April 19, 2012

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Museo di Geologia e Paleontologia

Se Roma e la sua Provincia sono universalmente note per le testimonianze archeologiche d’epoca classica presenti nel territorio, altre testimonianze, che raccontano storie molto più antiche sull’evoluzione dell’Uomo, sulla storia naturale del paesaggio e sulle trasformazioni avvenute negli ultimi due milioni e mezzo di anni, sono pressoché sconosciute, nonostante il fascino che i fossili, protagonisti di queste storie, esercitino sul grande pubblico.

Parte di queste storie è raccontata nel Museo di Paleontologia della “Sapienza – Università di Roma”. Il Museo, all’inizio Museo di Geologia e Paleontologia, fu fondato dal naturalista romano Giuseppe Ponzi nel 1873 e occupava il Palazzo della Sapienza, sede all’epoca dell’Università Pontificia oggi invece sede dell’Archivio di Stato. Ponzi, già direttore del Museo di Mineralogia, pubblicò nel 1841 una delle prime carte geologiche di Roma, che fu stampata nuovamente trent’anni dopo, quando Roma era ormai diventata capitale del Regno d’Italia. Pur essendo stato Ufficiale della Guardia Pontificia difendendo la città sia nel 1867 sia nei giorni che precedettero la presa di Porta Pia, Ponzi divenne Senatore del Regno e ricoprì il ruolo di Consigliere Comunale di Roma. E’ proprio al passaggio tra lo Stato Pontificio e Regno d’Italia che si costituirono numerose collezioni paleontologiche, frutto soprattutto dell’abbondanza dei ritrovamenti di grandi mammiferi della campagna romana a opera di naturalisti e geologi. Parte dei reperti che andarono a costituire il Museo di Geologia e Paleontologia provenivano dal Museo Kircheriano, Wunderkammer o “camera delle meraviglie” fondata dal padre gesuita Athanasius Kircher nel 1651 che aveva sede nel Collegio Romano.

I fossili del Museo di Paleontologia provengono per la maggior parte da siti che oggi non esistono più, cancellati dal tempo e dall’espansione urbana, e oggi conservati in varie strutture come musei, università, centri di ricerca, collezioni nelle scuole, etc. Da circa due mesi è stata aperta di nuovo al pubblico la Sala Vertebrati del Museo di Paleontologia. Questo Museo, che fa parte dei Musei che compongono il Polo Museale della Sapienza, è diviso in tre sezioni. Nella prima vengono esposti reperti provenienti dall’Italia Centrale e in particolare dalla Campagna Romana come gli scheletri del Rinoceronte Etrusco, dell’Ippopotamo Antico, del Bue Primigenio, chiamato Uro dai Romani, e dell’Elefante di Foresta.

Una sezione successiva racconta gli speciali fenomeni evolutivi che avvengono nelle isole, fenomeni di “nanismo” e “gigantismo” insulare di cui avevo già scritto nel post sugli elefanti nani della Sicilia. Oltre a questi piccoli proboscidati sono esposte altre specie insulari come i cervi “nani” della Sardegna, alti un metro alla spalla che hanno popolato l’isola per un milione di anni, estinguendosi circa 7000 anni fa. Dall’isola di Creta provengono invece gli scheletri di un ippopotamo “nano” della taglia di un maiale e di altri cervi insulari come il genere Candiacervus che, nella specie più piccola, Candiacervus ropalophorus era alto solo 40 cm alla spalla.

L’ultima sezione è dedicata alla Paleoicnologia, la scienza che studia le tracce fossili. Molto spesso le impronte, ma anche altre tracce come uova e piste ci permettono di ricostruire il modo di vita dei loro “autori”, ben poco comprensibile se avessimo a disposizione solamente i resti del loro scheletro. In questa sezione, tra gli altri reperti, viene esposto un calco di una lastra proveniente dalla gola del Bletterbach (Alto Adige), dove si possono ammirare le impronte attribuite probabilmente ad un animale appartenente a un gruppo vicino ai “rettili”, quello dei pareiasauri, vissuti circa 260 milioni di anni fa. Questi animali erbivori erano abbastanza grandi e avevano crani possenti, la loro pelle era inoltre caratterizzata da scudi ossei. In un Museo di Paleontologia non può mancare lo scheletro di un dinosauro. Ecco quindi il calco di uno degli animali più famosi in assoluto: l’Allosaurus fragilis. Questo grande teropode, vissuto in Nord America circa 140 milioni di anni fa, era lungo fino a 12 metri e pesante fino a 2 tonnellate. Un gruppo di Allosaurus poteva cacciare i giganteschi erbivori di quell’epoca come i Brachiosaurus e gli Apatosaurus servendosi dei suoi numerosi denti lunghi fino a 10 cm.

La visita dei musei scientifici contribuisce a considerare il patrimonio scientifico come patrimonio culturale, un patrimonio da tutelare e su cui investire. In uno dei prossimi post scriverò su una grave assenza che Roma, capitale d’Italia, ha. Quella di un Museo di Storia Naturale.

April 18, 2012

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Il nucleare pericoloso

Come sono interessanti le persone dotate di fede e di certezze assolute. Per determinate questioni hanno la risposta certa. Sanno, senza ombra di dubbio, cosa fare, come fare, quando fare.

Prendiamo, per esempio, quelli che professano il “Nucleare no grazie”. Dicono che le centrali nucleari sono pericolose, non vanno costruite. Quelle in funzione vanno chiuse perché è una tecnologia sporca, difficile. La nostra stupidità è sempre in agguato. Three Mile Islands, Chernobyl, Fukushima sono casi clamorosi d’incidenti causati da errori umani o dai sistemi di controllo. Quindi, dagli all’untore, pronti alla mobilitazione, azioni dimostrative, protesta civile. Tutto lecito e giusto per chi ci crede.

Il nucleare “cattivo” non è quello civile per produrre energia ma quello che esplode in testate pronte a essere consegnate. Su questo strano pianeta popolato dalla nostra ancora più strana specie, ce ne sono tante, troppe.

Cina: 240 testate. Francia: 300. Russia 1492 strategiche e operative; 2000 tattiche e operative; 7000 accatastate in magazzini vari. Regno Unito: 160 operative e altre 220 in stock. Stati Uniti: 5113 fra attive e non operative: per essere più precisi 1737 sono operative e strategiche, 500 sono tattiche e 2645 sono inattive. Ce ne sono poi altre 3500 in attesa di smantellamento. India ne ha un centinaio. Israele fra 75 e 200. Pakistan fra 70 e 90.

Lasciamo perdere quelli che ci stanno lavorando per averle: Iran, Corea del Nord, Siria. Tutti paesi tranquilli e affidabili.

In totale, sempre con le approssimazioni del caso perché nessuno dice la verità sui numeri, abbiamo a che fare con 20mila bombe. Ci sono 440 impianti nucleari sulla Terra per una capacità totale di produzione di 377mila Mw e che forniscono il 14 per cento dell’energia elettrica che consumiamo allegramente.

20mila contro 440. La probabilità che un errore umano o un guasto tecnico, o un baco in qualche sistema di controllo, per non parlare degli “atti di Dio”, ovvero fenomeni naturali, scateni un inferno su questo ridicolo pianeta sono molto, molto più elevate di un incidente in una centrale nucleare che di certo non avrà le stesse conseguenze. Eppure i fedeli del “Nucleare no grazie” si preoccupano – correttamente secondo molti – delle Centrali, non delle bombe.

Del nucleare che fa Kaboooom se ne occupano in pochi. Si sentono solo bisbigli. Piccole increspature nel mare dell’indifferenza. Un consiglio alle persone dotate di fede “Nucleare no grazie”: provate a rivedere e ampliare la vostra dottrina e catechesi? Saremmo in tanti a seguirvi. Non per fede ma per ragione.

April 17, 2012

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la scuola in Sicilia

“Ridateci la scuola”. E’ il grido dei bambini e dei genitori del plesso “Tenente Onorato” dell’istituto comprensivo di Sferracavallo (Palermo) che nei giorni scorsi hanno bloccato il traffico per due ore. Una protesta contro la proposta di doppi turni a seguito del crollo di un pezzo di soffitto in un corridoio della scuola che impone alla dirigente di non far entrare più di cento persone.

E’ la Sicilia. Ogni volta che vado nella terra di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Gesualdo Bufalino e Danilo Dolci, tocco con mano quanto le scuole siano abbandonate. Lasciate al loro destino. Sembra che della scuola non interessi a nessuno. In Sicilia si fanno i turni per poter studiare. Non è la prima volta che segno sul taccuino queste parole.

Gli istituti sono fatiscenti: a Sferracavallo la scuola è priva di scale d’emergenza e di impianto per gli idranti. Dal 2008 il Comune aveva annunciato lavori di ristrutturazione mai visti. E i genitori arrivano al punto di usare le maniere forti a Sferracavallo come a Montepellegrino dove alla scuola elementare “Lambruschini” hanno occupato le classi per denunciare fognature otturate, tubi rotti, muri scrostati, soffitti con mattoni forati. Chiusa da due anni anche la primaria “Rosario Greco” a Mondello, la materna “Parisi” al Borgo Vecchio. Tre nidi sono sbarrati da anni e alla media “Gregorio Russo” a Borgonuovo la palestra e alcune classi sono inagibili.

Secondo i dati del Rapporto Ecosistema Scuola sull’edilizia scolastica di Legambiente, in Sicilia il 62,98% delle scuole necessita d’interventi urgenti di manutenzione. Solo il 25,99% degli istituti ha l’idoneità statica e l’agibilità la detengono il 27,40% delle scuole. Un ultimo numero: il 94,26% degli edifici sono a rischio sismico. Eppure nel sito del Miur, la campagna “La scuola in chiaro” che consente di vedere tutti i dati sugli istituti italiani non riporta un solo numero sulla situazione dell’edilizia.

April 16, 2012

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L’Africa nucleare

Africa nucleare, sull’orlo del “vulcano” sotterraneo: preoccupa le Nazioni Unite l’ultimo successo dell’industria atomica globale. Dopo Stati Uniti, Bielorussia e Kazakistan, ora si punta sul Kenya per rallentare il declino dell’atomo avviato dall’Europa post-Fukushima. Nel 2022, infatti, la terza maggiore economia africana ha intenzione di costruire la sua prima centrale: un impianto da circa 1.000 MW che, entro il 2031, sarà affiancato da altri tre reattori. Il governo di Nairobi, che prevede una impetuosa crescita della produzione industriale keniota, promette in questo modo di soddisfare il 19% del fabbisogno energetico di un Paese sempre più vorace di elettricità. Un progetto ambizioso che, però, solleva alcune perplessità, sia negli uffici dell’Onu che fra i Paesi confinanti. Per i detrattori delle mire nucleariste keniote, infatti, è preoccupante l’idea di avere reattori in un territorio che non solo è da sempre alle prese con gravi problemi di scarsità idrica, ma è anche collocato sulla Rift Valley, attivissima fossa tettonica formatasi dalla separazione delle placche araba ed africana.

Secondo il presidente del Nuclear electricity project committee (nonché ex ministro dello sport e della cultura) Ochilo Ayacko, le fonti idroelettrica e geotermica che approvvigionano il Kenya non sono né affidabili né sufficienti, e l’introduzione del nucleare nel mix energetico del suo Paese “viene dal bisogno di una maggiore sicurezza energetica”. Serve quindi “diversificare le fonti di produzione di elettricità nel Paese”, sentenzia Ayacko, dove la domanda di elettricità è aumentata “a un tasso medio dell’8% all’anno nel corso dei 5 ultimi anni”.

In effetti, in Kenya l’approvvigionamento energetico sta diventando sempre più un problema. Ed una priorità. Meno della metà della popolazione della capitale Nairobi ha un allacciamento alla rete elettrica nazionale, mentre nelle aree rurali la percentuale di persone con accesso alla corrente elettrica è di un misero 2%.

La cosa più importante per il governo keniota, oltre alla sicurezza, è fornire energia alla sua crescente popolazione facendola risparmiare sulle bollette. Secondo i calcoli di Nairobi, infatti, una centrale nucleare per produrre 1.000 megawatt costerebbe circa 3,5 miliardi di dollari, e i consumatori pagherebbero 6,84 centesimi di dollaro per kilowattora. Cifre decisamente inferiori rispetto a quelle necessarie a costruire un impianto geotermico della stessa potenza, che costerebbe invece 5 miliardi di dollari, con una tariffa di 8,4 centesimi di dollaro per kilowattora.

Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), che il 31 marzo 2011, pochi giorni dopo l’incidente di Fukushima, aveva approvato la richiesta del Kenya di costruire la sua prima centrale nucleare, stanno valutando proprio in questo periodo se il Paese africano è preparato ad affrontare questa sua scelta. A tal proposito, il governo di Nairobi ha già stanziato 2,3 milioni di euro per un programma quindicinale di addestramento sul funzionamento degli impianti atomici, di cui beneficeranno i futuri impiegati delle centrali, giovani kenioti laureati in fisica, ingegneria o matematica.

Non solo, “il Nuclear electricity project impiegherà le migliori pratiche nella gestione delle sfide che vengono da una centrale nucleare, compreso lo smaltimento delle scorie e la sicurezza della centrale una volta costruita”, promette Ayacko, per cui il nucleare rimane un must per il Kenya nel mix di produzione di energia.

Per alcuni funzionari delle Nazioni Unite, il Kenya dovrebbe invece sfruttare il suo enorme potenziale di risorse rinnovabili, come geotermia, eolico e solare. Inoltre, parte dell’Onu ritiene che il Kenya dovrebbe avviare un dibattito pubblico sul suo futuro energetico, prima di decidere se sia opportuno investire nel nucleare.

Secondo Achim Steiner, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), il principale motivo per cui le autorità keniote dovrebbero dare più importanza allo sviluppo delle energie rinnovabili è che “l’energia nucleare richiede maggiori investimenti”, mentre “le rinnovabili hanno più senso a livello economico”.

April 15, 2012

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abuso di imballaggi

Oggi incomincia la settimana dedicata a “Porta la Sporta”, un progetto di educazione e sensibilizzazione ambientale che mira alla riduzione dello spreco di risorse, soprattutto se legato all’abuso di imballaggi.

Promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi, l’iniziativa anche quest’anno coinvolgerà diversi attori (persone, Comuni, aziende), e cercherà di fare capire a tutti una cosa tanto semplice quanto importante: sono i piccoli gesti compiuti quotidianamente da tanti individui che possono fare la differenza, trasmettendo nuovi valori, modelli e stili di vita alternativi.

Un piccolo ma significativo gesto come l’uso delle sporte riutilizzabili, invece che dei sacchetti di plastica, può fare davvero la differenza. Anche in Italia, dove le buste della spesa si possono trovare sia ai bordi delle strade che in mare, ma dove una volta tanto si è dato un forte segnale al resto del mondo, volendo passare dai sacchetti di plastica a quelli biodegradabili.

Dal 14 al 22 aprile scatta la sensibilizzazione. Durante il resto dell’anno, possibilmente, la messa in pratica.

April 14, 2012

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sistemi locali del cibo

Il dibattito attorno ai “sistemi locali del cibo” ha finalmente superato la fase embrionale e sembra altresì lanciato oltre i confini della moda passeggera.

La riflessione sul significato di “cibo locale”, in città come in campagna, e il confronto sui modelli da adottare per costruire reti locali di produttori, cuochi, cittadini/consumatori, impegna comunità del Senegal come della Repubblica Ceca, fa crescere progetti a Milano come a Portland.

E’ sorprendente costatare la straordinaria vicinanza dei temi, dei problemi, degli approcci, che uniscono idealmente i contadini africani a quelli canadesi, i cuochi del Nord Europa a quelli sudamericani. Il futuro del cibo si giocherà anche e soprattutto in questo ambito: quanto più saremo capaci di riconnettere, in seno alla nostra comunità, la produzione e il consumo del cibo, tanto più saremo in grado di dare risposte efficaci ai tanti quesiti che si addensano sul nostro domani, non solo alimentare. Già, perché attraverso la lente del cibo possiamo indagare – meglio che con altre mediazioni – il mondo in cui viviamo, questa grande crisi e le sue cause, le possibili soluzioni a nostra disposizione.

E’ importante in questa fase non cascare nella trappola di chi ci dice che questi scenari sono utopici, irrilevanti da un punto di vista economico, o peggio ci riportano a un passato di miseria e verso un’improbabile scelta di autarchia che è evidentemente impossibile da praticare nel mondo iper globalizzato in cui viviamo. Le comunità che lavorano per costruire questi sistemi alimentari su scala locale sono composte da persone tutt’altro che ingenue e sprovvedute. Noi di Slow Food abbiamo la fortuna di toccare con mano la consistenza dei loro pensieri e dei loro progetti, grazie alla straordinaria rete che in questi anni è cresciuta attorno alla nostra filosofia, in particolare dentro al grande mondo di Terra Madre, il network planetario di comunità del cibo che con sempre maggiore forza influenza la nostra visione e contribuisce a costruire la nostra agenda.

Certo non troveremo tutte le risposte in casa nostra e meno che mai vogliamo pensare questo (d’altronde noi per primi ci siamo fatti promotori della nascita di un movimento enogastronomico planetario, che non si pone confini e trova forza proprio nell’essere globale). Tuttavia è ormai evidente che l’energia messa in campo da migliaia di comunità in giro per il mondo, che difendono pezzi della loro biodiversità, fanno rinascere mercati contadini, creano gruppi d’acquisto, recuperano antichi (eppur modernissimi) mestieri, sarà uno dei motori principali del cambiamento che vivremo negli anni a venire.

Farne parte è un’esperienza avvincente e appassionante, ma anche allo scettico consiglio almeno di approfondirne la conoscenza e non ignorarne l’enorme potenziale e la grandissima creatività. Nessuno immaginava che da pochi comitati di cittadini giustamente arrabbiati per la cattiva gestione dei loro acquedotti privatizzati, sarebbe nata la più grande avventura referendaria degli ultimi 30 anni: il movimento che sta crescendo attorno all’idea di “mangiare locale”, pur con le dovute differenze, mi ricorda tanto quella bella storia.

April 13, 2012

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la Valsusa

Chi ha visto la prima pagina di questo sito online qualche giorno fa, con il servizio di Andrea Bertaglio e Lorenzo Galeazzi, sono stato recentemente ancora una volta a Giaglione in Valle di Susa, per misurare la radioattività di quella che potremmo chiamare, senza ovviamente farlo sapere a chi propone il Tav, la miniera d’uranio d’Italia.

Ma non di uranio né di Tav parleremo oggi, ma di acque. Di acque del Comune di Giaglione che sono messe in pericolo dalle piccole grandi opere che già sono in atto e che non riguardano l’Alta Velocità Torino-Lione. Giaglione è un comune piccolo, ma stupendo: ricco di boschi, di declivi anche aspri ma verdi, di pascoli, di ruscelli, di prati, di case abitate da gente che definire schietta e ospitale è una realtà e non un complimento: un piccolo grande luogo, reso suo malgrado famoso dalle minacce presenti e future alla sua bellezza.

A Giaglione, il “canale di Maria Bona” è fonte di vita: un corso d’acqua che continua a scorrere a valle, dispensando fertilità e vita, parte di un equilibrio ambientale che perdura da secoli. Come la sorgente che alimenta le acque delle piccole borgate alte di S.Antonio, S.Anna e S.Rocco.

Adesso, nella frazione di S.Antonio, direttamente sulle sorgenti delle fontane di borgata e dietro le abitazioni, si sta realizzando la costruzione di un vascone antincendio delle gallerie SITAF dell’autostrada del Frejus. Nonostante fossero possibili altri siti per la sua costruzione, nonostante sia concreto il rischio di perdere le sorgenti, nonostante sia insensato utilizzare l’acqua dell’acquedotto comunale per il riempimento del vascone.

Inoltre l’IREN S.p.A. ha ottenuto il consenso dall’amministrazione comunale di Giaglione per scaricare nel canale storico di Maria Bona a monte dell’abitato e di tutte le captazioni irrigue. Il canale diventerebbe pertanto un’altra cosa: da canale irriguo, ma anche con valenza storica e ambientale, a canale di sfogo industriale per un bacino artificiale. Il rischio concreto è quello di trovare inquinanti di vario tipo, fanghi e acqua clorata nelle coltivazioni e nei prati. Infatti, il solo fatto che l’acqua che si vorrebbe scaricare debba essere clorata pone degli interrogativi sulla reale portata del pericolo di tale scarico. Il canale, infine, diventerebbe utilizzabile – nella pratica dei fatti – a discrezione dell’IREN e non sarebbe più “il canale dei Giaglionesi” come è ora.

Non è finita: i progetti presentati per il tunnel geognostico della Maddalena interverrebbero, qualora questo fosse realizzato, direttamente sulle captazioni dell’acquedotto comunale, chiamato “di Boscocedrino”.

A fronte di questa serie impressionante di minacce e di disastri, la popolazione locale, tramite un Comitato spontaneo (Tutela e Salvaguardia delle nostre acque) ha presentato una petizione al Comune di Giaglione, che però non pare interessato a dar troppo ascolto alle loro preoccupazioni e ai fatti e studi presentati. Molte iniziative di informazione sono state intraprese dal Comitato in questi mesi. Una petizione popolare è stata lanciata.

Io sono stato là molte volte, a Giaglione. Ho passeggiato fra quei prati per salite che per me cittadino erano ripide ma che loro percorrevano con studiata lentezza per non lasciarmi indietro. Ho visto la bellezza dei loro torrenti, ho visto che cosa purtroppo già succede a Giaglione, ho visto che cosa potrebbe succedere. Al di là dell’Alta Velocità, per la quale abbiamo almeno la consolazione che con ogni probabilità mai si farà, rivolgiamo un appello affinché Giaglione rimanga il bellissimo luogo che è attualmente, con un regime delle acque il cui equilibrio non va mutato con interventi fatti senza le necessarie cautele.

April 12, 2012

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Enel e inquinamento

Enel è colpevole di reati contro il clima, contro l’ambiente e contro la salute. L’arma che utilizza è il carbone. Per questo Greenpeace ha consegnato al colosso dell’energia un “avviso di garanzia” e ha messo sulle sue tracce una squadra di agenti speciali, il R.i.c. (Reparto Investigazioni Climatiche), che per i prossimi mesi gli staranno col fiato sul collo.

I R.i.c. di Greenpeace sono entrati per la prima volta in azione lo scorso 29 marzo presso la sede di Enel a Roma, in Viale Regina Margherita. Tre attivisti si sono calati dal tetto dell’edificio e hanno aperto uno striscione di 70 metri quadri con la scritta “Enel killer del clima”, altri hanno transennato l’ingresso per marcare la “scena del crimine”. Ma questo è stato solo l’inizio. Ogni giorno su www.FacciamoLuceSuEnel.org viene pubblicato un nuovo indizio contro Enel.

Ora l’indagine ha bisogno di migliaia di investigatori online. Sul sito anche tu puoi entrare a far parte del R.i.c, diffondere gli indizi e cercare nuove “reclute” tra i tuoi amici. Obbligheremo Enel a tirar giù la maschera: non è “energia che ti ascolta”, è energia che uccide il clima, e lo fa con i soldi delle nostre bollette e a spese della nostra salute.

A livello globale, il carbone è responsabile di più del 40% di tutte le emissioni di CO2. Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (Aea), la centrale a carbone di Enel Federico II di Brindisi è l’impianto industriale più inquinante in Italia per emissioni in atmosfera. Ogni anno causa danni ambientali, climatici e sanitari stimati tra i 536 e i 707 milioni di euro. Brindisi è solo uno degli 8 impianti a carbone che Enel ha in Italia e l’intenzione dell’amministratore delegato dell’azienda Fulvio Conti è di raddoppiare quasi la produzione. E non dimentichiamoci che l’azionista di maggioranza di Enel è il Ministero del Tesoro.

Greenpeace chiede a Enel di cambiare i suoi piani, eliminando il carbone e puntando sulle fonti di energia rinnovabile. Entra anche tu nella squadra su www.FacciamoLuceSuEnel.org per denunciare tutti i crimini collegati allo sporco business del carbone. Incastriamo il serial killer del clima!

vertenza rifiuti del Lazio

April 8, 2012

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vertenza rifiuti del Lazio

Paolo Simonini, del Coordinamento dei Rifiuti per il Lazio, è al quarto giorno di sciopero della fame “a difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini del Lazio”. Mentre una “croce della monnezza”, oggi a Pizzo del Prete (Fiumicino), sta facendo un percorso itinerante tra i luoghi simbolo della lotta dei cittadini crocifissi dalla vertenza rifiuti del Lazio.

“Un’ora sulla croce o trent’anni sulla discarica” – alcuni cittadini saliranno sulla croce per dire no alla politica delle discariche e degli inceneritori e proporre alle istituzioni la strategia rifiuti zero. In pratica si vuole una raccolta porta a parta spinta al 65%, con riduzione e riciclo dei rifiuti.

“Il ricorso a discariche ed inceneritori è per l’ennesima volta l’unica soluzione che gli organi istituzionali propongono per risolvere un’emergenza rifiuti creata nel tempo a favore di interessi privati. Da mesi i Comitati Cittadini si battono perché venga attuata l’unica soluzione possibile: la raccolta differenziata porta a porta.”

È proprio di oggi la notizia che l’Europa non riuscirà a ridurre del 50%, entro il 2020, la quantità di rifiuti in discarica. Ciò pare ben simboleggiato dall’enorme discarica di Malagrotta, “molto probabilmente la più grande in Europa”. Per chiudere tale obbrobrio, il ministro ha ideato un “piano per Roma” : il 12 di aprile si chiuderanno gli incontri con le istituzioni compete tenti per trovare una soluzione all’emergenza rifiuti a Roma.

Voglio qui proporre le lettere che Paolo Simonini, del Coordinamento Rifiuti Zero per il Lazio, ha scritto a Corrado Clini e a Renata Polverini:

“Corrado, scusami se ti chiamo per nome, ma più che al Ministro vorrei parlare all’essere umano. Ieri ho iniziato un nuovo sciopero della fame davanti al Ministero che tu dirigi. Lo faccio perché ho paura per il destino della mia terra. Perché sento che in questo momento potremmo uscire dalla logica distruttiva delle discariche e degli inceneritori, e iniziare un percorso sano e civile. Dopo un anno di lotte, la novità sei tu. Sei il primo a parlare di raccolta differenziata. Hai dimostrato di avere l’autorità e la competenza per prendere in mano questa difficile sfida. Avevo chiesto ai tuoi collaboratori (molto gentili) di poter avere un colloquio con te, insieme a una ristretta delegazione dei comitati cittadini, per esporti le nostre ragioni e la nostra visione. Ma evidentemente non è possibile o forse non ti interessa. Hai detto che vuoi parlare solo con le istituzioni, che rappresentano noi cittadini. Ma molti uomini e donne – una volta che ottengono un briciolo di potere – spesso sono costretti a fare gli interessi di chi li aiutati a raggiungerlo. E spesso questi interessi non coincidono con l’interesse pubblico. Ieri sono stato cacciato via insieme ai miei compagni, colpevoli di essere saliti su una croce per esprimere la loro preoccupazione, e una sofferenza che dura ormai da un anno.  Abbiamo rischiato una denuncia penale. Io non voglio rischiare la vita, sono un padre di famiglia. Però non voglio vivere in un paese dove non posso difendere il futuro dei miei figli, neanche con queste povere armi. Né posso rassegnarmi a subire. Continuerò lo sciopero della fame fino a giovedì 12. Se dopo vorrai ascoltarci, smetterò.

“Renata, sul problema dei rifiuti, tu hai chiesto a noi cittadini senso di responsabilità. E’ strano. Ce la chiedi proprio tu che hai scaricato la responsabilità delle tue decisioni su un commissario straordinario. Tu che hai parlato ai Romani del Sistema Integrato per la Gestione dei Rifiuti, sapendo benissimo che differenziata e inceneritori sono due strade alternative, incompatibili. Responsabilità? Se tu fossi una persona responsabile, ti saresti occupata di questo problema all’inizio del tuo mandato. Da più di 10 anni è stata annunciata la chiusura di Malagrotta, la più grande discarica d’Europa, che in 30 anni ha avvelenato un intero quartiere di Roma. E ora ci racconti che dobbiamo scongiurare un’emergenza?  E hai imposto un commissario che dovrebbe gestirne la chiusura e invece non fa altro che firmare proroghe? Malagrotta deve chiudere subito. E non ci sono altri siti da inquinare. Nella zona di Pizzo del Prete ci sono allevamenti e colture biologiche, bellezze archeologiche e paesaggistiche inestimabili,  c’è il Bambin Gesù – l’ospedale dei bambini. Non c’è posto per discariche e inceneritori. Non c’è posto a Corcolle e a Villa Adriana, una perla del turismo italiano. Non c’è posto a Riano, bellissima e colpevole soltanto di avere vicino delle cave pronte per essere riempite di immondizia. Nel Lazio, in Italia e su questo povero pianeta, non ci sono più posti da inquinare. E non c’è più posto, Renata, per persone che danneggiano l’intera comunità per il vantaggio di pochi. Tu sostieni che il politico deve decidere. E’ giusto, non vi paghiamo soltanto per parlare e andare in giro con le macchine blu. Ma decidere cosa? Che i nostri figli debbano morire di tumore? Che i Romani mangino  il cibo avvelenato che comincerebbe ad arrivare dalla campagna di Roma, che respirino i fumi e la diossina degli inceneritori? Renata, finora con noi hai mostrato arroganza. Ti rifiuti di ascoltare i cittadini, ci tratti come degli zero. Eppure noi, che siamo degli Zero, abbiamo ancora una speranza. Che dietro quell’arroganza si nasconda del coraggio. Facciamo appello al tuo coraggio, Renata.Prendi l’unica strada sana, quella della differenziata porta a porta, non solo a parole. Se dietro a te ci sono cattivi consiglieri, se ci sono lobby pronte  a lucrare ai danni dei cittadini, tu usa il tuo coraggio, digli di no anche se ti hanno aiutata ad essere eletta, fai vedere a tutti che non sei il burattino di nessuno. Se lo farai, noi saremo con te. Sì, Con Te – come dicevi a noi nei tuoi manifesti elettorali. Altrimenti sarà come a Terzigno o in Val di Susa, sarà una lotta senza fine, perché difendere la propria terra o la salute dei figli è qualcosa di imprescindibile, è un dovere per ogni cittadino degno di questo nome. Anche se è soltanto uno Zero.”

April 7, 2012

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le seconde case

Leggevo un editoriale in Italia dal titolo intrigante: “E’ ora di cominciare a fare le formiche”. Certo, direi anzi che è sempre l’ora di fare le formiche. Allora è il caso di descrivere quello che è successo solo poche settimane fa in Svizzera, quando si è votato per alcuni referendum. Due di questi in particolare ci indicano la forte propensione di questo popolo, testimoniata anche da un noto spot pubblicitario, ad investire proprio nelle formiche la propria immagine.

Il primo riguarda la limitazione a costruire seconde case o case vacanza. Un vero e proprio limite che impedisce di fatto la costruzione nelle zone di montagna e nelle valli, limitando al 20% di un Comune l’area di potenziali costruzioni. Poiché ogni Comune ha già delle seconde case, le possibilità rimanenti in tutta la Svizzera sono molto limitate. Formiche al lavoro quindi che impediscono la cementificazione del territorio già complicata in quel paese. Pensate che prima di farsi approvare un progetto per edificare, è necessario “piantare i pali”, cioè simulare ciò che verrà costruito, con dei pali che descrivono esattamente larghezza, lunghezza ed altezza del progetto. In questo modo chiunque vive nelle vicinanze può capire se la costruzione simulata da questa leggera impalcatura virtuale, può toglierti panorama, o impedirti di vedere altre case, o limitarti ore di esposizione al sole. Il cittadino quindi può impedire la realizzazione di questo progetto oppure, decidere di non ricorrere se il costruttore risarcisce l’eventuale danno. Possono opporsi naturalmente anche organizzazioni di quartiere o associazioni che abbiano interesse culturale a mantenere un assetto panoramico storico. Insomma una Valutazione di impatto ambientale strategica affidata direttamente ai cittadini ed ai residenti della zona. Solo dopo aver superato questo test, è possibile richiedere al Comune tutte le autorizzazioni a costruire. Grazie a questo sistema, oggi esiste in Europa un territorio come l’Appenzell, che visto dall’alto appare come enorme distesa di verde cangiante inframmezzata da cime e laghi, con qualche villaggio e casette inserite qua e là, collegata da piccole striscioline mai lineari che rappresentano le strade. Una regione dove le case sembrano quelle delle favole, poiché le abitazioni non superano l’altezza di un metro e ottanta centimetri (per esigenze di riscaldamento e non spreco energetico). Un posto dove anni fa il megacampione di Formula 1, Michael Schumacher, voleva costruire una villa con annesso circuito di prova per auto e dopo aver “piantato i pali” fu costretto a scappar via perché altrimenti il popolo li avrebbe piantati chissà dove.

Eppure la costruzione avrebbe comportato interessanti investimenti, indotto turistico, esposizione mediatica (pensate alla villa di Clooney sul lago di Como), a fronte di un raro disagio dal suono “roarr” che il pilota avrebbe provocato durante le sue poche permanenze nel luogo. Invece niente, nonostante il clamore austro-elvetico sulla vicenda il Campione non riuscì ad ottenere alcuna autorizzazione. Gli appenzellesi difesero il silenzio e l’aria pulita di quei luoghi, come i loro antichi parenti. Ancora oggi per tradizione, in Aprile, le votazioni cantonali ed i referendum si tengono nella piazza all’aperto e per alzata di mano, anzi di spadino.

L’altro referendum delle formiche svizzere era sulla possibilità di ottenere due settimane in più di ferie all’anno. A chi non piacerebbe? Al popolo svizzero. Il 66% della popolazione ha votato no alla proposta rifiutando l’idea di avere più ferie. Questo perché, avendo più periodi di ferie e non potendo modificare la produttività, gli svizzeri hanno pensato che sarebbero aumentati i ritmi di lavoro in maniera stressante, per cui meglio lavorare per più tempo con meno stress che lavorare meno ma male. Con il referendum il popolo ha deciso quindi: lavorare meglio, costruire meno. Bizzarre queste formiche!

di Massimo Pillera

April 4, 2012

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La raccolta differenziata

Una catasta di bottiglie d’acqua minerale vuote. Forse “catasta” è eccessivo. Sono qualche decina. Ammucchiate di fianco al lavandino della cucina. Non è la mia cucina e non sono mie nemmeno le bottiglie: io bevo solo l’acqua pubblica che sgorga dal mio rubinetto e guardo con malcelato disgusto le bottiglie di plastica che invadono le case dei miei concittadini. Le bottiglie in questione, però, dovrebbero rappresentare il “male minore”: sono prodotte con un materiale bio-vegetale compostabile. Insomma, possono (e devono) essere smaltite nell’umido, insieme agli avanzi di cibo. Avendo la fortuna di abitare in un comune dell’hinterland milanese che ha raggiunto il 66% di raccolta differenziata, la comparsa delle “eco-bottiglie” dovrebbe contribuire ad aumentare questa percentuale. Invece no. Capita che gli sfortunati cittadini che hanno scelto di consumare acqua in contenitori biodegradabili si trovino costretti a stoccarne quantità inimmaginabili nei loro appartamenti. Il motivo? È politico.

Andiamo con ordine. La raccolta differenziata, nel mio comune come in molti altri, è supportata da un robusto sistema sanzionatorio che punta a “educare” i trasgressori a suon di multe. Infilare delle bottiglie di plastica biodegradabile nel contenitore dell’umido diventa un rischio. Se si abita in un condominio, poi, al rischio della multa si aggiunge quello di attirare il biasimo dei condomini. Cosa può fare quindi il bravo cittadino? Telefona all’ufficio ecologia del comune per chiedere istruzioni. La prima risposta è un meraviglioso esempio di non-sense: “le metta insieme alla plastica”. Quando il bravo cittadino mi riferisce la vicenda, decido di provare a chiamare anch’io. Un po’ per curiosità, un po’ per “fare massa”.

L’impiegata con cui parlo sembra già più preparata del collega (il capo ufficio, sigh!) che ha somministrato la risposta-choc al bravo cittadino. Mi spiega che sanno dell’esistenza delle bottiglie ecologiche, ma purtroppo l’amministrazione non ha ancora fatto informazione in merito. Per fortuna concorda sul fatto che non si possano mettere insieme alla plastica. Quindi? Ecco le soluzioni proposte:

Il metodo clandestino: “potrebbe schiacciarle bene e metterle nell’umido chiudendole dentro i sacchetti in modo che non si vedano”. Faccio notare alla gentilissima impiegata che sarebbe scocciante prendere una multa nel caso fossero individuate e scambiate per plastica. La gentilissima impiegata concorda.

Il metodo creativo: “allora potrebbe smaltirle insieme all’indifferenziata, poi vanno all’inceneritore”. Certo, con doppio danno: il solito rischio della multa e, in più, la beffa di trasformare materiale compostabile in fumi dispersi in atmosfera. Magari non saranno velenosi ma… Anche in questo caso la gentilissima impiegata si trova costretta a concordare.

Infine: “vede, in questa situazione sarebbe necessaria una presa di posizione della politica…”

Qualche secondo di silenzio.

“Scusi, vuol dire che la questione delle bottiglie ecologiche deve passare dal consiglio comunale?”.

Altra pausa.

“Mandi un’email al Sindaco”.

April 3, 2012

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il petrolio in basilicata

Qualche tempo fa ho messo per la prima volta piede in Basilicata, l’ultima Regione d’Italia che a me piemontese mancava di visitare. Un Convegno sull’inquinamento ambientale a Potenza, organizzato dalla collega, prof. Albina Colella dell’Università della Basilicata (che mi ha anche aiutato a scrivere questo articolo fornendomi tutti i dati) e dal “Comitato Aria Pulita” della Basilicata.

A valle del Convegno, durante un forum di discussione, lessi un commento, che inizialmente presi come serio, fino a quando la collega non mi spiegò essere ironico: “E’ bello vivere in Basilicata: una terra incontaminata dove tutto funziona a meraviglia. Una regione dove aria, acqua e suolo sono liberi da ogni forma di inquinamento”. Io, da profondo nordico, avevo della Basilicata l’idea di una regione più o meno incontaminata e con una magnifica natura: e se la seconda parte è senz’altro vera (la Basilicata è bellissima, provate per credere), sull’incontaminata ho avuto modo – purtroppo – di ricredermi per un caso. Il Lago di “Pietra del Pertusillo” è un lago artificiale costruito tra il 1957 e il 1962, a sbarramento del fiume Agri. Le sue acque vengono usate per scopo irriguo e potabile, sia in Lucania che in Puglia, ma nel contempo è ubicato nell’area del più grande giacimento di idrocarburi in terraferma d’Europa e dista circa 8 chilometri da un centro di desolforazione dell’olio greggio, il Centro Oli di Viggiano. Il lago si trova in una zona ricca di risorse idriche, con fertili aree agricole, in gran parte nel Parco Nazionale della Val d’Agri, ma che ospita 25 pozzi petroliferi attivi.

Nel lago del Pertusillo scaricano 3200 tubature che riversano materiale inquinante; il dato viene fornito dall’Arpab, gli scarichi sono sia privati che pubblici. Denunce sull’inquinamento da idrocarburi delle acque del Pertusillo sono state fatte a più riprese, fino a culminare in un articolo (“Hydrocarbons in Sediments and Waters of the Pertusillo Dam, Italy”, Pag. 19 del Programma) presentato dalla prof. Colella ad un Convegno Internazionale sulla Protezione Ambientale nei Paesi del Mediterraneo, lo scorso anno. Un giornale d’inchiesta lucano (Basilicata24) ha appena denunciato pressioni “in alte sfere” per non diffondere notizie sull’inquinamento con un video-shock che sta facendo il giro della rete in questi giorni, che ha fatto seguito ad un altro video documentale. Episodi “spiacevoli” sono accaduti nel recente passato a esponenti dell’Ehpa (Associazione per la Tutela della Salute e dell’Ambiente di Basilicata) e ad altri, dopo aver analizzato le acque della diga e averne divulgato pubblicamente l’inquinamento, oltre che da idrocarburi anche da bario (un metallo pesante usato nei fanghi di perforazione petrolifera).

L’acqua del Pertusillo è acqua che “scotta”. L’Istituto Superiore di Sanità sta collaborando con l’Arpab per lo studio della qualità biologica delle acque di questo invaso: le analisi più recenti confermerebbero la presenza di idrocarburi, già denunciata e documentata anche nei sedimenti dell’invaso dal gruppo Ehpa e Oipa (Guardie Eco-Zoofile di Potenza) guidato dalla Prof.ssa Colella: analisi fatte dopo la moria di pesci nel lago del 2010 e 2011.

Un’area designata come parco nazionale, ma compromessa dalle trivellazioni petrolifere, dove l’agricoltura continua a morire e l’inquinamento sembra essere entrato nella catena alimentare: si trovano idrocarburi nel miele, fanghi e scarti di perforazione petrolifera sepolti nei campi contaminati dove vanno a pascolare le pecore, benzene e toluene nelle falde idriche intorno al Centro Oli Eni di Viggiano. Il centro di monitoraggio ambientale è stato avviato solo nel 2012, 13 anni dopo la stipula dell’accordo con l’Eni, e si riscontra la mancanza di un archivio storico dei dati utile per monitorare negli anni l’andamento delle emissioni inquinanti.

Gli abitanti lamentano un aumento delle patologie e i giovani emigrano in maniera inarrestabile. Ma ci sono in ballo miliardi di royalties delle compagnie petrolifere, che occupano i 2/3 del territorio regionale con 51 tra permessi di ricerca, istanze di ricerca, concessioni e campi di stoccaggio del gas, con due centri olio esistenti dell’Eni ed il costruendo centro olio a Corleto Perticara. Il memorandum recentemente siglato tra Stato e Regione Basilicata prevede il passaggio dell’estrazione di petrolio in Val d’Agri da 80 mila fino a circa 129 mila barili al giorno, che con l’attivazione dell’impianto di Tempa Rossa, a Corleto Perticara, saliranno fino a 175 mila barili.

Forse, la ricetta sarebbe poi semplice: evitare di mescolare il petrolio con l’acqua da bere e che si usa per coltivare. Ma che si debba sempre arrivare a denunce di ricercatori e a formazione di Comitati di cittadini in lotta per l’ambiente, pare un passaggio irrinunciabile, in Italia.

scritto in collaborazione con la Prof. Albina Colella, dell’Università della Basilicata

April 2, 2012

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Caro De Magistris ti scrivo…

Caro sindaco,

me lo aspettavo, ma speravo che non succedesse. La Napoli dell’America’s Cup “chiude” per traffico. E’ già andata in tilt prima dei preliminari.

Leggo con avvilimento il post del collega Vincenzo Iurillo: ingorghi di lamiere e servizi pubblici inefficienti. E a farci una figuraccia Napoli e i soliti napoletani iconografici. Per non (s)parlare della Sua amministrazione che si è mangiata una bella occasione di lustro. Sono napoletana veracissima e so bene che sono anni che si parla di ridisegnare la mappa dei collegamenti pubblici e di crearne di nuovi, anche via mare. Non sono una tecnica, ma questa potrebbe essere una linea guida: ci si imbarca a Bagnoli, su traghetti o aliscafi, fermate intermedie lungo il percorso su pontili mobili, fino ad arrivare a Molo Beverello, volendo anche oltre. Allo sbarco, mezzi pubblici funzionanti per trasportare i “trasportati” più o meno a destinazione. Peccato, il percorso via mare sarebbe potuto diventare il simbolo orgoglioso Suo e della città. I fruitori di questo servizio oltre a decongestionare il traffico, godrebbero di un panorama mozzafiato, con una prospettiva inversa del lungomare. Sa, sindaco, i napoletani, come i bambini, vanno educati alle buone maniere per disincentivarli all’uso selvaggio della macchina. Una soluzione di buon senso e  ”nautica”, che, tra l’altro, con l’evento velistico avrebbe potuto avere un bellissimo “varo”,  poteva almeno essere tentata, o no?

Parlo al telefono con Marco Balich, veneziano, un creativo puro, presidente della Filmaster, ha firmato la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi di Torino, il Bicentenario del Messico, e farà l’apertura e lachiusura della Uefa Euro 2012 nonché delle prossime Olimpiadi in Brasile nel 2016, insomma uno che di grandi eventi se ne intende. Mi dice: “Ho accettato di lavorare per Napoli, per le selezioni della America’s Cup a budget ridottissimo, rispetto ai miei standard. Ma l’ho fatto volentieri perché voglio bene a Napoli e voglio che la città vinca la sua scommessa sul futuro”.

Dal mare alle stelle, altro biglietto da visita internazionale è l’Expo Spazio che si terrà a Napoli dal 1 al 5 ottobre. E Norberto Salza, Executive Director del Comitato Organizzatore, avverte: “Vietato fare brutta figura, visto che l’anno prossimo l’Expo si terrà a Pechino… ci siamo capiti”.

Mi raccomando sindaco, Napule non è più una carta sporca, come canterebbe Pino Daniele.

Lo so, scommettere sul futuro significa giocare a favore di ciò che non esiste e che, proprio per la sua intangibilità, possiamo solo immaginare.

Dott. De Magistris, io sono una sua fan e l’ho votata. La prego, non me ne faccia pentire.

Sua,

Januaria Piromallo

April 1, 2012

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Rifiuti e camorra

Dai rifiuti hanno iniziato con una piccola azienda di commercio rottami. Nei rifiuti hanno conservato il core business. E sempre sui rifiuti stavano preparando nuovi affari. I Ragosta non hanno mai smesso di operare in questo settore, anche quando acquisivano alberghi di lusso in costiera amalfitana e aziende dolciarie di grande prestigio, come la Lazzaroni e la Sapori. Mentre il Tribunale del Riesame di Napoli si appresta ad affrontare le richieste di scarcerazione relative all’inchiesta sui vertici del gruppo, sul quale pende l’accusa di aver riciclato i soldi del clan Fabbrocino e di aver partecipato a un sistema di compravendita di giudici tributari e delle loro sentenze, dai cassetti della Regione Campania spunta un progetto dei Ragosta per la “realizzazione di un impianto per la gestione dei rifiuti pericolosi e non” nella zona industriale San Nicola, a Caserta.

E’ stato presentato nell’ottobre 2010 da una società del gruppo, la Ricicla Molisana srl con sede a Caserta, Lo Uttaro, che figura tra quelle sequestrate e affidate a un amministratore giudiziario. E’ un’azienda citata diverse volte tra le 1204 pagine dell’ordinanza di arresto firmata dal Gip Alberto Capuano. In particolare, nel provvedimento si afferma che la Ricicla Molisana srl, costituita nel 2003, è stata chiamata così per provare a espandere gli interessi del gruppo sul territorio del Molise. E si ricorda che nell’aprile 2008 la Gdf ha avviato 27 accertamenti fiscali su 8 società dei Ragosta, tra le quali anche la Ricicla Molisana srl. Ecco cosa scrive il Gip: “All’esito della verifica, finalizzata al controllo della normativa vigente in materia di finanziamenti agevolati alle imprese, è stato accertato che la Ricicla Molisana srl, quale società beneficiaria, allo scopo di conseguire illecitamente l’erogazione della contribuzione dalla Regione Campania, aveva presentato una perizia giurata non corrispondente al vero e false dichiarazioni sottoscritte dal legale rappresentante…”.

Due anni e mezzo dopo le ispezioni dei finanzieri, la Ricicla Molisana ha depositato l’istanza in Regione Campania per l’impianto di trattamento rifiuti pericolosi a Caserta. E c’è anche un primo ok. E’ scritto in un decreto dirigenziale del 2 dicembre 2011. Col quale il dirigente responsabile certifica che il progetto ha ottenuto l’esclusione dalla procedura di Via (Valutazione Impatto Ambientale). Purché si rispettino alcune prescrizioni di riqualificazione e tutela del territorio: una barriera a verde, accorgimenti per lo scolo delle acque verso vasche a tenuta, depurazione, impermeabilizzazione del suolo. Ora nel consiglio regionale campano qualcuno si chiede se sia il caso di portare a termine l’impianto dei Ragosta. Alla luce delle imputazioni di camorra che hanno colpito gli imprenditori originari di San Giuseppe Vesuviano, e non solo. A sollevare la questione è il capogruppo di Idv, Eduardo Giordano, che annuncia un’interrogazione al Governatore Pdl Stefano Caldoro: “Bisogna far luce su una vicenda sempre più dalle tinte fosche. Il centrodestra campano spieghi questo ennesimo vergognoso controsenso di dare il via libera al trattamento di rifiuti pericolosi e non in un’area da bonificare in previsione della nascita del Policlinico. Ancora una volta quando si tratta di fare affari, la politica non si tira indietro a danni della povera gente”.

Intanto la Eco Transider srl, altra società dei Ragosta, è stata colpita da un’interdittiva antimafia. Circostanza che mette a rischio la raccolta dei rifiuti in settanta comuni della Campania. Decine i comuni del casertano e del napoletano che stanno revocando gli appalti oppure sono interessati a gare in corso in questi giorni: Casagiove, Santa Maria Capua Vetere, Gricignano d’Aversa, Villa Di Briano, Marcianise, Cellole, Brusciano, Villaricca, Somma Vesuviana, San Sebastiano al Vesuvio, Ottaviano, Bellizzi, Acerra. L’allarme, si legge in un’agenzia, è stato lanciato da uno legali del gruppo, l’avvocato Alfonso Quarto. La nota del legale ha indotto il gip Capuano a firmare un provvedimento giudiziario con il quale rimette ai comuni, alla Prefettura e alla Regione Campania con circostanziate considerazioni, le valutazioni del caso disponendosi la necessita’ di consentire agli ausiliari del giudice di proseguire l’amministrazione dell’azienda. ”Intervenire a cose fatte e cioé dopo il sequestro – scrive il gip nel suo provvedimento – significa mortificare l’azione di gestione dei beni da parte dell’amministrazione giudiziaria che, si ricordi, è organo ausiliario del giudice penale; procedere con l’interdittiva antimafia nei confronti dell’impresa in sequestro giudiziario va in conflitto con gli obiettivi propri del sequestro, finalizzato al mantenimento, alla conservazione ed all’eventuale incremento del complesso aziendale, dei livelli occupazionali e delle attività economiche dell’impresa, attraverso un procedimento di legalizzazione finalizzato alla ipoteca confisca”.

Il giudice si sofferma anche sull’impatto di questo tipo di vicenda sull’opinione pubblica: ”con l’ulteriore risultato, indiretto e certamente non voluto, ma gravissimo in termini di percezione sul territorio, che i cittadini assistono attoniti alla presenza di un’impresa che lavora ad opera, garantendo occupazione e produttività, quando è amministrata dagli imprenditori coinvolti in indagini di criminalità organizzata, e sostanzialmente chiude (perché questa è la conseguenza) quando è amministrata dagli organi dello Stato, i quali sono costretti a licenziare maestranze e liquidare i beni”.

Taranto ambientalisti

March 31, 2012

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Taranto ambientalisti

Una città divisa, spaccata, quasi immobilizzata. Da una parte il diritto al lavoro, dall’altra il diritto alla salute. Lavoratori ed ecologisti, come guelfi e ghibellini. Operai contro le istituzioni e ambientalisti contro la fabbrica che inquina. Al centro l’Ilva di Taranto, lo stabilimento siderurgico fonte di inquinanti che secondo le perizie “causano malattia e morte”. Il giorno della chiusura dell’incidente probatorio chiesto dalla procura è anche il giorno dello scontro “evitato”. Il questore di Taranto, pochi giorni fa ha infatti vietato con un’ordinanza che le due fazioni si potessero trovare insieme davanti al palazzo di giustizia.

Ottomila operai, secondo l’azienda, sarebbero scesi per le strade a manifestare e urlare “Giù le mani dallo stabilimento”. Per alcuni, quelle ore di lotta, sono state retribuite dall’azienda come straordinario. Hanno cantato, urlato e sfilato per le vie del centro con gli striscioni: non i soliti realizzati con una bomboletta spray su un lenzuolo bianco, ma stampati in serigrafia, con slogan accuratamente selezionati. “Ce li hanno dati loro, mica li abbiamo fatti noi” afferma un operaio che però non vuole esporsi per paura di ritorsioni. I sindacati non c’erano: avevano chiesto ai lavoratori di non accettare l’invito dell’azienda di scendere in piazza, ma i dipendenti non l’hanno nemmeno letto quel piccolo pezzo di carta affisso dai sindacalisti all’ingresso dello stabilimento, accanto a quello gigante, voluto dall’Ilva, che invitava alla lotta.

Dall’altra parte, a pochi metri da un tribunale blindato dalle forze dell’ordine, pochi ambientalisti. Non c’erano i duemila che il 17 febbraio hanno pacificamente assediato il palazzo di via Marche. Dopo l’ordinanza del questore, infatti, il fronte si è spaccato: le associazioni hanno chiesto di non manifestare per evitare scontri, ma lo zoccolo duro è giunto comunque in corso Italia per sostenere i magistrati e ribadire il loro sostegno agli operai. “L’Ilva non vogliamo – era scritto su uno striscione – ma agli operai ci teniamo”.

Nell’aula al piano terra del tribunale intanto, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, i periti nomini dal gip Todisco, hanno illustrato le 282 pagine del documento che compongono la relazione depositata lo scorso 1 marzo. Hanno confermato che a Taranto, tra il 2004 e il 2010, vi sono stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica. Hanno confermato il dato più ‘sorprendente’, come lo hanno definito dinanzi al giudice: nei bambini e negli adolescenti fino a 14 anni è stato riscontrato “un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie” e un’elevata presenza di tumori in età pediatrica.

L’udienza è finita in serata: il gip Todisco ha chiuso l’incidente probatorio ammettendo quindi i risultati delle perizie, epidemiologica e ambientale, come prove nell’eventuale processo. Il magistrato ha acquisito anche l’integrazione dei periti chimici, che hanno ribadito “eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali” e infine anche una breve relazione dell’Arpa Puglia che conferma che le emissioni di benzoapirene e di polveri sottili, sono superiori ai limiti imposti dalla legge. Ora gli atti tornano alla procura che proseguirà le indagini: già dai prossimi giorni però potrebbe arrivare sul tavolo del gip la richiesta di sequestro o di altre misure cautelari per interrompere, laddove necessario, il reiterarsi di reati.

March 30, 2012

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salvaiciclisti dalla censura

Come alcuni già sapranno, fino a qualche giorno fa ero solito pubblicare gli aggiornamenti della campagna #salvaiciclisti dalle colonne di un blog ospitato da gazzetta.it. Poi, dopo aver criticato apertamente Michele Acquarone, direttore di RCS Sport (e quindi capo supremo del Giro d’Italia), a causa della sua volontà di non supportare l’iniziativa #salvaiciclisti attraverso la corsa rosa, sono stato messo alla porta e il mio blog è stato cancellato.

Non voglio entrare nel merito della questione: chi volesse saperne di più può andarsi a leggere come è andata su questo sito. Personalmente ho sempre pensato che il dissenso fosse un diritto inviolabile e la censura una forma di barbarie che, al pari del razzismo e dell’omofobia dovrebbe essere relegata tra le aberrazioni del secolo appena trascorso.

Ricevere asilo tra le pagine digitali del Fatto Quotidiano dimostra che ancora c’è qualcuno disposto a dare spazio a chi ha un’opinione diversa, a chi non ha paura di essere scomodo. Colgo questa opportunità per continuare a raccontare l’evolversi della campagna #salvaiciclisti.

Chiunque volesse sostenere #salvaiciclisti può farlo unendosi agli altri 12.000 sul gruppo Facebook, oppure può utilizzare l’hashtag #salvaiciclisti in tutte le proprie comunicazioni su Twitter. Tutti gli  aggiornamenti li trovate sulla pagina: facebook.com/salvaiciclisti

Migrazioni in Asia e Pacifico

March 29, 2012

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Migrazioni in Asia e Pacifico

La situazione in Thailandia dopo l'alluvione nel novembre 2011

Esplosione demografica e cambiamenti climatici non vanno d’accordo. Lo sanno bene le popolazioni di Asia e Pacifico, le due aree al mondo densamente popolate più colpite dal global warming. Lì, a causa dei disastri naturali legati al clima, solo negli ultimi due anni più di 42 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. E la situazione è destinata a peggiorare. Lo rivela il rapporto Addressing climate change and migration in Asia and the Pacific della Asian development bank (Adb), che avverte: “I cambiamenti climatici aumenteranno la frequenza e la gravità di tali eventi, rendendo zone sempre più ampie inospitali e insicure per gli insediamenti umani”. Il cambiamento climatico ha implicazioni ambientali e umanitarie, dunque. Ma anche finanziarie: Adb rivela infatti che, per arginare i problemi delle zone colpite, saranno necessari investimenti per 40 miliardi di dollari all’anno. Secondo la banca, di conseguenza, la minaccia climatica potrebbe diventare una grande opportunità.

“L’evoluzione del clima non è solamente responsabile dell’innalzamento del livello dei mari e di periodi di siccità nefaste per le colture: spinge anche un numero crescente di persone a lasciare le loro case per altri orizzonti”. A preannunciarlo era stato lo scorso autunno il Dipartimento di Stato americano. Che, nel suo documento Climate migration – Gains the world’s attention, mostrava come tutto il mondo si era iniziato ad accorgere di un fenomeno in realtà già noto da tempo: le migrazioni climatiche.

Oggi anche ai più “eco-scettici” risulta difficile ignorare che decine di milioni di persone, ogni anno, vedono spazzata via la propria casa, o rischiano di vedere il proprio Paese inghiottito dall’oceano. Ma la situazione, ormai a un passo dall’essere fuori controllo, ha in particolare conseguenze enormi sugli abitanti delle aree asiatiche più densamente popolate e degli Stati-Isola del Pacifico, dove sempre più vittime del clima vedono nell’emigrazione l’unica possibilità di futuro.

Il pericolo più incombente, secondo lo studio di Adb, rimane quello delle inondazioni, sia nelle zone costiere che fluviali. Ma alluvioni come quelle che hanno recentemente flagellato la Thailandia, mettendo in ginocchio anche l’industria globale dell’high-tech, o che minacciano Paesi come India, Bangladesh, Afghanistan o Birmania potrebbero essere tenute sotto controllo, per la Banca per lo Sviluppo asiatico, con misure e soprattutto con infrastrutture adeguate.

Per Bindu Lohani, vice presidente di Adb per lo sviluppo sostenibile, servono ad esempio politiche ed interventi urbanistici che possano aiutare queste masse di migranti ad integrarsi facilmente nei luoghi di accoglienza. “I governi non dovrebbero aspettare ad agire – puntualizza Lohani – Muovendosi ora, possono ridurre la vulnerabilità, rafforzare la resilienza e sfruttare le migrazioni come uno strumento di adattamento, piuttosto che lasciarle diventare un atto di disperazione”.

Ma ciò che preme maggiormente Adb, istituita negli anni ’60 per promuovere lo sviluppo di quelle regioni con finanziamenti e consulenza tecnica (e costituita a suo tempo sul modello della Banca mondiale su iniziativa di Stati Uniti, Giappone ed alcuni Paesi europei), è fare capire ai governi a cui è indirizzato il suo studio che le minacce del global warming possono trasformarsi in opportunità. Come? Investendo da qui al 2050 le centinaia di miliardi di dollari necessari per costruire nelle nazioni interessate infrastrutture capaci di rendere meno traumatici gli effetti di tifoni, uragani ed alluvioni. “Servono investimenti per creare resilienza”, fa notare in questo video il dirigente Adb Bart Edes.

March 28, 2012

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Bozza del decreto scritta dallenel

E’ diventata un giallo la bozza del decreto legge sulle energie rinnovabili, in corso di elaborazione in questi giorni presso il Ministero dello Sviluppo economico. Il testo che è circolato nelle ultime ore – le cui bozze sono state pubblicate sul sito Quale energia - ha nelle proprietà del file la firma Enel Spa e il nome di una funzionaria della società energetica italiana, Marzia Germini. Un’ipotesi che ha spinto ieri l’ufficio stampa del ministero guidato da Corrado Passera a smentire categoricamente il coinvolgimento di Enel nella preparazione del decreto legge: “La notizia circolata su alcuni organi di stampa secondo cui Enel avrebbe inviato al Mise una bozza di decreto relativa agli incentivi per il fotovoltaico è, ovviamente, del tutto infondata”, si legge su una nota stampa.

Questa mattina la vicenda si è poi contorta, dopo la divulgazione di un comunicato della stessa Enel. La società energetica ha avviato nelle scorse ore un’indagine interna per “verificare eventuali manipolazioni che attribuirebbero a collaboratori dell’azienda l’origine del file pubblicato su alcuni quotidiani online”. Secondo Enel, dunque, i file pdf divulgati nelle scorse ore sarebbero stati modificati ad arte, inserendo il nome della società e del manager nel campo autore.

Marzia Germini – la funzionaria che appare nei file – è irraggiungibile. L’ufficio stampa Enel ha ordini tassativi: “Lei è del tutto all’oscuro e non desidera parlare con i media”. Il profilo Linkedin del manager è stato rimosso nelle ore scorse, anche se le informazioni sono ancora accessibili attraverso la cache di google. Sul suo spazio del social network usato dai professionisti e dai manager, si legge l’attuale funzione presso Enel, ovvero Environmental Regulation Analyst. Una carica che, evidentemente, è assolutamente attinente con il contenuto del decreto. L’inserimento del suo nome all’interno della bozza – che secondo Enel potrebbe essere avvenuto manipolando il file – farebbe ipotizzare un’attività di lobbying, che lo stesso ministero ha subito smentito.

A preoccupare il mondo ambientalista sono però le nuove norme inserite nelle bozze del decreto in fase di elaborazione. Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, punta il dito sull’ipotizzata riduzione degli incentivi per gli impianti fotovoltaici: “Dalle notizie che filtrano in queste ore sembrerebbe che si stia per sferrare l’ennesimo colpo mortale alle rinnovabili: il Governo, infatti, si starebbe apprestando a mettere mano agli incentivi in maniera assolutamente insostenibile sia per il fotovoltaico, sia per altre fonti da rinnovabili”. Sul giallo dell’autore delle bozze è poi intervenuto il senatore Francesco Ferrante, del Pd: “Il Ministero dello Sviluppo economico deve fare al più presto chiarezza, perché risulta che l’autore del file del documento, che è su carta intestata del Ministero, sia un’analista dell’Enel e il solo sospetto che vi possa essere un’influenza esterna nella stesura del documento non può che accrescere lo stato di tensione nel settore”.

March 27, 2012

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Salvare il pianeta?

Quello di volere “salvare il pianeta” è forse uno dei propositi più ridicoli concepiti dalla presuntuosa mente umana. Siamo talmente sicuri di essere al centro di tutto, noi esseri umani, che pensiamo davvero di potere porre fine all’esistenza di un pianeta come la Terra. Semmai, l’inquinamento di origine antropica uccide (in certi casi fino a portare all’estinzione) migliaia di specie vegetali ed animali (inclusa appunto la nostra), ma non il pianeta.

Adottare politiche, tecnologie o stili di vita più ecocompatibili, quindi, può portare noi esseri umani a prolungare la nostra permanenza sulla Terra. Perché nel momento in cui dovessero avverarsi le previsioni dei più catastrofisti, saremmo noi ad andarci di mezzo, non un astro che esiste da ed esisterà ancora per miliardi di anni.

Il migliore esempio della nostra miopia è forse quello dell’energia nucleare. Produrre scorie che rimangono radioattive anche per centinaia di migliaia di anni (quando solo 25mila anni fa l’essere umano ancora si arrampicava sugli alberi delle savane africane), solo per illudersi di pagare meno una bolletta, è appunto di una presunzione, e di un egoismo, incredibili.

Ci sarà la tecnologia a salvarci da noi stessi, se ancora ci saremo, fra altri 25, 50 o 100mila anni? No, la tecnologia può salvarci oggi, aiutandoci a passare subito dalla quantità alla qualità, a produrre meglio, non di più, in modo da evitarci di ridurre il “nostro” pianeta un deserto radioattivo che, comunque, a differenza nostra avrà sempre e comunque un futuro.

March 26, 2012

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Category: Ecologia

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“menopeggismo”

È singolare come quando noi ambientalisti denunciamo qualche misfatto, l’autore dello stesso spesso si difenda con frasi che tendono ad evidenziare che comunque “c’è di peggio”. E’ quello che si potrebbe definire con un neologismo “il menopeggismo”.

Mi è venuta da fare questa considerazione leggendo i commenti al mio ultimo post, che, oltre a scatenare i troll, ha dato modo ai menopeggisti di tirare fuori considerazioni del tipo: “e allora cosa dire dei campi di calcio? e dei megaimpianti?”

Ma la prima volta che sentii da ambientalista i menopeggisti in azione fu con i cacciatori. Quando li accusavamo di uccidere la fauna selvatica, loro puntualmente ci rispondevano “e allora cosa dire degli uccelli che muoiono a causa dei pesticidi?” Il che, poi, tradotto, significa “sì, noi ne uccidiamo, ma i pesticidi ne uccidono di più”. Classico menopeggismo. Diciamolo: un modo piuttosto rozzo per giustificare il proprio operato.

A parte la considerazione, ovvia, che noi ambientalisti così come abbiamo validi argomenti contro la caccia li abbiamo contro i pesticidi, ma poi è forse una giustificazione il menopeggismo? C’è chi fa peggio. Ma io lo trovo delirante. E allora? Se c’è chi fa peggio io sono autorizzato a fare il male?

Eppure, a ben vedere, questo è un atteggiamento ricorrente anche in altri campi, non solo in campo ambientale. Un argomento utilizzato anche dai nostri politici, quando li si critica, ed esce fuori la frase “ma guardiamo piuttosto a…”. E allora? Guardiamo pure a…, ma la tua responsabilità rimane, in toto.

Mi resta un dubbio, che magari voi lettori mi potete sciogliere. Il menopeggismo è tipico della cultura italiana? Rientra a pieno titolo nella classica tendenza italiana di non prendersi le responsabilità? E anche in quella di fare i furbetti? Oppure è diffuso ovunque?

Chi lo sa mi risponda. Perché io da buon ambientalista, viaggio pochissimo. E qui inserisco idealmente la faccina col sorriso degli emoticon.

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