May 17, 2012

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Il potere dell’architettura

Barriere, pali, divieti, transenne, dissuasori, cancelli, simboli che rimandano materialmente sensazioni di ostilità e diffidenza e riducono il senso di coesione e solidarietà collettiva: è l’architettura delle metropoli contemporanee che incita alla violenza e amplifica le tensioni e le differenze sociali. Un design urbano da “trincea” improntato sullo scontro e la negatività secondo lo studio “Urban landscape’s power to hurt or heal” svolto a Berlino, Beirut, Belfast e Amsterdam dall’Università di Manchester nel Regno Unito. Autore dell’analisi è Ralf Brand , docente presso la School of Environment and Development dell’ateneo, che ha rilevato nelle quattro città – selezionate come scenari di specifici disagi sociali, etnici e religiosi – i segni distintivi di un’architettura aggressiva che ha l’effetto di una “bomba” emotiva pronta ad innescare contrasti e a far esplodere ansia e angoscia.

La lista degli “errori” architettonici stilata da Brand è lunga e originale. Il presupposto è che le città sono capaci di ispirare emozioni divergenti al nostro passaggio. Ma la conclusione è che spesso si tratta di reazioni opposte a quelle che i progetti di architetti e designer si propongono di scatenare. Un esempio? Il ponte realizzato sull’autostrada Westlink a Belfast è stato costruito per permettere il passaggio pedonale tra il centro urbano e il Royal Victoria Hospital ma si è trasformato in un luogo privilegiato per il lancio di sassi e oggetti contundenti tra le storiche fazioni religiose che da sempre insanguinano la roccaforte dell’Irlanda del Nord. L’architettura comunica gli equilibri di potere che regolano la società: se a Beirut per i designer è difficile scegliere tinte e colori che non siano stati adottati da fazioni politiche; ad Amsterdam, secondo le interpretazioni suggerite dallo studio, l’imponente facciata del palazzo della Polizia nel quartiere Slotervaart lancia messaggi minacciosi e di controllo “statale” alla vicina moschea, creando un clima di inimicizia.

L’elenco include le idee restrittive e poco funzionali, come le strutture divisorie in ferro battuto erette per evitare che gli angoli dei palazzi vengano utilizzati come bagni pubblici: “Non fanno altro che creare l’impulso contrario: la voglia di trasgredire, saltare l’ostacolo e usare il luogo come un wc a cielo aperto”, si legge tra le pubblicazioni universitarie firmate da Brand e disponibili sul sito dell’Economic and Social Research Council che ha finanziato il progetto di ricerca nel Regno Unito. Una mappa dell’odio urbano tra paletti e contenitori per la spazzatura che diventano armi appetibili per sfogare la violenza durante gli scontri di una manifestazione o semplicemente si convertono in obiettivi vulnerabili al vandalismo più spicciolo. Accanto alle arterie senza riferimenti o alle rotonde prive di qualsiasi identità che veicolano la circolazione, tipiche degli anonimi quartieri periferici e colpevoli di alimentare l’alienazione, non invogliando a passeggiare e a vivere insieme la strada. “Il design non può risolvere i conflitti – è la tesi di Brand – ma se usa l’intelligenza servirà ad appianare le discrepanze e a favorire la convivenza pacifica. Deve spingere a condividere e non a separarsi, deve suggerire e non vietare”.

di Adele Brunetti

May 13, 2012

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elogio del pettegolezzo

Nutro la massima considerazione per il gossip o, se si preferisce, per il pettegolezzo, per la semplice ragione che, se si vuole andare alle origini del giornalismo, è lì che si arriva. Le prime giornaliste? “Le capere” ha sempre risposto Umberto Eco, fra gli intellettuali più raffinati della nostra contemporaneità.

E’ stato il primo sito di gossip politico/economico. Da notizie boom boom alle lezioni di giornalismo al Master della Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Dal computer (che è il suo ufficio) alla cattedra, dalla Rete alla bacheca, Dagospia compie 12 anni. Ma lui, Roberto (non siamo più abituati a chiamarlo per nome) non troneggia e dice: “Sono stato accolto da alta indifferenza e da basso snobismo. Farcela, per 12 anni, è stato un miracolo!”

Piaccia o no, Dago ha cambiato il sistema di comunicazione on line (sorry, ma Repubblica.it, Corriere.it e il Fattoquotidiano.it sono venuti dopo).” È stata una lotta alla sopravvivenza, sono partito da zero, senza nessun editore alle spalle. E, cliccata dopo cliccata, mi sono conquistato il mio spazio”. Piaccia o no, per molti rimane una delle migliori fonti d’informazione. E’ stato il pioniere ( almeno da noi) dell’ infotainment, informare divertendo. E quando sbaglia ( può capitare) paga di tasca sua ( per cause di diffamazione passate e in corso). Non gli si può negare fiuto politico, Roberto è stato tra i primi supporter di Beppe Grillo, in tempi in cui la grande stampa ignorava del tutto le gesta del “guitto” genovese o ne parlava in termini di peste bubbonica.

Dal suo vecchio lavoro di Dj ( la sua vera passione) Dago ha imparato l’arte di miscelare l’alto e il basso. Frulla il trash e lo chic. Il risultato sono le sue cronache utra/cafonal, campionario irresistibile di volti “picassiani” colti dall’ obbiettivo di Umberto Pizzi e specchio (delle brame) del potere godereccio e mangiereccio.

Una volta Pino Aprile, scrittore attento al dettaglio sociale, disse: Se non sei su dagospia, non esisti…Monti o non Monti, il gossip non morirà mai, tutt’al più si aggiorna, si fa update. Il gossip alletta, è un lusso a buon mercato che tutti si possono permettere. E come Matilde Serao insegna: il pettegolezzo è come una puntura di una vespa, fa male ma dura poco.

Il motto di Dago è il gossip di oggi è la notizia di domani…

di Januaria Piromallo

May 12, 2012

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Snapchat, inviare sms e foto

Il “sexting”, ossia l’invio di sms e di foto piccanti da un cellulare all’altro, potrebbe essere ancora più sicuro, grazie ad una nuova app gratuita messa a disposizione dall’App Store (e scaricabile qui) che consente a chiunque di inviare da un i-phone all’altro foto che si autodistruggono da uno a 10 secondi dopo essere state viste.

L’app Snapchat, se installata sia sullo smartphone di chi riceve che su quello di chi invia, consente di chattare in tempo reale con altre persone tramite foto e, impostando il timer integrato nell’applicazione, di decidere anche il tempo massimo di visualizzazione dell’immagine. Naturalmente, è semplice pensare subito a sistemi informatici che aggirino questo tipo di applicazione, come ad esempio un semplice screenshot del proprio smartphone. La app però sa come difendersi da questa eventualità e di fronte al tentativo di eludere la “riservatezza” che la procedura vuole preservare invia in automatico al mittente un messaggio in cui si segnala la mossa “sleale” del destinatario.

Snapchat potrebbe dunque sembrare la via ideale per fare “sexting protetto”, oppure un canale sicuro per condividere, seppur temporaneamente, documenti e dati sensibili, ma non sfuggirà anche a quelli meno avvezzi alla tecnologia che il meccanismo resta facilmente aggirabile: per esempio facendo una foto alla foto che si è appena ricevuta e che si vuole guardare per più dei dieci secondi stabiliti. Non a caso, come si legge nell’articolo del “Daily Mail” che lo descrive diffusamente, le note di privacy dei realizzatori parlano appunto di mancata garanzia alla cancellazione definitiva dell’immagine e di “uso a proprio rischio”. E infatti, finora, non è chiaro nemmeno quale sia l’effettivo percorso dell’immagine apparentemente eliminata.

“Quella che viene presentata è un’applicazione interessante, almeno potenzialmente. Solo che c’è da saperne di più, soprattutto per quanto riguarda l’effettiva ‘scomparsa’ dell’immagine. Verrà archiviata in un database e resterà associata al numero che identifica l’utenza (id), oppure sarà definitivamente distrutta? Nel primo caso potrebbero sorgere problemi in sede di tutela della privacy. Nel caso in cui, invece, la rimozione promessa sia effettivamente praticata, allora questa app potrebbe essere una significativa novità”, ha dichiarato Francesco Pizzetti, presidente dell’Autorità Garante per la Privacy.

Quella che potrebbe sembrare una funzionalità frivola potrebbe rivelarsi però uno strumento molto utile e in certi casi determinante. Un sistema di questo genere avrebbe infatti potuto salvare la carriera politica di Anthony Weiner, il deputato democratico Usa costretto a dimettersi l’anno scorso dopo lo scandalo che lo ha visto protagonista, detto “Weinergate“ : il politico aveva inviato via telefonino a molte donne, alcune sospettate di essere minorenni, sue foto osé in cui era ritratto a petto nudo e in biancheria intima. Foto che poi sono spuntate fuori provocando indignazione generale e innescando le sue dimissioni. Oltre a lui, anche il caso che travolse il matrimonio del campione di golf  Tiger Woods, che due anni fa divorziò dalla moglie Elin Nordegren. La sua consorte infatti scoprì, proprio attraverso sms erotici, i suoi molteplici tradimenti.

Proprio in onore a quella vicenda, qualche mese fa era nato infatti TigerText, predecessore di Snapchat, un’applicazione meno evoluta, scaricabile gratuitamente per Blackberry, iPhone e Android, che autodistruggeva dallo smartphoe del destinatario sms indesiderati e foto inopportune una volta trascorso un margine di tempo stabilito, che in quel caso andava dai 60 secondi ai 30 giorni. Un’applicazione che, secondo i creatori di TigerText, potrebbe essere sviluppata in futuro per tutelare anche video e documenti in generale. Anche se, a conti fatti, la strada più sicura resta quella di evitare di inviare sms o foto compromettenti quando non si è sicuri del destinatario. Ma per accorgersene non è ancora disponibile nessuna app.

di Stefano Pisani

May 11, 2012

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Il multitasking

Alla notizia qualche inguaribile ottimista potrebbe rimanerci male. Molti altri, però, schiacciati dal peso di cellulari che squillano in ogni momento, mail che intasano la casella di posta, schermi che ammiccano a ogni angolo di strada, potrebbero invece abbandonarsi finalmente a un urlo liberatorio in stile Fantozzi: “Il multitasking è una cagata pazzesca!”. Per i non addetti ai lavori, va spiegato che per “multitasking” si intende l’attività di svolgere più compiti contemporaneamente. Si parla al telefono e si spizzicano siti web, si guarda la tv e si twittano pensieri icastici di 140 caratteri, si parla con un amico e si guarda un partita di campionato.

Alessandro Baricco, nel 2006, spiegava il multitasking come un modo “di svuotare tanti gesti che sarebbero importanti”, per “farne uno solo, molto importante”. Per quanto possa sembrare clamoroso, i suoi “barbari”, venivano descritti come persone che “non hanno l’istinto a isolare ciascuno di quei gesti per compierlo con più attenzione e in modo da cavarci il meglio. È un istinto che è loro estraneo. Dove ci sono gesti, vedono possibili sistemi passanti per costruire costellazioni di senso: e quindi esperienza. Pesci, se capite cosa voglio dire”. Ci sarà di mezzo anche l’oroscopo , ma se l’esperienza quotidiana ci dice quanto sia difficile fare più cose in una volta sola, ora anche una bibbia della scienza come la rivista Nature – a cui ha dato ampio risalto il Wall Street Journal – ci conferma che solo il 2,5 per cento di tutti noi (detti “super-taskers”) sono in grado di fare più cose insieme. Gli altri, ovvero la stragrande maggioranza, può anche pensare di essere in pieno “multitasking”, ma in realtà sta solo spostando velocemente la propria attenzione da un obiettivo a un altro – rischiando in questo modo di far male entrambe le cose.

In realtà, spiega sempre il Wsj, siamo in grado di affrontare alcune “task” contemporaneamente: è il caso di attività “automatiche”, quali pulire o lavorare a maglia, che non ci impediscono di ascoltare la musica o di guardare la tv; ma anche di compiti che vengono specificamente selezionati dal nostro cervello. Se a una festa, per esempio, nonostante la musica alta riusciamo a parlare con qualcuno, questo è possibile perché il nostro cervello interpreta le nostre volontà facendoci focalizzare l’attenzione sul nostro interlocutore. Per tutti gli altri compiti, a partire da quello che riguardano schermi e computer, c’è poco da fare (ormai molte orecchie sono sempre più allenate nel capire se chi è dall’altra parte della cornetta, durante una telefonata, sta smanettando sul web mentre ci offre ben poca attenzione).

Questa ricerca risulta più importante di quanto potrebbe sembrare: anche molti “business” sperimentali fanno affidamento al multitasking – pensiamo soltanto ai tentativi di rendere interattiva la tv. Eppure, con tutta la volontà, difficilmente riusciremo mai a farcela: siamo sempre esseri umani d’altronde, mica macchine.

Twitter/fedemello

Il Fatto Quotidiano, 9 Maggio 2012?

May 9, 2012

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Erasmus

L’Erasmus compie venticinque anni e oggi e domani a Copenhagen lancia il suo “Manifesto”. Dieci punti per ricordare i risultati finora conseguiti e presentare le azioni da intraprendere in futuro. E’ necessario, ad esempio, “abbattere le barriere” che esistono in Europa tra i sistemi nazionali di educazione per creare uno spazio comune di formazione, oltre a incrementare i collegamenti con il mondo del lavoro e promuovere negli atenei i corsi delle lingue meno insegnate. Ma soprattutto il progetto vuole diventare “globale”, estendendosi ai paesi extraeuropei. E per questo dal 2013 nascerà “Erasmus for all”.

Nel 1987, anno in cui venne inaugurato, furono tremila gli studenti a partecipare. Oggi, al suo anniversario d’argento, i ragazzi che hanno ricevuto una borsa di studio per passare uno o due semestri all’estero sono due milioni e duecentomila, di cui 270mila italiani e nei video sulle celebrazioni si parla addirittura di 3 milioni entro fine 2012. Un’esperienza che consente di ampliare il proprio bagaglio linguistico, ma anche gli orizzonti professionali. Ne dà testimonianza chi l’ha vissuta vent’anni fa e oggi ne raccoglie i frutti. “E’ un momento importante per avviare opportunità e contatti”, spiega Tomás López, ambasciatore Erasmus per la Spagna che ricorda nel video la sua esperienza personale: “Se non fossi andato in Finlandia, non avrei fatto il dottorato in Corea, e senza la Corea oggi non sarei a Cambridge, dove vivo e lavoro”. Ed è anche un progetto per sperimentarsi in veste di cittadini del Vecchio Continente. “E’ stato uno degli anni fondamentali della mia vita, perché mi ha dato innanzitutto la possibilità di sentirmi europeo”, prosegue Maurizio Oliviero, docente di diritto comparato all’Università di Perugia che a Copenhagen rappresenta l’Italia insieme alla collega Ann Katherine Isaacs. Oliverio nel 1988 trascorse dieci mesi ad Alicante e ritiene che l’Erasmus sia una possibilità per “fare della diversità una risorsa su cui costruire un mondo globale più giusto”. 

Due gli eventi annunciati in Italia: il 18 maggio a Fiesole (FI), con la partecipazione del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo e il 15 giugno il Museo MACRO di Roma, con esibizioni artistiche a cura degli istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale. Secondo i dati pubblicati dall’Unione Europea, fra le 15 destinazioni al top della classifica del programma ci sono anche tre città italiane. La prima università scelta dagli studenti europei nel Belpaese è quella di Bologna, al quarto posto, seguita da ‘La Sapienza’ di Roma al nono posto e infine l’Università di Firenze, al dodicesimo. Quest’anno gli italiani a fare le valigie sono stati più di 22mila e hanno scelto soprattutto Spagna (7.547), Francia (3.338), Germania (2.199) e Gran Bretagna (1.899). 

Per quanto riguarda i fondi, nel 2010-11 sono stati destinati alla mobilità degli studenti e del personale delle istituzioni di istruzione circa 460 milioni di euro anche se in Italia le borse di studio sono scarne. “Il problema principale è far fronte alle spese”, racconta Anna che è andata a Granada, “300€ al mese non bastano, sebbene la Spagna non sia tra le mete più costose”. La situazione cambia di regione in regione, come nota uno studente dell’Università di Sassari: “Io tra i contributi regionali e del mio ateneo sono arrivato a 600€/mese”. Ma il caso sardo è un’eccezione. “In Danimarca con meno di 400€/mese non si vive facilmente, quindi ho dovuto trovarmi un lavoro e aggiungere del mio”, spiega Antonio, accolto da ‘La Sapienza’ di Roma. “Se avessimo avuto un budget superiore avremmo soddisfatto più richieste – ha detto il commissario europeo responsabile per l’Istruzione, Androulla Vassiliou -. Per questo il nostro obiettivo è di aumentarlo per il periodo 2013/2020 e riuscire a duplicare le borse disponibili”. Vedremo gli sviluppi di “Erasmus for all”.

May 7, 2012

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Diritti d’autore e Internet

Diritti d’autore, doveri d’autore (Godard dixit). Il dibattito sulla questione dei diritti “minacciati” dalla pirateria Internet si muove soltanto nella direzione della difesa di un patrimonio, quello della creazione, che va tutelato. Non si parla quasi mai di un altro aspetto dell’opera intellettuale, quello delle sue ricadute pubbliche, che vanno anch’esse tutelate. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna si discute se gli articoli pubblicati grazie a finanziamenti pubblici debbano essere resi disponibili a pagamento su Internet o debbano invece essere free. L’orientamento finora prevalso va nella direzione della gratuità: se anche io – in quanto contribuente – sostengo la pubblicazione di una ricerca attraverso soldi provenienti dalle casse pubbliche, perché poi dovrei pagare nuovamente per accedere a quei risultati?

La questione investe naturalmente in maniera ancor più massiccia l’audiovisivo, e il cinema in particolare. Stasera sapremo, in base all’esito delle elezioni presidenziali francesi, la sorte della famigerata legge Hadopi, arcigna sentinella in Francia contro il download illegale realizzato attraverso il P2P. François Hollande si è impegnato ad abolirla se sarà eletto. E ci sono siti che hanno sospeso la loro attività di promozione della cinefilia e della passione per il cinema in attesa dell’esito elettorale. Non si tratta ovviamente di incoraggiare la pirateria: si tratta di sviluppare un consumo multipiattaforma e anche multiforme del cinema, nella convinzione che non operando in maniera repressiva si sostenga l’intero comparto industriale. Checché se ne dica, vedere un film scaricato da Internet non è mai uguale a vederlo in sala. Andare al cinema è prima di tutto un fatto sociale (ci vado in compagnia, in certi orari piuttosto che in altri, vedo i film che vedono tutti, ecc.); poi è un’esperienza estetica (vado al cinema per esercitare i miei sensi e la mia sensibilità, e potrei farlo certo molto di meno se mi abituassi a vedere i film solo su Internet); infine è un investimento economico (spendo dieci euro, ma ne ricavo una serata densa di emozioni, esattamente come quando decido di spendere cinquanta euro per una buona cena al ristorante anziché restare a casa e cavarmela con pochi soldi).

Se tutto il dibattito sul diritto d’autore si concentra solo sull’aspetto economico, si perde di vista il vero nodo culturale del problema: occorre invece sostenere il consumo consapevole del cinema (così come fa nella ristorazione l’azione della cultura Slow Food). E d’altra parte ripensare la questione dei diritti d’autore alla luce delle nuove tecnologie, immaginando che tutti debbano fare la loro parte.

Per un verso, gli autori: è assurdo che al tempo di Internet il diritto d’autore viga per settanta anni dopo la morte dell’autore; o che non ci sia di fatto diritto di citazione nel cinema (se volessi prendere dieci secondi di Blow-up di Antonioni per metterlo in un mio film dovrei pagare cifre astronomiche: perché non si adottano criteri analoghi a quelli dell’editoria?).
Per un altro verso, il pubblico: è giusto e necessario che il consumo Internet del cinema e dell’audiovisivo contribuisca al finanziamento della produzione, per esempio attraverso una licenza globale integrata in un piccolo canone aggiuntivo da riscuotere attraverso i provider, oppure attraverso una ripartizione dei proventi pubblicitari veicolati dai contenuti audiovisivi.
Per un altro verso ancora, l’industria nel suo complesso (non solo cinematografica, ma anche musicale, editoriale, ecc.), che deve ripensare l’idea della tutela della proprietà adattandola a contesti diversi: contesti open access, contesti di sfruttamento commerciale del singolo prodotto (Dvd, VOD, ecc.), contesti di diffusione tv (generalista, pay, ecc.). Infine, lo Stato, che dovrebbe operare nel senso della salvaguardia del patrimonio audiovisivo, un po’ più incisivamente di quanto ora non faccia con i vari sistemi di Teche (Cineteche, Discoteche, ecc.).

Si passerà un giorno dalla sola cultura dei diritti anche a quella dei doveri? Oppure dovremo sempre sottostare allo strapotere delle lobby?

May 5, 2012

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Scout cattolici gay

Un documento “sbagliato e disumano” che rappresenta la “fiera del pregiudizio”. Le associazioni gay e lgbt reagiscono duramente contro quanto emerso da un seminario dell’Agesci, l’ associazione degli scout cattolici che in un convegno aveva dettato la sua linea: no al coming out dei “capi” gay e giovani scout omosessuali da indirizzare verso uno psicologo per il cambio di orientamento. “Un problema” se non è etero, perché non tutte le preferenze sessuali hanno la stessa “dignità morale”. I punti sono stati presentati lo scorso novembre ma gli atti sono stati pubblicati in questi giorni.

Tre i relatori: padre Francesco Compagnoni, assistente ecclesiastico del Masci (Movimento adulti scout cattolici italiani) che ha alle spalle oltre 40 anni di attività negli scout, e Dario Contardo Seghi e Manuela Tomisich, entrambi psicoterapeuti. Il sacerdote osserva che in Inghilterra la legge che prevede l’adozione di bambini da parte di gay “è la prova che il legislatore inglese ritiene la coppia omosessuale portatrice di diritti umani al pari della coppia eterosessuale”. Di conseguenza “la tesi sottesa in questa affermazione è che l’avere dei figli sia un diritto umano per ogni persona e, se è un diritto umano, neanche una comunità religiosa può sollevare alcuna obiezione. Sarebbe come se un gruppo religioso ammettesse la tortura come pratica lecita: la società civile non può ritenere ammissibile la negazione di un diritto fondamentale (in questo caso all’integrità fisica contro la pratica della tortura) in nome della religione”.  Pur ammettendo che “l’omosessualità con la pedofilia non ha nulla a che vedere”, Compagnoni puntualizza che, come è scritto nel Catechismo la “Sacra Scrittura presenta la relazione delle persone omosessuali come gravi depravazioni”. In più “è evidente che una persona omosessuale da sempre, con la tendenza profondamente radicata, si trova generalmente in difficoltà con il proprio sesso corporeo e non soltanto con il sesso a livello genitale”. Dalla teoria si passa poi alla pratica della vita scout, visto che, come scrive nel “sesto punto, “le persone omosessuali adulte nel ruolo di educatore (quindi per noi i capi che hanno una tendenza omosessuale profondamente radicata o forse predominante) costituiscono per i ragazzi loro affidati un problema educativo”. In più “è necessario affrontare il problema della sessualità con i ragazzi e con le ragazze, ma ciò non deve essere fatto solo da un capo omosessuale” e soprattutto “deve essere chiaramente sottolineato che non tutte le posizioni al riguardo hanno la stessa dignità morale”. Quindi, approda a una conclusione: “Mi sembra che i problemi siano due uno è il caso del capo omosessuale che però non lo dà a vedere e un caso diverso è il capo che è omosessuale e che lo manifesta apertamente”.

“Con queste linee guida dove addirittura si fa il parallelo tra omosessualità e tortura, dove si nega la possibilità che un omosessuale dichiarato possa fare il capo scout, dove si parla di omosessualità come problema, sembra essere tornati a posizioni preconciliari”, commenta Franco Grillini, esponente storico della comunità omosessuale italiana e responsabile diritti civili dell’Italia dei Valori. Nel rapporto, prosegue, “si dice che un giovane potrebbe essere omosessuale ‘per sbaglio’ e che il capo scout dovrebbe aiutarlo a ridiventare eterosessuale. Come sanno tutti gli psicologi che fanno bene il loro mestiere, l’identità si forma in età prepuberale e quindi il problema non è l’identità ma l’accettazione sociale dell’omosessualità nei giovani”. Poi invita “i giovani dell’Agesci a respingere questo documento sbagliato e disumano” che anche per Flavia Madaschi è un collettore di pregiudizi.  Duro anche il presidente Arcigay Paolo Patanè, che parla di “approccio parziale einevitabilmente ideologico”, in cui  “il passo che separa la mancanza di conoscenza e comprensione della natura delle persone omosessuali dal disprezzo verso le persone in ragione della loro omosessualità è davvero molto breve”.

 

May 4, 2012

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Sociologia elettorale

Studiare la gente durante una campagna elettorale, soprattutto se le elezioni sono quelle amministrative, è più istruttivo dell’opera omnia di Weber e Durkheim messi insieme. Nessuno è immune alla febbre propagandistica, perfino quelli che hanno fatto della propria astensione una bandiera da sventolare con ottuso orgoglio.

Sia chiaro, ben pochi son quelli che si leggono il programma dei candidati (quelli che ce l’hanno, perché in molti han deciso di fare senza e si limitano a ululare qualche frase fatta, salvo poi essere colpiti da una specie di labirintite fulminante quando si chiede loro qualche dettaglio), ancora meno sono quelli che ci credono.

Si vota per fede, per tifoseria, per identificazione, per ripicca, per appartenenza, per clientela. Qui a Palermo, come altrove, prima che altrove. Questa non è una città, è un prototipo: quello che accade qui poi accadrà anche altrove. E’ sempre stato così.

Tra gli elettori, prima di tutto ci sono i nostalgici. Non sono tanti, ma ci sono. Più che nostalgia della primavera di Orlando, però, sono nostalgici della propria primavera, del tempo in cui erano ancora giovani e battaglieri, e s’illudono di poter portare indietro le lancette dell’orologio col voto. Destinati ad essere disillusi in ogni caso. Una piccola fetta dei nostalgici, poi, nutre un profondo rimpianto per la Democrazia Cristiana, che “mangiava sì, ma faceva mangiare”. Solo che non si sono accorti che a forza di abbuffate, da una parte e dall’altra, abbiamo raschiato anche il fondo della pentola. Nostalgia canaglia!

Ci sono poi gli spocchiosi. Appartengono alla Palermo-bene, ai salotti borghesi, quelli in cui, prima che un “estraneo” possa essere introdotto, ci si informa su “come nasce”. Son pochi, pochissimi. Si riconoscono fra loro e fanno una indicibile tristezza, con la loro aria polverosa di vecchie cariatidi residui di un’aristocrazia che non ha mai avuto grandezze. La loro Palermo ha i contorni ristrettissimi di via Libertà, via Notarbartolo e il tratto tra il Politeama e il Massimo. Il resto è già periferia. Votano per casta, o meglio, per censo. Il programma non è contemplato, gli preferiscono l’albero genealogico. Sono in via di estinzione come il panda gigante.

Poi vengono i radical-chic. Rispetto agli spocchiosi, non “nascono bene”, ma sono arrinisciuti: luminari nelle proprie professioni, baroni universitari, primari di fama. Guardano chiunque non sia da loro reputato alla propria altezza come si guarda a certi cibi avariati: con la stessa aria di sdegnoso disgusto. In genere, sono presidenti di qualcosa. Non c’è niente di più erotizzante, per il palermitano, di essere chiamato “presidente”. Non importa se del Rotary o del circolo della bocciofila. E’ la parola in sé ad essere afrodisiaca.
Per loro va tutto bene, nulla deve cambiare. Tanto loro problemi non ne hanno, ancorati alle loro poltrone e ai loro privilegi, non appartengono certo alle famiglie che vedono quindicimila giovani ogni anno lasciare la Sicilia per trovare lavoro altrove. Vuoi che papà, con gli amici e le conoscenze che ha, non ti trovi uno straccio di posticino da dirigente da qualche parte? Suvvia!

Dopo vengono i clientes. Sono tutti quelli che campano con la politica, sulle spalle della politica o grazie agli amici politici. Gestiscono tutto, gli enti, le fondazioni, le organizzazioni, le istituzioni, tutto quell’inutile carrozzone che riceve finanziamenti pubblici e li gestisce in regime di diritto privato. Anche quelli pochi, pochissimi. Una elite che si arroga perfino il diritto di definirsi Palermo-colta. Viscidi come anguille, sempre a caccia dell’amico giusto per accaparrarsi nuove fette della torta. Sono le sanguisughe del sistema, i nemici più radicati di qualsiasi cambiamento. Hanno l’aria di grandi benefattori, però a star loro vicino si sente un odore strano, dolciastro, nauseabondo. E’ la puzza di cadavere in decomposizione.

Infine ci sono gli altri. Tutti gli altri. Le migliaia di palermitani onesti, le migliaia di palermitani che vedono i propri figli partire, le migliaia di palermitani messi in ginocchio dalla crisi, le migliaia di palermitani che vorrebbero una città con più opportunità per tutti. Quelli che non hanno santi in paradiso, che tirano la cinghia per pagare l’università ai propri figli e che li vedono finire sfruttati e sottopagati nei call-center nonostante l’applauso accademico e magari il master. Quelli costretti a elemosinare un lavoro, precario, temporaneo, mal retribuito, per sopravvivere con una parvenza di dignità. Quelli che sono stanchi dei cumuli d’immondizia, della sopraffazione, dell’immobilità, dei soprusi, della Palermo degli spocchiosi, dei clientes, dei nostalgici, dei radical-chic.

Quelli che andranno a votare sperando che cambi il vento.

May 3, 2012

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Diventeremo nomadi

Se gli scenari tratteggiati da Mc Luhan negli anni ’70 nel suo “Gli strumenti del comunicare” sembravano a dir poco visionari, la questione cominciava a delinearsi più seriamente qualche tempo fa, quando lessi la notizia che ‘diventeremo nomadi’ direttamente dalle colonne – online- di The Economist, il settimanale inglese punto di riferimento per le notizie di politica internazionale e business news.

A circa 10mila anni dalla rivoluzione neolitica, che vide trasformarsi i raccoglitori-cacciatori della Preistoria in agricoltori-allevatori, con il passaggio dalla vita mobile a quella stanziale, l’uomo diventerà a breve nuovamente un nomade, intendendo con ciò che gli elementi basilari della sopravvivenza non saranno più identificabili in un solo luogo geografico, ma sarà il mondo globale il nostro nuovo spazio di vita e il raggio di azione in cui ci muoveremo.

Grazie a Internet e allo sviluppo delle tecnologie mobili a esso legate siamo in grado di muoverci in giro per il mondo, liberamente, stando sempre connessi, portando tutto ciò che ci occorre per lavorare nel nostro laptop o, ancora meglio, spostando documenti, contatti, software direttamente negli spazi di archiviazione disponibili online: è un nuovo nomadismo, digitale. I luoghi del dibattito sociale, dell’incontro, delle nuove opportunità professionali e di business si sono ormai spostati dagli spazi fisici a quelli virtuali dei Social Network e delle startup e i nostri interlocutori sono i milioni di utenti della Rete sparsi per il mondo.

E’ lo spazio virtuale di Internet il non-luogo dove ci troviamo a scambiare idee, emozioni, esperienze, a condividere progetti e far nascere piccole imprese.

Molti pensano a un rischio di isolamento personale, di perdita di senso della spazialità e del reale: basta però fare un giro in Rete per rendersi conto di come questa assoluta libertà di esprimersi, di raggiungere chiunque, di dimostrare cosa si è e cosa si è in grado di fare, abbia già creato delle sinergie impensabili nel mondo offline, spingendo le persone a condividere, collaborare, progettare insieme.

Nessuno escluso: chi non vive o non nasce nelle città dove nascono mode, tendenze e opportunità, o dove si verificano i grandi eventi, non è più penalizzato a priori: nel nuovo nomadismo il luogo dove ci troviamo non sarà più determinante per affermarci e per emergere. 

E questo è solo uno dei piccoli grandi miracoli democratici di Internet.

di Alberto Mattei

May 2, 2012

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Il lavoro rende liberi?

Entra in Costituzione il vincolo di bilancio. La pressione fiscale è a livelli altissimi. Ritorna spesso, come un mantra, l’esigenza di tagliare la spesa pubblica. Anzitutto non si ribadisce mai abbastanza un concetto molto semplice di cui parlava Padoa Schioppa prima di diventare Ministro: tagliare le spese vuol dire comprimere il settore pubblico, il che ha effetti depressivi sui consumi (e quindi su domanda e produzione) sia diretti, diminuzione di contributi e stipendi, sia indiretti, riduzione di attività e lavori pubblici.

Ora, una delle poche politiche economiche messa concretamente in atto da tutti i governi degli ultimi anni, è proprio quella di ridurre le spese per tenere a bada i conti. Tagli indiscriminati, fatti a percentuale, hanno interessato tutti i settori e tutti i ministeri.

La mia attività di insegnante in carcere mi offre una posizione “privilegiata” per osservare abbastanza da vicino almeno tre categorie di lavoratori del settore pubblico.

Sull’istruzione si è già abbattuta la scure dei tagli con le ultime “riforme”: nulla sulla didattica ma drastica riduzione del numero degli insegnanti e aumento degli alunni per classe. Che poi è ciò che più di ogni altra cosa pregiudica disastrosamente proprio la didattica. La scuola, privata di risorse umane e materiali, è stata ridotta in condizioni di cui non si parla mai abbastanza. Basterebbe affacciarsi in una qualsiasi classe per vedere il senso di inadeguatezza, la distanza abissale che divide i docenti – nella quasi totalità sfibrati, invecchiati, depressi – dagli studenti che vivono in mondi lontanissimi, parlando linguaggi discordanti.

A noi che insegniamo in carcere questi problemi arrivano come attutiti dalle spesse mura di cinta. Anche perché non si ha a che fare con ragazzini svogliati. I problemi sono altri. Lamentiamo però più che altrove un’annosa carenza di mezzi di ogni tipo: per esempio, gli studenti non comprano libri e per le fotocopie dobbiamo provvedere noi stessi.

Gli scenari futuri, poi, sono pessimi: se andasse in porto anche nei penitenziari il previsto riordino dell’educazione per gli adulti, dovremmo arrivare a numeri come 4 insegnanti ogni 120 alunni, corsi ridotti da cinque a tre anni. In sostanza, le poche sezioni presenti nei penitenziari si ridurrebbero drasticamente o chiuderebbero del tutto.

Alle dipendenze del Ministero della Giustizia ci sono gli uffici della Direzione, l’Area educativa e la Polizia penitenziaria. Quest’ultima è parte attiva nel programma trattamentale di recupero e reinserimento sociale dei condannati. Di fronte al sovraffollamento nelle celle ci sono gravi carenze di organico tra gli agenti. Tra l’altro, molte sono le assenze per malattie da stress legato alla delicatezza del lavoro affidatogli e le difficoltà che incontrano. Questa situazione, da un lato porta i pochi agenti in servizio a coprire più ruoli contemporaneamente, con turni di lavoro estenuanti; dall’altro limita le iniziative esterne che dovrebbero creare opportunità per i detenuti che vogliono reinserirsi, in quanto non sempre si riescono a garantire i requisiti minimi di sicurezza.

Va poi detto che, oltre che come retribuzione, anche quanto a gratificazione sociale il lavoro degli agenti di Polizia penitenziaria può avere una considerazione peggiore persino di noi insegnanti.

Terza categoria: i detenuti a cui, insieme all’istruzione, è importantissimo che siano offerte opportunità di lavoro. Se non altro, per evitare che commettano nuovi reati. Anche qui, sui “lavoranti” si è abbattuta la scure dei tagli ministeriali. Meno mansioni, meno ore, meno “mercede”. E una marea di sbandati che vengono a elemosinare una sigaretta, non avendo nel libretto neanche i fondi per i bisogni più elementari. Anche le cooperative di ex-detenuti o “permessanti”, semi-liberi e “articoli 21”,  sono senza finanziamenti pubblici, per cui sono costrette a dilazionare le retribuzioni. Ex criminali che si trovano a lavorare gratis e girare senza soldi in un mondo sempre più caro. Che ci aspettiamo?

May 1, 2012

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religione a scuola

 “Maestro ma tu sei credente? Preghi la Madonna di Medjugorje? Pensi a Dio?”. Matteo è appena tornato da un pellegrinaggio in Bosnia ed è rimasto folgorato dalla religiosità che si respira sulla collina del Krezevac tanto da voler donare, a me ateo, un’immaginetta della Madonna. Quale occasione migliore per parlare in seconda elementare di Dio. Discorso già affrontato in occasione della morte del nonno di Piush, bruciato nel fiume sacro del Gange.

Parlare di Dio, con i bambini è un’occasione straordinaria soprattutto ora che nelle classi ci sono musulmani, induisti, cristiani cattolici, cristiani ortodossi. Ogni volta che l’ho fatto ho imparato qualcosa. Lo dice bene lo psicoterapeuta Domenico Barrilà nell’ultimo suo libro dedicato ai bambini, “Il coraggio di pensare a Dio” (Carthusia edizioni), che verrà presentato alla Fiera del Libro di Torino il 13 maggio: “I bambini e gli adulti si contagiano in continuazione, sebbene gli adulti pensino di non avere nulla da imparare dai bambini e questi siano convinti di non avere nulla da insegnare agli adulti”.

Nel libro Barrilà, grazie alle illustrazioni di Emanuela Bussolotti, riesce a spiegare ai più piccoli i grandi perché della vita che attraversano la filosofia, che affascinano chi ha fede (non religiosità), che mettono in ricerca chi non crede (“A volte si deve cercare un po’ prima di trovare il proprio modo di vedere le cose” svelando un Dio che non è costruito a dimensione dell’uomo o che risponde alla richiesta di prendere un bel voto.

Ai miei bambini, proprio come fa Barrilà in questo libro non do risposte ma invito a cercarle, ponendosi le stesse domande che la cavalletta e la lucciola, fanno ai bambini protagonisti de “Il coraggio di pensare a Dio”: “I fanatici – racconta la lucciola – vogliono farci credere solo nelle cose vecchie. Chi può dire davvero di sapere la verità?”.

April 28, 2012

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Crisi ed il terzo settore

Proviamo a mettere insieme due dati di recente pubblicazione: 467.729 sono le organizzazioni non profit che riceveranno in questi mesi il questionario inviato dall’ISTAT per censire il settore. Nel 2001, data dell’ultimo censimento, erano 235.000. In dieci anni il numero è quasi raddoppiato. Consideriamo pure che alcune di queste sono fantasma, altre magari scomparse di recente (in quanto il numero attuale gestito dall’ISTAT si basa principalmente su database non sempre aggiornati forniti da altri enti): si tratta comunque di un dato impressionante sulla crescita del settore.

Guarda caso, il termine di paragone è proprio il 2001, anno dell’attacco alle Twin Towers e data cardine del lento declino economico (oramai recessivo) innescato a livello globale. Da quel momento gli Stati hanno deciso di iniettare ingenti risorse pubbliche per sostenere settori economici in crisi (industriali, finanziari etc..), drenando pesantemente – tra gli altri – gli stanziamenti budgetari per i servizi di welfare, con conseguenti riduzioni nella qualità e quantità degli stessi. La società ha reagito organizzandosi autonomamente per riempire questi buchi ed assicurare comunque – ove possibile – quantomeno gli standard minimi di sopravvivenza di molte prestazioni sociali.

Ed arriviamo al secondo dato, altrettanto di impatto: 140 milioni è il numero dei volontari nel mondo che, se considerati congiuntamente, produrrebbero annualmente un PIL (Prodotto Interno Lordo) di 400 miliardi di dollari. Lo dice lo “State of the World’s Volunteerism Report 2011” pubblicato dalle Nazioni Unite. Avete letto bene: 140 milioni, quanto la Russia e più del Giappone, due volte e mezzo la popolazione italiana! Una persona su cinque al mondo svolge attività di volontariato e contribuisce attivamente al progresso socio-economico del pianeta.

Cosa ci trasmettono questi dati, oltre alla dimensione del settore a livello sia italiano che globale? Anzitutto che entrambi i trend sono in ascesa, ad ennesima dimostrazione che il terzo settore radicalizza la propria natura anticiclica (economia in crisi = meno servizi = più iniziativa privata in regime di sussidiarietà). Secondo, che il terzo settore è ormai un global player di primaria importanza, che ha acquisito il diritto e il dovere di sedersi ai tavoli decisori dove si definiscono le politiche pubbliche non come “invitato speciale senza diritto di voto” – come purtroppo spesso succede ancor oggi nel nostro Paese – ma come pilastro fondamentale di un sistema che, senza di esso, non reggerebbe il peso della domanda di servizi proveniente dai cittadini.

In quale modo il terzo settore debba sedersi a questi tavoli e con quale attitudine, nel prossimo post. 

April 27, 2012

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Sesso: il ‘punto G’

Oggi è una bella giornata per chi come me ha cercato di rompere il velo di disinformazione sulla sessualità, che incombe sull’Italia. Abbiamo una bella conferma dopo tante accuse di essere pazzi, visionari, maniaci sessuali, semplicemente perché si pretendeva di informare sui fondamenti dell’anatomia sessuale.

Adam Ostrzenski dell’Institute of Gynecology di St. Petersburg in Florida ha reso noto di aver isolato e misurato il punto G: lunghezza 8,1 millimetri, larghezza da 3,6 a 1,5 mm, altezza 0,4 mm.
Parrebbe così chiudersi una polemica durata più di 50 anni. 
Molti ricercatori avevano infatti negato la sua esistenza, nonostante fosse chiaramente percepibile al tatto dato che è costituito da tessuti cavernosi (o tessuti erettili), simili a quelli del pene e della clitoride, che si gonfiano se sollecitati.  Il Punto Grafenberg, o Punto-G, fu così chiamato perché venne scoperto dal ginecologo tedesco Ernst Grafenberg. 

Emmanuele Jannini, Docente di Sessuologia Medica dell’Università degli Studi de L’Aquila, lo ha poi fotografato recentemente, con un semplicissimo strumento di uso routinario nella diagnostica: l’ecografia transvaginale. Quella ricerca fu riportata sul Journal of Sexual Medicine, la stessa rivista su cui oggi pubblica Ostrzenski.
Il punto G si trova a circa 2,5 cm di profondità, sulla parete frontale della vagina, praticamente è situato dietro l’osso pubico, internamente.
Il motivo di tanta difficoltà nell’individuare questo punto, oltre a una serie di preconcetti culturali, è il fatto che la sensibilità del Punto G è collegata alla motilità dei muscoli vaginali (pubococcigei).
La scarsa confidenza con il proprio sesso, dovuta a fattori culturali fa sì che questi muscoli vengano poco utilizzati da molte donne occidentali. A causa di ciò circa il 50% delle donne occidentali soffre di incontinenza dopo la menopausa.

Il dottor Kegel negli anni 30 dello scorso secolo scoprì che questo disturbo è facilmente curabile, nella maggioranza dei casi, attraverso la ginnastica pelvica. Si tratta di allenare lo stesso muscolo che maschi e femmine utilizzano quando bloccano il flusso delle urine. Esattamente come stai facendo adesso.

Su You Tube con le parole chiave Pavimento Pelvico, Pubococcigeo, Perineo, trovi molti set di esercizi rieducativi. Ma anche questa scoperta è stata osteggiata da buona parte del mondo accademico. In Italia va per la maggiore, per la cura dell’incontinenza, l’intervento chirurgico. Anche D’Alema lo sponsorizzò con una campagna di promozione, quando era Presidente del Consiglio. Egli era convinto che in questo modo si sarebbe ottenuto un risparmio per la sanità italiana, gravata dal costo dei pannoloni per adulti.

In Francia, Danimarca, Svezia, Norvegia, invece da tempo l’incidenza di questo disturbo è intorno al 18% delle donne dopo la menopausa, perché in questi paesi evoluti si insegnano gli esercizi pelvici a tutte le partorienti, come metodo di prevenzione. Nei paesi scandinavi questa ginnastica viene insegnata anche a scuola perché oltretutto permette di diminuire i dolori mestruali.
Inoltre per questo 18% di donne che soffrono di questo disturbo, si ricorre raramente alla chirurgia: intensificando gli esercizi infatti si ottengono ottimi risultati.

Kegel scoprì anche che le sue pazienti non solo guarivano rapidamente da questa disfunzione ma a volte dichiaravano anche di aver sperimentato il primo orgasmo della loro vita. Infatti se l’area sessuale viene tonificata con il movimento, il Punto G diventa sensibile, facilitando l’orgasmo, sennò si instaura un meccanismo di atrofizzazione che a volte rende addirittura fastidiosa la sollecitazione di quest’area.

Negli anni ’70 grazie a ricerche coordinate da gruppi di femministe inglesi e americane, si dimostrò anche che se una donna allena i muscoli vaginali e sviluppa così la sensibilità del Punto G, oltre a migliorare la soddisfazione sessuale può sperimentare una vera e propria eiaculazione di un liquido del tutto simifwle al liquido seminale maschile (ma per fortuna senza spermatozoi, sennò noi maschi resteremmo disoccupati). Le femministe riuscirono a dimostrare l’esistenza di questo fenomeno analizzando decine di campioni di questo liquido che non ha nulla in comune con l’urina.
Peraltro molti antropologi hanno verificato che presso alcune popolazioni che conservano tradizioni matriarcali, il momento di passaggio dalla pubertà all’età adulta per le donne non è il primo mestruo ma la capacità di eiaculare. Presso altri, come i Trukese e gli Yapese dell’Oceania si considera normale che le donne abbiano l’eiaculazione durante l’orgasmo.

Anche questa realtà anatomica è stata a lungo negata e vi sono sessuologi che tutt’ora la contestano.
Ma, grazie alla pressione delle femministe, all’inizio degli anni ’80 molti sessuologi hanno riconosciuto l’esistenza del Punto G e dell’eiaculazione femminile. Il dottor Jannini ha poi fotografato anche la prostata femminile, una quindicina di anni fa, organo che si pensava non esistesse nella donna e che sarebbe responsabile della produzione del liquido femminile.
Aspettiamo ora, anche su questo punto la prova da parte degli anatomisti.

April 23, 2012

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vita in Carcere

Sì, la tv è vita”, e intanto guardano dritti in camera i detenuti del carcere di Viterbo e io ho un brivido di malessere leggendo nei sottotitoli l’enorme quantità di ore che questi uomini trascorrono davanti allo schermo. Per loro, molti bambini e bambine, per moltissimi anziani e anziane, la Tv è un surrogato di vita.

“Non mi piace sempre quello che passa in tv, però sono sola e mi fa compagnia” mi ripetono le molte e i molti anziani che incontriamo ai dibattiti in giro per l’Italia. “La mamma lavora, io accendo la tv anche quando faccio i compiti e mi fa compagnia” ci dicono i moltissimi ragazzini/e che incontriamo nelle scuole.

Giovedi scorso abbiamo presentato il nostro documentario Il Corpo delle Donne all’Università della Tuscia a Viterbo. Giornata interessante e viva: che ricaduta hanno le immagini per i ragazzi e le ragazze nell’età evolutiva?

Alcune studentesse e uno studente e sotto la supervisione del prof. Giovanni Fiorentino, hanno presentato questo video: 15 minuti di testimonianze su come la tv sia ponte verso la vita per migliaia di persone in Italia.

Proprio per questa sua funzione fondamentale, propio perchè la tv per moltissime persone rappresenta l’unico strumento  di socializzazione, e badate che molte dichiarazioni sono simili in modo stupefacente a quelle di bambini/e e anziane/i, diventa fondamentale chiedere una tv che svolga un ruolo educativo e intrattenitivo, una programmazione che non dimentichi di svolgere un ruolo fondamentale di arricchimento e di crescita all’interno di un sistema democratico, una tv che offra strumenti per aiutare anche i più deboli  ad interpretare il mondo.

Il video è stato realizzato dai giovani Elisa Spinelli, Silvia Cerica, Elisa Ponti e Davide M. Paolucci.
Grazie.

April 22, 2012

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la danza nelle ritualità

Riprendo (e concludo) le osservazioni sul rapporto tra danza, corpo, religione, società. E’ dall’antichità che tutti i riti religiosi delle più importanti fedi hanno usato tutti i mezzi disponibili per permettere all’uomo una comunicazione più diretta con la divinità, delle pratiche in grado di trascendere il corpo ed elevare la mente ad un livello superiore, più vicino a dio.

E che i mezzi più indicati per raggiungere le varie forme di trance o estasi fossero il sesso, le droghe e i canti e le danze accompagnati da musica (eh già, proprio quel sesso droga e rock’n’roll degli anni sessanta, ennesima secolarizzazione di un percorso spirituale millenario, nulla di nuovo sotto il sole), gli esseri umani l’avevano capito già dalla preistoria, come ci testimonia più di un affresco rupestre.

Erano mezzi potentissimi, in grado di permettere a chiunque, anche senza bisogno di un sacerdote/intermediario, di provare ad uscire da se stessi, di porsi in maniera non quotidiana, di sentirsi in grado di comunicare con entità superiori grazie ad uno stato alterato di coscienza.

Si pensi solo alla infinita bellezza della ritualità eucaristica, in cui i fedeli mangiano la carne del Cristo e ne bevono il sangue, celebrando in un rito cannibalico/vampiresco un atto di amore assoluto, di una sensualità infinita. Ma poi ti torna in mente al prete, che quando eri bambino ti diceva che non dovevi masticare l’ostia, che era il corpo di Cristo ed era peccato. E ti ricordi che ti chiedevi come era possibile che gli apostoli avessero mangiato il pane spezzato da Gesù senza strozzarsi.

E capisci che tutto ha preso un’altra direzione: il corpo non è più celebrato.

E più le fedi andavano trasformandosi in religioni formalizzate e strutturate e più i riti venivano svuotati dei loro significati originari. I sacerdoti assumevano sempre più importanza come tramite tra uomo e dio. Le droghe vietate, il sesso ridotto a peccato e la danza, la più fisica delle arti se paragonata a musica e canto, relegata ad intrattenimento. E lentamente la danza è scomparsa da molte ritualità. Soprattutto in occidente e da dopo il Rinascimento, come mi fa notare un lettore (che cito volentieri perché ha appena pubblicato un libro dal titolo “Il corpo sospeso. I gesti della danza tra codici e simboli” – Fabrizio Andreella, edizioni Moretti & Vitali, che analizza proprio i rapporti tra anima e rito, corpo e gesto, linguaggio e sacro).

Ovviamente di moltissime religioni asiatiche o africane è tuttora molto presente, ma pensiamo anche alle religioni sincretiche (quelle che fondono radici animiste africane e cattolicesimo per intenderci) come il Vudu haitiano, la Makumba brasiliana, la Santeria cubana, dove la danza che porta fino all’estasi è una parte fondamentale del culto. O alle confessioni cristiane delle comunità afroamericane degli Stati Uniti, dove canti e balli non sono solo parte integrante del rito, ma in molti casi producono stati di trance profondi.

Anche nell’Islam, se da un lato troviamo i talebani che condannano come peccaminose le arti, danza in primis, dall’altro incontriamo, sul versante più mistico e spirituale, il sufismo, che vede nella danza rotante dei dervisci un mezzo essenziale per arrivare ad un grado di super-coscienza che porta alla comunione con Allah.

E rimanendo in terra di Cristianesimo, anche se la danza è tagliata fuori dai rituali religiosi in realtà basta allontanarsi un po’, per esempio andare a messa in Brasile invece che in Italia, per ritrovarsi in mezzo ad un rito danzato, che segue tutta la liturgia della chiesa romana, ma che non è proprio riuscita ad eliminare il ballo. E anche in Italia, soprattutto al sud, ancora vivono ritualità che conciliano la danza con il cattolicesimo e chi ha visto una tarantolata pugliese “danzare” lo sa.

Insomma, più ci allontaniamo dal “potere centrale” e più la danza riemerge prepotentemente.
E infine ricordiamo che, secondo il Vangelo Apocrifo di Giovanni, Gesù al termine dell’ultima cena disse: ”Chi non danza non sa cosa succede”. Perché lo sappiamo, la danza è conoscenza.

April 21, 2012

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comportamenti molesti sul web

La cronaca ci ha regalato ultimamente numerosi episodi di forme accese di odio su Internet. È noto il caso del giocatore Patrice Muamba, camerunense in forza al Bolton, nella Premier League inglese, che si è accasciato in campo durante la partita contro il Tottenham a causa di un infarto.

Muamba, di lì a breve, ha stupito il mondo per uno straordinario e velocissimo recupero. Ma il suo caso ha fatto parlare anche per un episodio indiretto scaturito dal suo malore. Mentre il calciatore era boccheggiante in campo, un tifoso gallese, Liam Stacey, esultava su Twitter con messaggi razzisti e rispondeva con lo stesso tono a utenti che gli scrivevano indignati. Stacey, successivamente, è stato individuato e condannato a 56 giorni di carcere con una sentenza che ha diviso l’opinione pubblica ma che, per la prima volta, ha confermato il carattere “pubblico” di un media come Twitter.

Anche se è difficile da immaginare, un episodio peggiore è accaduto, sempre in Inghilterra, solo pochi giorni fa. Jordan Agar, un ragazzo di Tutbury, nelle Midlands, muore il giorno dopo il suo sedicesimo compleanno andandosi a schiantare su un muro con la sua macchina – aveva preso la patente solo il giorno prima. Bridget, sua madre, già distrutta da un dolore terribile, si è dovuta confrontare con uno scherzo di orrido gusto. Degli anonimi avevano creato un falso profilo Facebook a nome del figlio scomparso. Non solo: da questo account hanno contattato direttamente la madre di Jordan scrivendole messaggi come “Non sono morto davvero”; inviando dei fotomontaggi osceni e, addirittura, invitandola a un party per il figlio morto. Naturalmente, vista la gravità di tale “trollismo”, le autorità sono subito intervenute mettendosi alla ricerca dei crudeli autori del sadico scherzo. Facebook, invece, ha immediatamente cancellato il profilo dichiarando: “Non c’è spazio per il trolling su Face-book”.

I responsabili ancora non sono stati individuati. La vicenda però, ha riportato in auge la spinosa questione dei comportamenti molesti sul web, quella appunto, dei “troll”. Badare bene, quando si usa questa definizione, non ci si riferisce ai terribili personaggi de Il signore degli anelli. Per “troll” si intende, piuttosto, “un piccolo e ben identificato segmento di utenti web che scrivono post provocatori e offensivi per ottenere una specifica reazione” (definizione del Guardian). Casi di troll in azione, sono numerosi anche in Italia: il più noto, ma non certo l’unico, è il caso di un gruppo Facebook, (poi chiuso) chiamato “giochiamo al tiro al bersaglio con i bambini down”.

Per individuare meglio la fattispecie, abbiamo voluto individuare le categorie del “trollismo”.

1) Troll puri. Intervengono in ogni discussione spostando in continuazione i termini del dibattito per il solo gusto di farlo. Sono sempre tenaci e quasi sempre la discussione termina tirando in ballo la Germania nazista. Raramente offendono: sono fastidiosi, ma in fin dei conti inoffensivi

2) I disturbati. Come nel caso di Jordan o dei bimbi down, sono personalità sadiche che hanno grande soddisfazione dell’eco mediatica che suscitano. Sono pochi ma le loro scorribande molto “rumorose”. Solo il deterrente di conseguenze penali può intimorirli.

3) I flamer. Così sono detti quei troll che si lasciano andare in insulti (come il caso di Stacey). Imperversano nei momenti di cronaca, durante episodi di decessi o di violenze. Sono personalità che hanno una percezione aumentata della distanza che crea qualsiasi comunicazione via schermo, e non percepiscono appieno il peso delle loro azioni. Il flamer, a ben guardare, a seconda dei casi può essere nascosto dentro ognuno di noi. È bene saperlo: almeno possiamo provare a dare il nostro piccolo contributo per abbassare il livello di odio su Internet.

twitter. com / fedemello

Il Fatto Quotidiano, 20 Aprile 2012

April 20, 2012

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essere un giornalista free lance

Parto spesso dall’ esperienza personale in questo blog per due ragioni. La prima è che un blog, per me, ha il sapore di un diario, di un blocco di appunti in cui si annotano pensieri e sensazioni che, però, si ha voglia di condividere con altri, per ascoltarne le opinioni. La seconda, al di là di eventuali richiami per “eccesso di ego” di cui non discuto il fondamento, è che spero che la mia esperienza personale possa essere di “ispirazione” per chi vive l’atroce dilemma del restare o dell’andare. Dell’allontanarsi dalla propria terra, famiglia, radici  o del restare ma sentire la propria speranza cancellata, dispersa, tradita e fatta a pezzi ogni giorno.

Ho lasciato l’Italia in un’età in cui altri cominciano a sentirsi “realizzati”. Ho lasciato l’Italia per venire qui senza avere nulla se non una valigia, dieci piccoli scatole e Dorothy. E tanta paura. Chi sa cosa significa essere un giornalista free lance, può capire l’assenza di un supporto economico stabile. Chi si è trasferito in un paese di lingua diversa, tradizioni diverse, cultura diversa, dove non si hanno appoggi e non si conosce nessuno, può capire cosa avessi dentro allo stomaco quando sono arrivata qui. Paura e rabbia. E nient’altro. Anzi no. Avevo la consapevolezza, la certezza, la convinzione granitica e invincibile che io meritassi di essere felice, o “kind of” come dicono gli americani. Meritavo di sentirmi dignitosamente umana.

Per questo non sono morta come in alcuni momenti ho sentito che stava per accadere o avrei voluto che accadesse, quando la mia quotidiana disillusione mi decomponeva il cuore e l’anima. Io ero quella dei “no” e quella “non disposta a pagare prezzi”. Quella che, dunque, ha cominciato a perdere lavoro dopo lavoro.

L’Italia oggi è asfissiata dalle morti di chi non ce la fa più. E la sua aria è irrespirabile per chi non vuole (giustamente!!!!!! perché la vita è prima di tutto un dovere e non bisogna mai voltarle le spalle) farla finita ma non sa cosa sperare, dove guardare e si sente ridicolo/a ad avere sogni.

Questa è l’Italia oggi. E tutti a dissertare di economia. Bravi. Risolvete lo spread e il debito pubblico e la crisi dell’euro se potete. L’Italia, però, caro presidente del Consiglio, caro presidente della Repubblica, cari politici di “professione”, care “teste pensanti di soluzioni fantasmagoriche applicate all’economia spaziale”, non cambierà di una virgola se non ci “arrenderemo” all’evidenza che un paese non possa essere considerato civile se non esiste un principio meritocratico di accesso al lavoro. In Italia non esiste meritocrazia, non esiste la possibilità di mettersi in gioco e avere successo, non esiste la possibilità di avere aspirazioni, sogni, speranze e desideri. in Italia contano il tuo cognome e i tuoi amici. E, a distanza di una settimana, ancora non capisco come si possano essere alzate voci autorevoli a dire che non bisognava parlare della signora Santanchè quando, la suddetta signora, è andata in una trasmissione radiofonica a dire pubblicamente che sua nipote è stata assunta perchè raccomandata e di bella presenza“. Siamo talmente assuefatti a credere che questa sia la realtà, la normalità che, sono sicura, la nipote della signora Santanché è ancora lì dov’era una settimana fa. E sia chiaro, la signora Santanche’ ha ragione (ma dovrebbe vergognarsi di contribuire ad una tale realtà) a dire che in Italia “questa è la norma”. L’orrore siamo noi che non ci ribelliamo, noi che continuiamo ad illuderci che sia ovunque cosi. Noi che permettiamo ad una Santanchè qualsiasi di darci degli schiavi e pure rimbambiti.

Io non so molte cose. Davvero. E so che quando quel giorno guardavo le fragole e non avevo i soldi per comprarle perchè non avevo 5 dollari, mi sentì persa. Ma respirai e mi rimboccai le maniche. Dimenticai tutti i miei concittadini che mi avevano voltato le spalle e chiesi aiuto a chi voleva ascoltarmi e offrirmi una spalla, un posto a tavola, un cestino di fragole e molto di più. I miei “supporter” a stelle e strisce ma con passaporti di tutto il mondo.

Mio papà mi chiede spesso, come ho detto, se sono felice. La felicità è cosa complicata. Ma qui sono viva. E per me la vita è felicità.

April 18, 2012

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studenti universitari fuoricorso

In Italia, gli studenti universitari fuoricorso sono una quota pari al 40 per cento degli iscritti. È un fenomeno dovuto a diversi fattori: dal sistema di regole di accesso e di prosecuzione dell’università alle modalità di finanziamento degli atenei, ai rendimenti della laurea sul mercato del lavoro. Le soluzioni, allora, dovrebbero puntare a rafforzare le attività di orientamento già negli ultimi anni delle scuole superiori, a ripensare l’impianto delle tasse universitarie e a migliorare nettamente i collegamenti fra sistema d’istruzione e mercato del lavoro.
di Carmen AinaEliana BaiciGiorgia CasaloneFrancesco Pastore 16.04.2012, lavoce.info

Una peculiarità consolidata del sistema universitario italiano è la tendenza a laurearsi ben oltre la durata legale del corso prescelto, fenomeno per cui è stato addirittura coniato il neologismo “fuoricorsismo”. Tuttavia, solo dopo le affermazioni del vice-ministro Michel Martone che ha definito “sfigati” coloro che si laureano dopo i 28 anni, il fenomeno è assurto agli onori della cronaca.
Nel trattare un tema così delicato occorre però non farsi trascinare dalla tentazione di interpretare tale abitudine meramente come la conseguenza di cattivi comportamenti individuali degli studenti.

Le dimensioni del fenomeno
Secondo i dati forniti dal ministero dell’Istruzione, gli studenti fuoricorso rappresentano una quota pari al 40 per cento degli iscritti e il loro numero è cresciuto costantemente nel periodo 1969-2009 (figura 1).

Figura 1. Studenti iscritti, fuoricorso e laureati in Italia (1969-2009)

Note: La linea verticale si riferisce all’anno di attuazione della riforma universitaria del “3+2”.
(Fonte: nostra elaborazione su dati Istat e Miur 1969-2009)

Con l’introduzione della riforma del “3+2”, la quota di studenti che si laureano fuoricorso si è ridotta significativamente, passando dal 76,2 per cento del 2002 al 56,3 per cento del 2008 (figura 2), anche se tale dato è inficiato da coloro che sono passati dal vecchio al nuovo ordinamento, riuscendo così a laurearsi rapidamente.

Figura 2. Percentuale dei laureati nella durata legale e fuoricorso (2002-2010)

Fonte: nostra elaborazione su dati Miur (2002-2010)

Le cause
Il fuoricorsismo è dovuto a diversi fattori, quali: 1) il sistema di regole di accesso e di prosecuzione degli studi universitari; 2) le modalità di finanziamento del sistema universitario; 3) i rendimenti sul mercato del lavoro della laurea.

La mancanza di test di ammissione (salvo rare eccezioni) permette l’iscrizione ai corsi universitari indipendentemente dalla motivazione e dal livello generale di preparazione acquisito; l’unico requisito richiesto è infatti il possesso di un diploma di scuola superiore quinquennale. Questo scenario posticipa pertanto la selezione, con la conseguenza di rallentare il percorso di tutti. La laurea nei tempi previsti è poi scoraggiata da una serie di regole relative al superamento degli esami. Nella maggior parte dei percorsi non è necessario, ad esempio, superare tutti gli esami previsti durante un certo anno accademico per accedere a quello successivo; è possibile sostenere ciascun esame anche più volte, fino a quando non viene superato o non si raggiunge il voto desiderato; inoltre, non c’è un limite di tempo massimo per laurearsi essendo stabilita solo la durata legale. Da ultimo, ma non per ultimo, il sistema universitario italiano è caratterizzato nel suo complesso da scarsa efficienza.

In molte facoltà, specie nel primo anno di corso, gli studenti seguono lezioni in aule sovra-affollate, fattore che scoraggia la frequenza e che rende difficile se non impossibile l’interazione tra docenti e studenti. Risulta anche estremamente carente, a causa dell’inadeguato numero di docenti l’offerta di classi di esercitazione/approfondimento più piccole, nell’ambito delle quali il lavoro dello studente potrebbe venire costantemente monitorato.
In questo contesto la politica di ridurre le tasse per gli studenti che sono iscritti oltre il periodo minimo previsto non incoraggia certo la laurea nei tempi stabiliti. (1) Inoltre, poiché i trasferimenti statali alle università, fino a pochi anni fa, erano correlati positivamente al numero complessivo degli studenti iscritti, incluso il numero dei fuoricorso, veniva meno qualsiasi incentivo da parte delle istituzioni di adottare qualsiasi misura volta a ridurre la quota di tali studenti.

Una possibile ulteriore spiegazione del fenomeno sembra infatti essere rappresentata dalle scarse opportunità lavorative per i neolaureati che, specie in alcune aree del paese, costituirebbero un forte disincentivo a completare regolarmente il percorso di studi. (2) I ridotti rendimenti dei titoli di studio universitari rappresenterebbero quindi non solo un disincentivo a investire in istruzione , ma anche un deterrente a laurearsi in tempo. Gli stessi bassi rendimenti possono essere visti come una conseguenza degli alti costi indiretti dell’istruzione, strettamente legati al tempo impiegato per laurearsi. (3) Se acquisire istruzione spendibile sul mercato del lavoro richiede tanto tempo, l’intera curva dei guadagni si sposta a destra e il laureato può sfruttare i maggiori guadagni per un periodo di tempo più limitato.

I rimedi
Dall’individuazione delle cause del fenomeno del fuoricorsismo italiano emergono possibili indicazioni di policy. Anzitutto occorre rafforzare le attività di orientamento già negli ultimi anni delle scuole superiori in modo da consentire ai giovani di individuare per tempo il percorso universitario più adatto alle loro caratteristiche. Tali misure dovrebbero poi essere accompagnate da efficaci meccanismi di regolamentazione degli accessi all’università. Inoltre, occorre ridurre l’eccessiva flessibilità nella programmazione degli esami da parte degli studenti. Sarebbe poi fondamentale intervenire sul fronte delle dotazioni di capitale fisico e umano, in modo da agevolare l’interazione continua tra docenti e studenti.

Occorrerebbe poi ripensare il sistema di tasse universitarie, introducendo maggiori incentivi (o quanto meno eliminando gli attuali disincentivi) a un percorso di studi regolare.
I collegamenti fra sistema d’istruzione e mercato del lavoro sono ancora scarsi e andrebbero pertanto migliorati. Nonostante la progressiva diffusione dei tirocini e stage in azienda durante il percorso universitario, le attività di job placement delle università, laddove esistono, hanno ancora un’efficacia limitata. (4) Tutto ciò porta a richiedere molti anni per laurearsi e un periodo non breve per trovare un lavoro.

di Carmen Aina, Eliana Baici, Giorgia Casalone e Francesco Pastore

(1) Garibaldi, P., F. Giavazzi, A. Ichino, and E. Rettore (2012), “College Cost and Time to Complete a Degree: Evidence from Tuition Discontinuities”, forthcoming in The Review of Economics and Statistics.
(2) Aina, C., Baici, E. and G. Casalone (2011), “Time to degree: student’s abilities, university characteristics or something else? Evidence from Italy”, Education Economics, 19(3): 311-325.
(3) Pastore F. (2011a), Fuori dal tunnel: Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro in Italia e nel mondo, Torino, Giappichelli.
(4) Secondo l’ultima indagine Almalaurea, il 57 per cento dei laureati dichiara di aver svolto un periodo di tirocinio Almalaurea (2011) XIII indagine, Profilo dei laureati 2010, Bologna, Almalaurea

April 17, 2012

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cura dell’AIDS

Ringrazio vivamente il lettore “Dubito” per l’utile e militante segnalazione che mi consente di chiarire un punto molto importante. La menzionata legge dello Stato del Tennesse rientra in un ambito che nel mio primo post avevo già definito come antiscientifico. Le motivazioni all’interno di tale proponimento sono manifestamente mistificatorie e notoriamente suggerite da ambienti “religiosi”, e che in un linguaggio oggi demodé avrei aggiunto francamente “reazionari”, e vanno a colpire quella che non è la “teoria” dell’evoluzione, ma la “legge” dell’evoluzione, vero obbiettivo dell’operazione.

Perché di legge di natura si tratta. Come la legge di gravitazione universale, come la tavola periodica di Mendeleieff, come le leggi di Mendel etc.. Senza Carletto Darwin (il secondo Carletto terribile dell’Ottocento), senza ad esempio il concetto di “fitness”, non riusciremmo a comprendere la natura stessa dell’evoluzione biologica nel nostro pianeta. Proviamo ad immaginare cosa avverrebbe nei laboratori dove HIV viene coltivato e sequenziato, se non si ricercasse il fenomeno delle mutazioni genetiche del virus. Lì si preparano test, basati sul riconoscimento del genoma del virus, al fine di testare la resistenza del virus ai vari farmaci antivirali prodotti nel corso degli anni dalle società farmaceutiche. Lo scopo finale è di ottimizzare i trattamenti combinati con tali farmaci, che nel tempo possono purtroppo perdere efficacia perché HIV, che non è un concausa, ma la causa dell’AIDS, sottoposto alla pressione selettiva degli inibitori delle proteasi, degli inibitori della trascrittasi inversa nucleosidici e non, degli inibitori della fusione e così via, reagisce e seleziona con meccanismo Darwiniano popolazioni geneticamente resistenti.

Se gli scienziati americani dovessero basarsi nei loro esperimenti in campo biologico o medico su teorie creazioniste o del “disegno intelligente”, credo che non farebbero molti progressi e la scienza made in US si sarebbe già arenata, anche in assenza di ministri della istruzione pubblica del rango della Gelmini. Una posizione quindi del tutto inconciliabile con quella di chi, sbagliando, avevo definito “negazionisti”. Infatti se la segnalazione in questione intendeva anche responsabilizzarmi riguardo ad una mia esortazione troppo “liberale”, tale da fornire spazio ad un’ampia congerie di contestazioni “radicali” del pensiero scientifico, direi che il mio post andava in direzione opposta. Non si apre nessuna falla: ho chiaramente affermato che, per avere diritto di cittadinanza in un serio dibattito, una tesi opposta deve aderire al pensiero logico-razionale. Deve dare luogo ad ipotesi dimostrabili sperimentalmente e perciò falsificabili.

Il sapere acquisito però spesso genera interrogativi più ampi di tipo e profondità diversi. Basta pensare ai tanti aspetti che rimangono poco chiari e ancora da indagare proprio nei meccanismi dell’evoluzione. L’origine della vita è interna o esterna al pianeta? Se si verificano solo mutazioni casuali, sono sufficienti 4 mld di anni di tempo per garantire l’evoluzione biologica? Cosa è che si evolve, la singola specie, o piuttosto il sistema ecologico in cui prosperano specie diverse, in competizione con altri sistemi? Il cosiddetto “dogma” di Watson & Crick, cioè che l’informazione procede dal DNA al RNA, non è stato solamente smentito (ad esempio anche dalla trascrittasi inversa di HIV), ma, come vedremo in successivi post, alcuni autorevoli studiosi vanno oltre e affiancano alla selezione naturale nuove teorie (neo-Lamarckismo?). Ma ciò detto, la validità del pensiero Darwiniano rimane intatta, anzi può essere integrata da queste e da altre acquisizioni. Bisogna pertanto proseguire ad osservare, approfondire, studiare.

Vorrei introdurre un altro oggetto di discussione. La medicina occidentale è certamente una scienza, ma che opinione abbiamo della medicina cinese, che non origina certamente da osservazioni sperimentali, almeno nel linguaggio cartesiano e quindi non è considerata scientifica? Questa medicina “alternativa” non è solamente efficace, e non si tratta di suggestione o di effetto placebo, ma è anche sostenuta da un sapere millenario parallelo alla cultura occidentale. Il metodo sperimentale è l’unico strumento adeguato per esplorarla ?

April 16, 2012

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Gli sprechi alimentari

Ho letto il libro di Tristram Stuart, “Sprechi”, e sono rimasto scioccato.

Il libro non è di facile lettura, perché è un concentrato di dati, soprattutto riferiti al mondo occidentale, ed in particolare la Gran Bretagna, dati relativi agli sprechi alimentari. A tale proposito, ricordo come l’autore sia l’alfiere del freeganesimo, ossia la pratica di recuperare ed utilizzare i rifiuti alimentari ancora utili dai depositi di immondizia di vario tipo.

In qualche modo per adeguarmi allo stile del libro, di seguito vi fornisco alcuni dati raccapriccianti.

Gli inglesi gettano via ogni anno 4,1 milioni di tonnellate di cibo che potrebbe invece essere consumato, se conservato e trattato correttamente. Fra questi, 484 milioni di vasetti di yogurt non aperti; 1,6 miliardi di mele integre (27 mele a persona); 370 milioni di sterline di banane; 2,6 miliardi di fette di pane;  1,7 milioni di tonnellate di sole patate.

Sempre in Gran Bretagna, una percentuale compresa tra il 25 ed il 40 per cento della frutta e degli ortaggi coltivati nel paese vengono respinti dai supermercati in quanto non rispondenti agli standard estetici richiesti. Nell’estate del 2008, un grossista inglese è stato costretto a gettare via 4000 kiwi perché più leggeri di 4 grammi rispetto al peso richiesto dagli standard europei, pari a 62 grammi cadauno.

Nel mondo una percentuale tra il 20 ed il 40 per cento del totale delle banane prodotte vengono gettate via perché non rispondono agli standard richiesti dalla grande distribuzione: o sono troppo curve o troppo dritte, o troppo piccole o troppo grandi.
Nelle acque occidentali di Irlanda e Scozia nel 1999, le flotte di pescherecci irlandese, francese, spagnola e britanniche hanno scartato l’80 per cento del pesce bianco che hanno pescato.
In India si calcola che una percentuale variabile tra il 35 ed il 40 per cento degli ortaggi e della frutta  viene sprecata ogni anno.
In Giappone, la massa di cibo sprecato ogni anno per persona equivale a 151 chilogrammi.

In aggiunta ai paesi ricchi che buttano via quasi la metà delle forniture di cibo, il 40 per cento dei cereali, compresi  frumento, riso e granoturco, prodotti nel mondo vengono usati per nutrire gli animali d’allevamento. Quasi un terzo della terra arabile a livello mondiale viene usata per coltivare mangime per il bestiame e la percentuale è in crescita.

In totale, diamo al bestiame tre volte il cibo che esso ci restituisce sotto forma di latte, uova e carne.

Nella sola Gran Bretagna, 4 milioni di individui non possono permettersi una dieta adeguata. Negli Stati Uniti 35 milioni di persone non hanno un accesso garantito al cibo e nell’Unione Europea si calcola che siano 43 milioni le persone a rischio di povertà alimentare.

Se lo spreco di patate nel Regno Unito fosse dimezzato, si libererebbero 5400 ettari di buona terra arabile. Se questi fossero convertiti alla coltivazione di grano, il raccolto potenziale potrebbe raggiungere le 36.000 tonnellate, abbastanza per salvare dalla fame 1,2 milioni di individui malnutriti.

Secondo “Nature” gli oceani hanno già perduto più del 90 per cento dei grossi predatori ed un gruppo di 14 accademici ha pubblicato su “Science” un articolo in cui si sostiene che entro il 2048 tutte le specie attualmente pescate saranno estinte.

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