoro mediatico.
In un primo tempo iniziano a girare bozze molto drastiche di ridimensiomento degli incentivi, accompagnate dalla parole del ministro Passera, intento a resuscitare l’industria fossile nazionale fino a portarla a soddisfare il 20% del fabbisogno energetico, e dai maggiori quotidiani che attribuiscono i rincari nelle bollette ad un eccessivo e ingiustificato sostegno al fotovoltaico. Dopo qualche giorno viene inscenata la diatriba tra Clini e Passera, dove il primo si erge a difensore delle rinnovabili ed il secondo si dichiara disposto ad ascoltare sul tema dell’efficienza energetica. Infine, sono rese pubbliche le bozze ufficiali del nuovo Conto Energia, un insieme di norme da azzeccagarbugli che sembrano un po’ meno drastiche dell’annunciato, ma che avranno l’effetto di congelare la diffusione del fotovoltaico e la sostituzione delle coperture in Eternit con pannelli solari.
La strategia “ammazza rinnovabili” non si trova solo nei complessi marchingegni di (dis)incentivazione elaborati, fatti di registri, tetti di spesa, mancate premialità e tanta burocrazia. Il problema vero sono le scelte strategiche di politica energetica e industriale, che vanno da tutt’altra parte. “Non tutti sanno che l’Italia ha ingenti riserve di gas e petrolio e che una parte importante di queste riserve è attivabile in tempi rapidi consentendo di soddisfare potenzialmente circa il 20% dei consumi dal 10% attuale”, ha detto il ministro Passera alla Commissione industria del Senato. E ancora: “bisogna muoversi decisamente in questa direzione che potrebbe consentire di attivare 15 miliardi di euro di investimenti, con 25mila posti di lavoro stabili e addizionali”. Senza dire, ovviamente, quanti maggiori investimenti e occupazione verrebbero dalla sostituzione con fonti rinnovabili.

Muoversi decisamente in questa direzione significa abbandonare di fatto le altre e soprattutto adottare una posizione revisionistica sul cambiamento climatico, che certamente ad oggi non sembra un problema al centro del dibattito pubblico imposto da questo governo. Il governo Berlusconi era completamente estraneo a qualsiasi idea di rivoluzione energetica, aveva scelto la strada del nucleare propagandando una sua complementarietà con le rinnovabili, non credeva nei progetti di politica industriale e negli investimenti sull’high-tech. Il governo Monti non si pone in modo discontinuo, sostituendo al mantra del nucleare quello delle trivelle nazionali e della nostra penisola come hub del gas in Europa.

A cura di Mario Agostinelli e Giovanni Carrosio

May 3, 2012

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Produrre energia pulita risparmiando

In questi giorni il dibattito sul futuro energetico dell’Italia è particolarmente acceso, con la discussione sul decreto rinnovabili, con cui il governo vuole cambiare le regole per il settore dell’energia pulita in Italia.

Credo sia importante ascoltare le riflessioni di tutti gli attori coinvolti e farli partecipare all’evoluzione di un settore che è fondamentale non solo perché crea posti di lavoro, ma soprattutto perché disegna un nuovo scenario per lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente e della nostra salute.

Si tratta di un settore strategico: per ogni euro di incentivi si hanno 3 euro di benefici, secondo quanto stimato da Agostino Re Rebaudengo, presidente di Aper, l’associazione che riunisce i produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Alla Provincia di Roma siamo impegnati in prima linea a sostegno delle rinnovabili. Fra i tanti progetti realizzati uno mi sta particolarmente a cuore. Stiamo lavorando perché dall’anno prossimo tutte le scuole della Provincia siano dotate di impianti fotovoltaici (ad eccezione di quelle per cui la Soprintendenza ha posto un veto per ragioni di carattere storico-artistico). E’ stato portato avanti in project financing, cioè contando sul sostegno delle imprese, in modo da minimizzare i costi per la pubblica amministrazione. 

Il progetto permetterà di risparmiare risorse pubbliche che possono essere impiegate in altri progetti e allo stesso tempo di produrre energia in modo pulito.

Il nostro impegno per il solare deriva da una considerazione: in tempi di crisi non basta il rigore, non si può pensare solo a ridurre la quantità della spesa pubblica, servono politiche innovative che permettano di migliorare la qualità della spesa e di avere un effetto positivo sull’ambiente.

E’ un tema quanto mai attuale, proprio nel momento in cui il governo affronta il tema della spending review, cioè della razionalizzazione e il contenimento della spesa pubblica.

E si tratta di un esempio che credo potrebbe essere esteso. Pensiamo a quanto ampie sono le superfici dei tetti di proprietà dello Stato: scuole, Comuni, caserme, solo per fare qualche esempio. Quanta energia potremmo produrre se installassimo pannelli fotovoltaici su tutti i tetti degli edifici pubblici. E quanti ettari di terra attualmente utilizzati a questo scopo potremmo risparmiare?

Anche perché investire sulle rinnovabili ha un effetto positivo sull’occupazione e sull’economia. Non a caso il presidente degli Stati Uniti Obama, proprio in un momento di crisi, sta avviando un piano per passare dall’attuale 40% di energia prodotta da fonti pulite all’80% entro il 2035.

Cambiare fonti di energia non sarà sufficiente: per rendere sostenibile la vita sul pianeta sarà necessario rivedere tutto il modello di produzione e consumo su cui si fonda la nostra società.

Non si può pensare che per consumare 400 grammi di insalata sia necessario imballarla in un contenitore di plastica e trasportarla per migliaia di chilometri su gomma. Tutto il nostro modello di consumo dovrà cambiare, prima o poi. Ma questa è un’altra storia, ne parleremo in una prossima occasione.

May 2, 2012

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Roma: i “Punti verdi”

Uno scandalo bipartisan, con amministrazioni di destra e di sinistra che – avvicendate al Comune di Roma dal 1995 ad oggi – hanno avallato un accordo a dir poco sbilanciato. Si tratta dei cosiddetti “Punti verde qualità”, concessioni gratuite del Campidoglio ad imprese private di immense aree verdi per 33 anni, per la progettazione e realizzazione di attività commerciali in cambio della manutenzione ordinaria e straordinaria del sito: 600 milioni di euro di fideiussioni firmate dal Comune per i lavori da realizzare da parte delle imprese concessionarie, il 95% dell’importo complessivo necessario alla costruzione di ogni singolo “Punto”. L’esito del progetto iniziato 17 anni fa è una fotografia che dice quasi tutto: meno di uno su tre è stato completato ed è funzionante. Gli altri oltre 40 “punti verdi” sono in via di realizzazione, di progettazione, di ricollocazione e via andando.

Una storia quasi ventennale, iniziata con l’amministrazione Rutelli. L’elenco delle delibere di Consiglio e Giunta comunale su questa vicenda è lungo: già nel 1999 la Giunta aveva deliberato il rilascio di fideiussioni alle banche per i finanziamenti che negli anni 1999-2006 sono stati poi erogati ai concessionari dei “Pvq”, per un importo complessivo pari a circa 206 milioni di euro.

Nel 2006 – ancora amministrazione di centrosinistra – il Consiglio comunale ha approvato, con un solo voto contrario, due delibere che prevedono l’impegno a garantire la concessione di mutui da parte delle banche per 180 milioni di euro. Nel 2009, durante l’amministrazione Alemanno, il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità un’altra delibera che prevede di incrementare di altri 220 milioni di euro il valore complessivo del plafond dei finanziamenti assistibili da garanzia fideiussoria comunale. Nel mezzo, per completare “l’opera”, una serie di delibere varie che hanno facilitato l’accesso ai finanziamenti, facendo saltare alcuni vincoli. Circa 1000 miliardi di vecchie lire a disposizione delle imprese private che al netto di queste fideiussioni, dovrebbe chiudere quest’anno con un passivo molto rilevante.

“Terreno fertile per affaristi senza scrupoli e criminalità, una torta troppo appetibile per non far rizzare le antenne agli speculatori ed ai faccendieri”, dichiara Federico Siracusa, Italia dei Valori, vicepresidente del XII Municipio di Roma, che denuncia da tempo il regalo della politica a palazzinari e costruttori, mettendo sul piatto i soldi dei cittadini. E la storia purtroppo sembra intraprendere proprio questa via, con inchieste che si stanno allargando a macchia d’olio, lavori bloccati dalla magistratura, perquisizioni ed arresti: gli architetti del Comune Stefano Volpe e Maria Parisi e gli imprenditori Massimo Dolce e Marco Bernardini che avrebbero ottenuto la gestione delle aree pagando tangenti ai funzionari del Campidoglio (truffa pluriaggravata, corruzione, falso e false fatturazioni le accuse).

I parchi sotto inchiesta sono 19, ma – come ha scritto il gip Bernadette Nicotra nel provvedimento cautelare – quanto emerso finora “è la punta dell’iceberg di un fenomeno più esteso di molteplici episodi di truffa e di corruzione”. I Punti verde qualità attualmente funzionanti sono 17, mentre 9 sono in via di realizzazione, 16 in fase di progettazione e 20 risultano bloccati in attesa di una loro eventuale ricollocazione. Un affare colossale che si sta rivelando un boomerang che rischia di portare il Comune alla bancarotta. “Stiamo parlando di aree pubbliche grandi almeno quanto villa Ada, villa Borghese e villa Doria Pamphili messe insieme, cioè oltre 400 ettari – spiega Siracusa – Nel 2011 il Campidoglio, quindi i romani, ha già dovuto sborsare 11 milioni di euro per mutui inevasi. Purtroppo probabilmente non saranno gli unici”.

Abbiamo cercato di capire quanti soldi ancora dovranno sborsare i cittadini per appianare i debiti contratti dalle imprese concessionarie dei Pvq, ma le due banche individuate per la concessione dei mutui (con tassi d’interesse che oscillano dallo 0,5 all’1,10 per cento) si sono limitate ad un “no comment”. Sono il Credito Cooperativo – mutui per 362 milioni di euro – ed il Credito Sportivo – 245 milioni di euro.

Al di là delle inchieste giudiziarie il risultato per i Punti verde qualità sembra essere vicino al fallimento. Al netto dei cantieri bloccati anche per i progetti realizzati non sono state rispettate quelle contropartite minime in termini di manutenzione dell’area verde circostante.Numerosi gli esposti dei cittadini in merito a clausole di vario genere non onorate dalle imprese concessionarie, come nel “Pvq” Stardust Village del Torrino, quartiere della periferia ovest di Roma. “Il parco giochi era rimasto chiuso per almeno due anni, ha riaperto solo a seguito di una mia denuncia – dichiara Siracusa – e comunque ancora molte clausole sono rimaste inevase. Il laghetto ha una scarsa manutenzione ed è pieno di schiuma, la ludoteca che sarebbe dovuta essere gratuita e fruibile da tutti è a pagamento, il parco giochi non ha il tappeto antitrauma ed il manto erboso è sparito”.

Idem per le opere in via di realizzazione che difficilmente rispetteranno i termini stabiliti per la conclusione dei lavori. A tal proposito non si può non parlare del Punto verde qualità “La città del Rugby” di Spinaceto, nato con una delibera del Consiglio comunale approvata all’unanimità nel 2004, senza predisporre alcun bando pubblico, procedendo con un’assegnazione ad personam, circa 33 milioni di euro l’importo per un’opera mastodontica che dovrebbe terminare fra 3 mesi, termine che quasi sicuramente non verrà rispettato. Il rischio, insomma, è che oltre il danno economico i cittadini romani si troveranno delle “cattedrali nel deserto” nei parchi della capitale. 

Quanto al rugby, peraltro, è singolare il fatto che il delegato alle politiche sportive per il Campidoglio Alessandro Cochi aveva esultato con alcuni manifesti con i quali ha tappezzato Roma: “Con Alemanno il Rugby resta all’Eur, riapre il Tre Fontane”. Forse era all’oscuro del fatto che nel frattempo si stava costruendo un impianto sportivo da tutt’altra parte. Problemi di comunicazione nell’amministrazione capitolina, probabilmente, che abbiamo cercato di chiarire con il vicesindaco Sveva Belviso, che tra l’altro si sarebbe interessata personalmente, stando all’inchiesta, presso il Credito Cooperativo per sbloccare dei fondi per i due imprenditori ora in carcere. Anche il vicesindaco si è celata dietro un “no comment”, limitandosi a dire – asserragliata dietro un cordone di bodyguard e collaboratori – di aver “già risposto al Messaggero”. Al quotidiano romano, tuttavia, la Belviso non aveva spiegato niente sull’efficienza e la realizzazione completa dei Punti verde qualità: aveva solo negato un suo intervento per agevolare i pagamenti a Dolce e Bernardini.

di Luca Teolato

May 1, 2012

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Squali e l’ambiente

Mentre questa primavera ci regala temperature estive rinnovando il nostro desiderio di mare, si sta concludendo alla Commissione Europea un’accesa discussione su chi nel mare vive da oltre 450 milioni di anni: gli squali.

In particolare, si sta dibattendo sulle modifiche al regolamento sul prelievo delle pinne di squalo. Le pinne sono, infatti, un prodotto molto costoso richiesto esclusivamente dal mercato cinese, dove viene utilizzato per fare l’omonima zuppa.

Le richieste sono tali che si è sviluppata una pratica di prelievo ad hoc per ottenere le pinne, il cosiddetto finning. Il finning ha come obbiettivo la pesca di squali che, una volta tirati a bordo, vengono letteralmente “spinnati” e quindi rigettati in mare feriti e condannati a morire dopo una lenta agonia.

Per contrastare tutto questo, nel 2003 l’Ue (tra i maggiori esportatori del prodotto pinne), ha bandito il finning concedendo però, allo stesso tempo, “permessi speciali di pesca” che di fatto lasciano ancora spiragli per continuare a prelevare le pinne a bordo. Spiragli divenuti rapidamente voragini.

Le modifiche da apportare al regolamento colmerebbero queste lacune, obbligando lo sbarco delle pinne attaccate allo squalo da cui si vogliono prelevare.

Ma, ragioni etiche a parte, perché in piena crisi economica tutto questo interesse verso pesci che non solo non sono considerati dalla maggior parte della gente una risorsa edibile, ma anzi sono addirittura temuti? Perché da questi animali dipende il mare così come lo conosciamo, come lo desideriamo ogni estate o almeno lo vorremmo. Risorse di pesca comprese.

Praticamente al vertice di tutte le catene alimentari marine, come tutti i top predators gli squali sono una cartina tornasole dello stato di salute dell’ambiente. Essi, infatti, dall’alto della loro posizione ecologica tengono per così dire “a bada” i livelli inferiori e la loro drastica e inarrestabile riduzione sta già alterando tutti gli equilibri (Myers et al., 2007. Science, 315:1846-1850; Ferretti et al., 2010. Ecology Letters, 13:1055-1071).

Inarrestabile riduzione in quanto, al contrario di molte altre specie predatrici terrestri e marine (lupi, orsi, tigri, delfini, ecc.), gli squali non hanno ancora suscitato l’”umana carità”. Questo nonostante siano, tra gli animali marini, quelli più a rischio di collasso, a causa delle loro caratteristiche biologiche che si traducono in potenziali di rinnovo delle popolazioni molto bassi, tali da far sì che oggi siano minacciati in tutto il pianeta, Mediterraneo incluso (Dulvy et al., 2008. Aquatic Conservation, 18:459-482). Sebbene, infatti, il nostro mare accolga un grande numero di specie (tra cui anche il grande squalo bianco e lo squalo elefante, il secondo pesce più grande del mondo), molte di esse sono ora rare se non addirittura quasi del tutto scomparse (Ferretti et al., 2008. Conservation Biology, 4:952-964).

Sono le ragioni per cui è urgente adottare misure che salvaguardino questi animali. Per farlo, di norma, servono due cose: conoscenza scientifica e consapevolezza dell’opinione pubblica. Conoscere la biologia e l’ecologia dei viventi è, infatti, basilare per stilare opportuni piani ed azioni per la loro tutela. E’ necessario poi che si sviluppi tra i “non addetti ai lavori” la consapevolezza del problema: ovvero, oltrepassare la barriera che troppo spesso divide scienziati e cittadini. Un obiettivo importante ma non ancora raggiunto, in particolare in Italia. Un obiettivo per cui impegnarsi (per primi i ricercatori) anche e sopratutto in tempi di crisi, perché la scienza entri nelle case, crei consapevolezza e spirito critico e permetta, tra le altre cose, di arrivare al mare felici, o per lo meno non impauriti, dalla notizia di una pinna avvistata al largo.

April 28, 2012

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La Val Susa

Questo post ed il seguente li dedico ad un tema solo apparentemente disgiunto dalla tematica classica di questo blog. Il 25 di aprile, sono salito in Val di Susa e sono andato ad assistere assieme al Prof. Mauro Cristaldi della Sapienza di Roma ad una manifestazione di commemorazione della Resistenza organizzata presso la Sacra di S. Michele dai Comuni del luogo.

In tale sede ho potuto constatare de visu quanta bella consapevolezza democratica e quale livello di partecipazione e di competenza è stata raggiunta dagli abitanti di quei luoghi. Mi sono commosso. Il giorno dopo, 26 Aprile, presso il Politecnico di Torino ho potuto assistere al convegno organizzato dai 360 Accademici autori della petizione e del documento che contesta la decisione governativa di costruire la linea TAV in Val di Susa. È stata effettuata un’analisi multidisciplinare per raccogliere pareri autorevoli su tutti gli aspetti economici, impiantistici, ambientali e sociali. Tutte le relazioni sono state di grande respiro e approfondimento, citerei quella del Prof. Tartaglia che ha aperto il dibattito.

Mi ha particolarmente colpito per la lucida e razionale esposizione degli errori (voluti?) effettuati in sede di previsione, a cominciare da quella delle dimensioni del flusso di passeggeri. Infatti tale numero, relativo alla Torino-Lione invece di decuplicarsi , immaginato da 2.000 a 20.000/die è invece rimasto tra 2.000 e 3.000, esito in gran parte raggiunto in seguito ad offerte promozionali. Anche il flusso delle merci è stato largamente sovrastimato. In primo luogo le ferrovie debbono essere dimensionate non sul valore, ma sulla quantità (volume e peso) delle merci trasportate. Inoltre la linea Torino-Lione non tiene conto del fatto che le direttrici del traffico sono Nord-Sud, attraverso i porti del mediterraneo, attualmente in crescita. La direttrice Italia-Francia invece è stazionaria o in decrescita, perché ormai saturata, e la previsione di un aumento di traffico è stata esageratamente gonfiata. In secondo luogo nel “mondo reale” sussiste una crisi economica strutturale di esito incerto (il PIL europeo è comunque previsto al massimo stagnante o piuttosto in decrescita per svariati anni). Altre relazioni (Ponti, Ulgiati, Cicconi-Cancelli, Mercalli etc.) hanno poi aggiunto numerosissimi altri spunti alla discussione nei rispettivi settori di indagine, indicando con estrema precisione moltissime altre criticità e contraddizioni contenute nel progetto governativo. Non ho lo spazio per rendere conto di tutti gli interventi ed anche la mia competenza è limitata. Chi ha interesse alla faccenda potrà aggiornarsi, svolgendo le proprie ricerche in rete.

A tale proposito ricordo che un “blogger” del Fatto quotidiano, il Prof. Massimo Zucchetti, ha organizzato il convegno. In conclusione mi preme sottolineare che nel convegno si è realizzata in parte quello che costituisce uno dei miei principali desideri e che mi ha dato un motivo in più e forse il principale per il quale ho ritenuto importante ed opportuno deragliare dalla consueta tematica. Sia pure su un singolo tema: la TAV, la società civile, verticalmente ed orizzontalmente rappresentata in tutte le componenti economiche, sociali e culturali, si è impegnata ad esprimere un parere condiviso, al termine di un percorso articolato e sofferto.

Costituisce, anche se parzialmente, quello che definivo la creazione di un senso comune scientifico. Rappresentato non solamente dall’impegno intellettuale nell’insegnamento, nella ricerca nei laboratori o nelle cliniche e così via, ma anche e soprattutto dall’intervento diretto, militante a favore dei concreti bisogni degli individui. Certamente le critiche nei riguardi di tale iniziativa non mancheranno e lo spazio dedicato dall’informazione “mainstream” a questo convegno è stata veramente infima. Ma se di fatto intendiamo partecipare ad una visione alta, complessiva dei problemi, penso che non si debba perdere questa occasione, che può rappresentare un modello per le tante situazioni e le tante problematiche in cui nel nostro paese appare evidente la necessità di ricercare la sensibilizzazione dell’opinione pubblica col sostegno indispensabile di pareri autorevoli, impeccabili dal punto di vista scientifico ed istituzionale.

Per rimanere nel campo della salute direi che andrebbero presi in considerazione la nocività ambientale intesa in senso lato, gli effetti delle radiazioni ionizzanti e delle onde elettromagnetiche e dei vari inquinanti ambientali sulla oncogenesi ed altre patologie; gli aspetti riguardanti la profilassi delle malattie infettive (particolarmente trascurata nel nostro paese negli ultimi tempi); lo smaltimento in sicurezza dei rifiuti e così via. Il prossimo post verrà dedicato agli aspetti sanitari legati all’impatto ambientale della TAV.

April 27, 2012

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Brasile legge sulle foreste Ambientalisti

Dopo il Senato anche la Camera ha approvato la legge sul nuovo codice forestale che prevede un allentamento dei controlli sulla deforestazione. Si tratta di un provvedimento controverso che concede l’amnistia a chi ha abbattuto illegalmente le foreste e autorizza la costruzione di fattorie nelle zone dissodate in maniera illecita prima del luglio 2008. Gli ambientalisti definiscono “catastrofica” questa legge che metterebbe ulteriormente a rischio la foresta Amazzonica, il più grande polmone verde del pianeta e l’habitat delle popolazione indigene. Sulla promulgazione, però, potrebbe porre il veto la presidente Dilma Roussef alla quale ambientalisti e agricoltori si erano già rivolti, nel marzo scorso, chiedendo di bloccare il provvedimento. All’inizio l’obiettivo della legge era impedire la deforestazione illegale e favorire la sopravvivenza dell’Amazzonia. Ma a conti fatti, se la legge entrasse effettivamente in vigore, ad avere la meglio sarebbero proprio i latifondisti e i fautori di un allentamento dei controlli sullo sfruttamento forestale. 

April 26, 2012

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salva i ciclisti

Manca pochissimo alla manifestazione di #salvaiciclisti.

Il 28 aprile finalmente, ai Fori Imperiali, dopo mesi di azione digitale, sarà finalmente possibile guardarsi in faccia, parlarsi senza svelare ironia attraverso smiley ammiccanti. Ci potremo finalmente toccare e abbracciare. Sarà un’emozione fortissima.

I più superficiali parleranno di una manifestazione di amanti delle due ruote, alcuni magari anche di un raduno, dimostrando ancora una volta di non aver capito nulla di quanto sta succedendo da due mesi e mezzo a questa parte e del perché #salvaiciclisti è arrivato fino al punto di mobilitare diverse migliaia di persone.

Sabato ci saranno telecamere e giornalisti, senatori, deputati, funzionari di partito, presidenti di provincia, portaborse e sindaci, magari anche con la fascia tricolore per essere meglio riconoscibili in mezzo alla folla. Alcuni verranno per essere al momento giusto, nel posto giusto e dalla parte giusta, sicuramente in sella a una bicicletta e giureranno di essere sempre stati appassionati di ciclismo e di essere felici che sia arrivato il momento del riscatto della bici.

Per una volta tutti questi signori non verranno a parlare, ma verranno ad ascoltare e questa sarà un’altra grande vittoria.

Quello che verranno a sentire però non è come si fanno le piste ciclabili o quanto è importante per una società che la mobilità ciclabile arrivi al 15% del totale per raggiungere livelli accettabili di sicurezza, perché tutte queste cose le sanno già, le hanno sentite milioni di volte dalle associazioni che da sempre lavorano sul territorio. Verranno ad ascoltare per cercare di capire come si fa a risvegliare la passione dei cittadini e ad aggregarli attorno a un tema, ovvero quella cosa che loro non sanno più fare da oltre 20 anni.

I più ingenui poi si metteranno in posa accanto alla loro bici con la sella troppo bassa e le gomme gonfiate apposta per l’occasione, pensando che la bicicletta sia l’oggetto magico, il totem in grado di creare una così ampia coesione sociale. E ancora una volta dimostreranno di non aver la più pallida idea di quanto stia succedendo.

Perché la chiave del successo di #salvaiciclisti, a dispetto del nome, non è la bicicletta, ma il buon senso contenuto nel messaggio trasmesso. Il buon senso, cioè quella cosa che dice che il traffico non dovrebbe esistere, che le piazze dovrebbero essere destinaate alle persone e non alle automobili parcheggiate, che non si dovrebbe morire sulle strade. In questo contesto, quindi, la bicicletta non è il fine, ma solo uno strumento per raggiungere questi obiettivi.

Sabato svariate migliaia di persone confluiranno ai Fori Imperiali per dire che per risolvere i problemi non servono montagne di soldi ma solo buone leggi e la buona volontà per applicarle da parte di amministratori in buona fede. Non chiamateci ciclisti, chiamateci persone dotate di buon senso che usano la bicicletta.

voglio liberarmi dal traffico

voglio smettere di essere ostaggio del prezzo della benzina

voglio sentirmi libero di vivere la città

voglio vedere la gioia dei miei figli mentre giocano in strada

voglio più spazio per vivere

Moria delle api e insetticidi

April 24, 2012

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Moria delle api e insetticidi

La mortalità delle api è ancora un indicatore che documenta il benessere ecologico ed economico del paese. Attraverso l’impollinazione le api sostengono la vita dell’84% delle piante, e del 75% di quelle di interesse alimentare. In Italia si stimano un milione e 100mila alveari, gestiti da circa 75.000 apicoltori, per un valore economico di circa 1.500 milioni di euro all’anno. Così, mentre l’Autorità europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) è impegnata in alcuni progetti scientifici per esprimersi sul legame fra alcuni agrofarmaci sistemici (su tutti gli insetticidi neonicotinoidi) e la moria delle api, sono stati pubblicati diversi e autorevoli studi che dimostrano inequivocabilmente tale legame.

Gli insetticidi neonicotinoidi sono una delle principali cause della disastrosa moria delle api, e questo è confermato anche dai dati della ricerca che il ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali ha affidato al Cra (Consiglio per la ricerca di apicoltura), coordinata da Marco Lodesani. Certo alla moria delle api contribuiscono anche fattori di ambientali, come il cambiamento climatico o gli stress nutrizionali, o la scelta di ceppi d’api non autoctone, ma da quando il ministero della Salute ha sospeso l’uso dei neonicotinoidi per la concia di sementi, soprattutto del mais nel Nord Italia, la moria è considerevolmente diminuita. Perciò è importante che tale sospensione, in scadenza al 30 di giugno 2012, sia prorogata. E anzi occorre vietare definitivamente l’uso dei neonicotinoidi (di cui eravamo fra i primi utilizzatori in Europa), non solo nella concia del mais, ma anche in tutte le altre colture dove sono impiegati in spray o nella fertirrigazione.

Tanto più questi insetticidi non aiutano nemmeno ad aumentare le produzioni, come attestano i dati degli ultimi anni. “Dal 2002 al 2008 il calo della produzione nazionale di miele è arrivato progressivamente al 50%” dice Francesco Panella, presidente Unaapi (Unione nazionale apicoltori italiani): “Dopo la sospensione dei neonicotinoidi, invece, siamo ritornati alle nostre produzioni. Oggi, nonostante la crisi, l’apicoltura è uno dei pochi settori dove le aziende stanno crescendo”.

“C’è poco da discutere su questi insetticidi” commenta Vincenzo Girolami, docente di entomologia agraria all’Università di Padova:  “Servono solo ad aumentare il budget delle multinazionali e non le produzioni. Da quando sono stati sospesi per la concia del mais, la produzione del mais stesso è aumentata in modo incredibile. È da trent’anni che mi batto perché gli agricoltori siano abbastanza furbi da non usarli. Ora sul fattore della mortalità delle api interverrà l’Efsa, che la gente pensa sia un autorità europea indipendente, ma questo non mi lascia affatto tranquillo: metà dei miei colleghi ricercatori non sono veramente indipendenti ma sono in pratica pagati dalle multinazionali, tanto in Germania quanto in Inghilterra”. Perfino il pm Raffaele Guariniello, della Procura della Repubblica di Torino, è intervenuto nella vicenda mesi fa, conducendo un’inchiesta e accusando la Bayer CropScience di Milano e la Syngenta Crop Protection Italia di “diffusione di malattie degli animali pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale”. Insomma la ricerca del Cra e di tutte le università che vi hanno collaborato, ha portato finalmente alla creazione di una rete di monitoraggio nazionale degli alveari e del loro stato sanitario: da ciò si è visto che per salvare le api, e dunque l’agricoltura, bisogna cambiare i metodi di lotta agli insetti dannosi. Oppure tornare a far ruotare le colture.

April 23, 2012

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salvaiciclisti

Da qualche mese si può trovare in rete uno splendido video che racconta di come l’Olanda sia diventato il paradiso ciclabile che tutti noi conosciamo:

Riassumendo, il cambiamento della mobilità neerlandese si è basato soprattutto su tre elementi che hanno contribuito alla rivisitazione del modo di concepire le città, ovvero:

  1. Nascita di un movimento popolare di persone indignate dallo spaventoso numero di morti sulle strade
  2. Aumento del prezzo dei carburanti dovuto alla crisi petrolifera del 1973
  3. Forte presenza politica da parte del Fietserbond, l’associazione dei ciclisti olandesi

Guardando il nostro paese, a distanza di quasi quarant’anni possiamo notare il verificarsi della stessa, identica, straordinaria “congiunzione astrale” che potrebbe portare a replicare il miracolo olandese anche all’interno delle nostre città:

  1. L’alto numero di morti tra di pedoni e ciclisti sulle nostre strade ha portato alla nascita di un movimento popolare di denuncia
  2. Il prezzo della benzina rasenta i 2 euro al litro
  3. La Federazione Italiana Amici della Bicicletta è diventata un interlocutore politico di primo rilievo per il legislatore nazionale e per le amministrazioni locali

Per quanto i segnali siano decisamente incoraggianti, la strada per arrivare a cambiare la mobilità nel nostro paese è ancora molto lunga e irta di ostacoli. Per quanto il movimento #salvaiciclisti in questo momento possa contare su decine di migliaia di adesioni, il rischio che questo si trasformi nell’ennesimo nulla di fatto (vi ricordate di “se non ora quando”?) è ancora molto alto.

Il più grande pericolo è che tutti i sostenitori di #salvaiciclisti, sabato prossimo, in occasione della bicifestazione ai Fori Imperiali a Roma, lascino ad altri il compito di parteciparvi. Non tanto per disaccordo con le proposte fatte o per poca convinzione, ma perché sembra che gli Italiani, ormai soliti delegare ad altri la rappresentanza dei propri interessi, abbiano perso l’abitudine di lottare e impegnarsi in prima persona per ciò che ritengono giusto.

Il secondo grande pericolo è che tutti coloro che fino a questo momento stanno supportando l’iniziativa, all’indomani della bicifestazione tornino ad occuparsi di altro: in Gran Bretagna la campagna è promossa dal Times che ha saputo scomodare il Parlamento, i ministri e anche il premier, David Cameron. Grazie alla propria “potenza di fuoco”, dopo la manifestazione continueranno a vigilare per essere sicuri che l’impegno giurato dai professionisti della politica non siano semplicemente le parole vuote di chi ha riconosciuto un bacino di voti da andare a conquistare con le solite promesse fatte a vanvera. In Italia #salvaiciclisti non è stato promosso da un quotidiano nazionale ma da un gruppetto di blogger che, spenti i riflettori della manifestazione, senza il supporto di associazioni e testate giornalistiche, rischiano di trovarsi da soli, con una potenza di fuoco minima, ad affrontare una sfida troppo grande.

L’ultimo grande rischio è che sabato i politici nazionali e locali possano venire ai Fori Imperiali esclusivamente per dispensare sorrisi e strette di mano davanti alle telecamere e agli obiettivi dei fotografi e che, al momento della stesura dei prossimi programmi elettorali, ma soprattutto dopo, si dimentichino di ogni impegno preso.

La soluzione c’è: per evitare che i politici si limito esclusivamente alla solita passerella davanti alle telecamere, è necessario che i giornali continuino a presidiare con attenzione il tema della ciclabilità per essere pronti a denunciare di fronte all’opinione pubblica eventuali promesse disattese e repentini cambi di posizione. Affinché la stampa continui a parlare di politiche per la promozione della ciclabilità, è necessario che il pubblico dimostri l’esistenza di un bacino di lettori sufficientemente ampio, ovvero di persone interessate a conoscere gli sviluppi del cammino dell’Italia verso un concetto di mobilità  differente. Per dimostrare l’esistenza di un pubblico attento occorre essere almeno tantissimi ai Fori Imperiali sabato 28 aprile.

Più saremo, più sarà difficile farci prendere in giro. È per questo motivo che tutti coloro che usano la bici o vorrebbero usarla in sicurezza devono essere presenti sabato alle 15:00 in via dei Fori Imperiali.

È un’occasione unica e non è detto che ci sarà una prossima volta.

Festa dei Comuni virtuosi

April 21, 2012

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Festa dei Comuni virtuosi

Un festival di due giorni per discutere e confrontarsi su un modo di fare politica pulito e trasparente, dove la tutela dell’ambiente e la lotta gli sprechi sono le priorità. In netta controtendenza rispetto alle consolidate abitudini della politica che usa per sé il denaro pubblico, senza prospettive per il bene comune e la collettività.

A Taneto di Gattatico, presso il Circolo Fuori Orario in provincia di Reggio Emilia, si terrà il 4 e 5 maggio la Festa dei Comuni virtuosi insieme ai comuni dell’omonima associazione “per prendere una boccata di aria pulita”: una due giorni di buon senso e concretezza, in cui sindaci e amministratori locali provenienti da tutta Italia racconteranno ciò che quotidianamente, nel silenzio dei media nazionali e nell’indifferenza della politica nazionale, sperimentano con successo: buone prassi ambientali a favore delle comunità locali.

Stop al cemento, rifiuti zero, indipendenza energetica, mobilità sostenibile, nuovi stili di vita, partecipazione. Idee e progetti che mettono insieme sobrietà, integrazione e risparmio, dimostrando che intervenire a favore dell’ambiente non solo è possibile e necessario, ma anche conveniente.  Concerti, bancarelle con le tipicità dei territori(cucina, artigianato), spettacoli teatrali e presentazioni di libri. E poi ancora mostre e incontri, convivialità e contaminazione. Tra gli ospiti anche il consigliere pd Pippo Civati, l’europarlamentare Debora Serracchiani e il consigliere del Movimento 5 Stelle Giovanni Favia che prenderanno parte al dibattito sul “Viaggio nell’Italia della buona politica” moderato dal giornalista del Fatto quotidiano Ferruccio Sansa.

“Si tratta la prima edizione del festival – spiega Marco Boschini, coordinatore dell’Associazione Comuni virtuosi – l’idea era nata qualche anno fa e nasce dalla volontà di mettere in contatto tutte le amministrazioni che operano sul territorio nazionale  e che aspirano a una buona gestione del territorio, a ridurre l’inquinamento atmosferico e a promuovere una corretta gestione dei rifiuti”. Un’iniziativa che ambisce a trasformarsi in un appuntamento itinerante dopo maggio. “Partecipano oltre sessanta comuni diversi tra di loro, anche per collocazione geografica e per colore politico. Ci sono liste civiche e comuni di destra e sinistra, ma sono accomunati dallo spirito di servizio per la comunità che governano, vissuto con trasparenza e onestà”. Una prassi che, per la politica di oggi, risulta straordinaria e rivoluzionaria.

April 20, 2012

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storia politica agricola europea

Nella quasi totale indifferenza (direi inconsapevolezza) dei cittadini europei, il cammino di riforma della politica agricola comune europea (Pac) procede spedito verso il proprio traguardo. Certo non mancano dibattiti e confronti sul tema, che anzi non sono mai stati così ampi e articolati in tutta la storia della Pac (bisogna darne atto al Commissario all’Agricoltura Dacian Çiolos). Tuttavia l’assenza della voce dei 500 milioni di cittadini dell’Europa dei 27 non passa inosservata.

Perché mai la riforma della Pac dovrebbe interessare così tanto gli abitanti dell’Unione? Proviamo a dare una risposta attraverso una sintetica storia e qualche numero, dai quali in controluce possiamo anche leggere qualcosa su ciò che l’Unione Europea potrebbe essere, non riesce ad essere e finisce per diventare.

Ancora oggi, la Pac rappresenta il capitolo principale di spesa del bilancio comunitario: il 43% circa delle risorse complessive, per una cifra di 55 miliardi di euro l’anno. Tanto denaro, ma si pensi che per anni la Pac ha potuto disporre addirittura del 70% del budget comunitario!

Non è però solo per ragioni economiche che la Pac è la più importante politica comune dell’Ue: di fatto essa continua a essere, a 50 anni di distanza dalla sua entrata in vigore e a 55 anni dal Trattato di Roma, la sola politica integrata europea.

In origine il suo scopo fondamentale era quello di garantire un’alimentazione adeguata ai cittadini europei. C’era anche l’obiettivo – fallito però sin dall’inizio – di garantire una giusta remunerazione ai contadini. Quantità di cibo e stabilità dei prezzi erano quindi i target fondamentali. L’autosufficienza alimentare si raggiunse presto, già negli anni ’70, tuttavia bene presto iniziarono anche a manifestarsi gli effetti negativi di questa politica e a metà degli anni ’80 l’Europa si trovò a fronteggiare il problema opposto a quello delle origini: il surplus di produzione.

La Pac fu così costretta a virare: ingenti risorse furono destinate all’acquisto delle eccedenze (accumulate negli stock) e ai sussidi all’esportazione (che diventano una delle cause principali della distruzione dei sistemi agricoli e alimentari dei paesi poveri).

Naturalmente da quel momento si intervenne anche per regolamentare la produzione, per tentare di riavvicinare domanda e offerta, anche se a tutt’oggi molti settori non sono stati integrati in questa politica (ad esempio frutta e verdura).

Ben presto arrivò però una terza fase nella storia della Pac: con l’inizio degli anni ’90 entrarono in scena gli accordi del commercio internazionale e anche la politica agricola fu costretta ad allinearsi. Le decisioni non erano più assunte in funzione del mercato europeo ma con riferimento alle nuove regole internazionali e ai prezzi mondiali (che non rispondono a logiche di mercato ma solo a vicende di dumping ed eccedenze). L’agricoltura europea doveva mantenere prezzi bassi per la propria produzione ed ecco arrivare gli aiuti diretti all’ettaro: più terra hai, più contributi ricevi.

Risultato: arriviamo ai giorni nostri con una popolazione attiva in agricoltura ridotta a 11 milioni di persone (meno del 5%); l’80% dei contributi europei finiscono nelle tasche del 20% degli agricoltori; il settore agricolo è in crisi in tutto il continente (e non solo da quando è entrata in crisi tutta l’economia europea); abbiamo perso un patrimonio enorme di biodiversità; la salute dei cittadini europei sta peggiorando a causa del sistema alimentare (250 milioni, ovvero il 50% della popolazione, è sovrappeso, mentre 42 milioni vivono in condizioni di forte deprivazione); sprechiamo 90 milioni di tonnellate di cibo l’anno (180 kg a testa!); il sistema agroalimentare (non solo europeo, evidentemente) è diventato uno dei principali responsabili della crisi ambientale del pianeta.

La sfida della PAC sembra persa su tutti i fronti. Eppure proprio da questa riforma dobbiamo e possiamo ripartire, perché l’agricoltura può (deve) produrre economia, salute, qualità dell’ambiente, giustizia sociale. Ancora una volta, dall’agricoltura possiamo muovere verso un futuro migliore.

Slow Food, come molte altre organizzazioni che si occupano di agricoltura alimentazione, ambiente, consumatori, ha prodotto un proprio documento di posizione sulla PAC. Cosa possono fare i cittadini europei? Ad esempio possono scrivere ai Parlamentari europei eletti nella propria circoscrizione o nel proprio Paese per chiedere loro di sostenere le posizioni delle organizzazioni in cui meglio si identificano.

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