April 15, 2012

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cash mob

Un negozio, che deve restare rigorosamente segreto, e un punto della città in cui ritrovarsi. Sono gli ingredienti fondamentali del cash–mob, un nuovo modo di fare acquisti nato dall’intuizione di Andrew Samtoy, avvocato 32enne cresciuto tra San Diego e Washington. A novembre del 2011 ha scelto un negozio di Cleveland, città in cui vive, e senza rivelarlo ha dato appuntamento (con tanto di orario e indirizzo) a tutti gli acquirenti disposti a spendere una piccola cifra “al buio” e senza sapere dove si sarebbero diretti. Per creare il passaparola è stato sufficiente utilizzare la rete. Samtoy ha raccolto nel blog cashmobs le regole fondamentali dell’evento, tra cui essere disposti a incontrare persone che non si conoscono, spendere almeno 20 dollari e divertirsi.

“Ho avuto quest’idea a settembre dello scorso anno e ho organizzato il primo cash – mob, a novembre, in una libreria (Visible Voice Bookstore, ndr) – spiega il 32enne – E’ un modo per sostenere l’economia locale, in un periodo difficile, ma anche un’occasione per instaurare relazioni faccia a faccia, invece che solo attraverso internet”. Samtoy ha creato finora cinque cash–mob: “Quello che ha avuto più successo è stato nel negozio di alimentari ‘Grog Shop and Nature’s Bin’ in cui hanno partecipato circa 300 persone e in totale hanno speso 9,000 dollari”. L’idea, alternativa ai flash-mob (eventi più o meno improvvisati) è fatta per essere copiata e infatti il 24 marzo scorso in America è stato organizzato il primo “cash–mob day” .

Anche in Italia qualcuno ha intercettato questa “moda”: Luca Valzania, 37 anni, esperto di marketing e di internet, ha organizzato un’azione di acquisto di massa a Milano. Il ritrovo è fissato alle 18 in piazzale Bacone (zona Città Studi), oggi. “All’inizio di marzo ho creato un sito per far conoscere l’iniziativa, dopo aver scelto un negozio del mio quartiere che rischia di chiudere”, spiega Valzania. È andato a conoscere il proprietario, che si è dimostrato molto felice dell’idea: “Io non ci guadagno nulla, ma ho scelto quell’esercizio commerciale perché al proprietario hanno raddoppiato l’affitto”. Non si tratta di un venditore di prodotti di nicchia: “Spero di intercettare sia il ventenne che usa la rete, che il sessantenne che l’ha letto su qualche giornale, perché il cash-mob unisce l’elemento sociale al territorio”.

La spesa minima richiesta sarà di 10 euro a persona. Ma riuscirà a creare in Italia una rete simile a quella americana? “Per ora sono stato contattato anche da persone di altre città, tra cui Torino e Genova, che vorrebbero organizzare dei cash-mob lì”. Domani vedremo se l’iniziativa, oltre ad animare il quartiere, darà un po’ di respiro alle casse vuote del negoziante.

Partito del Male di Vauro e Vincino

April 13, 2012

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Partito del Male di Vauro e Vincino

Si chiama Pdm, acronimo di Partito del Male. A idearlo sono stati Vauro e Vincino, direttori dell’omonima rivista satirica, che hanno deciso di presentare una lista a Palermo per le amministrative del 6 e 7 maggio.

Aspirante primo cittadino è Dario Campagna, 28 anni, presentato direttamente dalle colonne del giornale satirico di cui è redattore come “il sindaco che Palermo non si merita”. Sul sito prosegue la descrizione del candidato, ovvero “il più sfigato degli sfigati, palermitano purosangue del quartiere Cep viale Michelangelo, il più disgraziato di quelli che lavorano al Male, l’unico che paga per essere frustato ogni giorno qui dentro da Vauro e da Vincino. Cerchiamo firme, vi faremo sapere online, stiamo cercando un notaio che lavori gratis per noi”.

Un curriculum in controtendenza rispetto alle biografie imbellettate dei politici, specie a ridosso delle tornate elettorali. E anche i punti del programma risultano piuttosto insoliti. Il Pdm prevede infatti ”decine di concorsi pubblici meritocratici, acqua calda tutto l’anno a Mondello, meno cinesi in via Lincoln, meno catanesi a Palazzo delle Aquile, una funivia per Monte Pellegrino, la Metro Sferracavallo-Acqua dei Corsari, più taverne low cost a Ballarò, giardini zen allo Zen e 2.000 euro al mese per tutti (tranne che per gli operatori Amia)”. Non si pone nemmeno il problema degli apparentamenti al ballottaggio perché il candidato “si presenterà direttamente al secondo turno per sfidare direttamente una sola persona, che sennò è troppo facile”. Eppure scrivono che “il simbolo elettorale è stato depositato ieri mattina alle 23.45 presso piazza delle Aquile nelle mani di Cusimano Gianfranco”.

Ma sarà vero? “Io sono soltanto un manovrato, un burattino nelle mani di Vauro e Vincino – spiega Campagna – . L’iniziativa è nata in redazione dopo il caos delle primarie palermitane, dove ha vinto Fabrizio Ferrandelli“. Un’idea simile a quella di Rocco Siffredi, che sul web ha promosso la sua corsa elettorale nel capoluogo siciliano. Una bufala che è diventata subito un tormentone. Anche la lista del Pdm si propone in veste di campagna virale e propone una fantomatica candidatura nella città dove oltre 1000 persone vorrebbero essere eletti consiglieri comunali.  ”Abbiamo lanciato una provocazione che funziona, in una città dove centinaia di cittadini prendono parte al teatrino delle amministrative”. Insomma, si tratta di un gioco nato sulla rivista e rilanciato in rete. A cui qualcuno ha creduto. “Su Twitter – prosegue il candidato sindaco – ci siamo battibeccati con il Movimento Cinque Stelle che forse, all’inizio, aveva abboccato”. Ma la ‘campagna di Campagna’, anche se a prima vista ha funzionato, “è  solo satira – conclude il redattore-. Del resto, noi siamo il Male”.

April 9, 2012

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i blog delle idee

In omaggio allo spirito pasquale mi sono finalmente deciso a scrivere un post su cui rimuginavo da tempo. E’ una replica a quanti si sorprendono che io scriva sullo stesso sito che ospita il blog di Tizio, Caio o Mevia (di cui ovviamente non condividono le opinioni). Immagino che lo stesso accada ad altri (ad alcuni verrà rimproverato di scrivere sul sito che ospita il blog di Scacciavillani?).

Il fatto è che i blog del FQ hanno dato vita ad un Bazar intellettuale. Sullo spettro politico si va da Massimo Fini a Giulietto Chiesa, in campo economico dai fan della decrescita a Noise from Amerika, da La Voce.info a Ferrero. E’ un calderone in cui si riversano cosmopoliti e provinciali, internazionalisti e no global, attori e politici, finanzieri e filosofi, poeti e imprenditori, liberisti e catastrofisti, chef e ambientalisti, rockettari e ricercatori, sindacalisti e finanzieri d’assalto. Blog individuali, a quattro mani e collettivi. Anche un paio di videoblog.

Con l’arrivo di un ufologo e un esperto di poker, sembra che siano rimasti scoperti pochi campi dello scibile umano e del ventaglio di interessi. Mancano ancora un berlusconiano (non pentito, come gli onorevoli Granata o Napoli), un leghista (ormai in via di estinzione), un cartomante e un clericale (proverei con Giovanardi, tanto per vedere l’effetto che fa nella blogosfera FQ?).

A taluni disturba la dissonanza di voci e di opinioni. Preferirebbero attingere da un organo che dettasse la linea e che insegnasse a pensare con la testa altrui, senza troppi patemi. Di fronte a due tesi contrastanti bisogna fare lo sforzo di valutare. Da qui la richiesta di un catechismo rassicurante, specie in questi tempi ansiogeni. Su internet esistono già miriadi di siti rivolti a soddisfare questo desiderio. Tanti aspiranti maître a penser arringano i fedeli con ritornelli triti e giaculatorie cantilenanti.

Il Fatto on line va in direzione assolutamente opposta e questa scelta lo rende unico anche a livello internazionale. Per quel che mi è dato conoscere lo ritengo il più affascinante mercato delle idee che si sia sviluppato su internet (almeno nelle lingue che conosco). E’ una piattaforma dove si possono mettere a confronto le idee e interagire con persone agli antipodi. Internet spesso tende a segmentare la platea e a creare dei microcosmi omogenei. Il Fatto on line frantuma gli steccati. Questa circolazione di idee ed il dibattito tra diversi abitua al ragionamento e proprio perché suscita reazioni forti nei commenti diventa uno strumento di apprendimento per chi legge e chi scrive.

A volte anche io mi sorprendo a leggere proposte interessanti da persone con cui sulla carta avrei pochi punti di contatto. A volte delle opinioni a cui non sarei altrimenti esposto mi spingono a mettere in dubbio le certezze e a verificare che le basi su cui poggiano siano intatte (se lo sono mai state). Mi rendo conto che paturnie per me irrazionali per altri sono fonte di apprensione. Mi calo in panni che nel mio guardaroba non esistono.

Ottimisticamente mi aspetto che con il tempo le idee strampalate soggette a scrutinio verranno marginalizzate e quelle più ragionevoli si affermeranno. Per questo un contenitore cha può apparire assurdamente variegato, in realtà potenzia al massimo la forza dirompente di internet. Anche per questo a me non dispiace affatto ricevere commenti negativi o insulti. Anzi cerco di rispondere a tutti, per quanto mi concedano le altre incombenze quotidiane, soprattutto a chi esprime punti di vista opposti. Proprio dal dibattito che scaturisce dai commenti si impara molto di più che dalla lettura di 5000 battute.

Proprio questo è il bello di un mezzo bidirezionale. Lanciarsi senza rete nel mare magnum degli umori e delle reazioni di un pubblico che non ha freni inibitori. Una specie di agorà o se preferite di avanspettacolo cibernetico. Per di più attraverso i commenti ci si fa un’ idea molto più accurata di come ragiona davvero la gente soprattutto quando, protetta dall’anonimato, abbandona le inibizioni e dà sfogo alle pulsioni autentiche come mai oserebbe nei panni quotidiani.

Non che tutte le intemerate vadano prese sul serio. Ho visto spesso molti lividi contro i politici, indignati contro le ingiustizie, implacabili censori del capoufficio (in sua assenza), che appena si trovavano al cospetto di un potente diventavano mansueti e servili. Disposti a pietire e a inginocchiarsi per il piattino di lenticchie da mangiare nel retrobottega ruttando poi alla faccia dei fessi. Le cronache leghiste di questi giorni ne offrono un esempio paradigmatico, ma di certo non esclusivo.

Un ultima appunto: a giudicare dai nomi e dai nick sembrerebbe che i commenti (su tutti i blog) provengano in misura preponderante da uomini. Le donne per qualche motivo sono meno propense ad esprimersi. E’ un fenomeno non solo italiano e solleva perplessità. Mi chiedo se non origini dalla stessa radice della scarsa partecipazione in politica. Quote rosa nei blog?

April 8, 2012

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Policlinico Umberto I

I lettori dei quotidiani sono condannati a conoscere meglio l’inizio delle vicende che la loro conclusione. L’inizio di una storia di cronaca o di politica è coinvolgente, nuovo: se va bene, uno scoop, che il giornale è fiero di pubblicare. La sua conclusione, il più delle volte, è banale e tradisce le aspettative dei lettori: tutt’al più un trafiletto in una pagina interna. La recente vicenda del Dipartimento di Emergenza e Accettazione (DEA; nel linguaggio comune il Pronto Soccorso) del Policlinico Umberto I di Roma conferma la regola. Come tutti ricorderanno, il 20 febbraio 2012 i Senatori Domenico Gramazio (PDL) e Ignazio Marino (PD) in seguito ad una visita non preannunciata all’ospedale romano avevano rilevato vari disservizi, la vittima del più grave dei quali era una donna in coma per un trauma cranico rimasta per quattro giorni legata su una barella in attesa di un posto letto.

I dirigenti sanitari del DEA (Proff. Claudio Modini e Giuliano Bertazzoni) furono immediatamente sospesi dalle funzioni dirigenziali ad opera della Direzione Sanitaria dell’ospedale mentre veniva avviata una inchiesta interna con la consulenza esterna del Prof. Pugliese, primario del DEA dell’ospedale Sandro Pertini. La relazione scagionava completamente i due dirigenti, che venivano pienamente reintegrati nel loro ruolo il 23 marzo scorso.

Ovviamente, la relazione del Prof. Pugliese non diceva che è pratica sanitaria auspicabile quella di tenere un malato in coma legato ad una barella per quattro giorni. Riconosceva però che nell’episodio erano stati applicati i presidi terapeutici usuali e necessari, nell’interesse della malata, e confermava, che le difficoltà del DEA del Policlinico Umberto I (comuni peraltro a molti ospedali romani e dell’intera penisola) non erano imputabili agli individui che ci lavorano dentro, i quali anzi si erano distinti per l’impegno e la dedizione; erano invece causate dalle oggettive condizioni di lavoro, ed aggravate dalle ristrettezze economiche nelle quali versa il Servizio Sanitario Nazionale.

Il DEA del Policlinico è stato ristrutturato nel 2000 e dimensionato su una previsione di 60.000 prestazioni all’anno; ne eroga invece mediamente circa 140.000, ben più del doppio. Vive cioè una situazione di cronica insufficienza e sovraffollamento, alla quale il personale in servizio deve fare fronte, spesso con disagio e sacrificio. Certamente alcune delle prestazioni erogate dal DEA sarebbero meglio fornite dai medici di base o da altri presidi territoriali; ma rimane il fatto che i cittadini abbiano necessità più che doppie rispetto a quanto il loro ospedale sia progettato per offrire: un esempio del cronico squilibrio tra le necessità del paese e le potenzialità dei servizi pubblici. E’ puerile pensare che i disservizi del Servizio Sanitario Nazionale siano causati dagli operatori sanitari: sono causati soprattutto dalla continua erosione delle risorse dedicate, erosione che ormai intacca l’effettiva disponibilità delle prestazioni previste.

L’errore professionale, la colpa, la malasanità esistono, certamente, ma riguardano episodi: oggi è la normalità che ci sta crollando addosso. La Sanità pubblica è un grande costo sulle spalle dei cittadini, ma non uno spreco; semmai una garanzia: a tutti noi, purtroppo, potrebbe servire in qualunque momento un DEA efficiente. Ed è raro che gli sprechi e gli scandali veri, le ruberie, siano da imputarsi al personale sanitario: di solito accadono a livello politico.

April 7, 2012

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L’Aquila e danni causati dal terremoto

La storia degli ultimi 3 anni dell’Aquila e della (r)esistenza quotidiana dei suoi abitanti può essere agevolmente letta attraverso gli insegnamenti di Michel Foucault e David Harvey. La chiave di lettura qui non è il tempo, ma lo spazio.

Le misure adottate per far fronte ai danni causati dal terremoto del 6 aprile 2009, oltre ad aver portato flussi di denaro nelle mani di varie “cricche”, hanno dato il via anche ad un mega-esperimento sociale, ovvero hanno creato le condizioni per la sperimentazione di un nuovo modello sociale, attraverso la riorganizzazione degli spazi.

Come? In un primo momento attraverso la costruzione di mega-tendopoli per i ‘senzatetto’, ovvero: campi chiusi, recintati, sorvegliati militarmente, controllati tecnologicamente (tesserino di accesso per ogni residente del campo e “autorizzazione all’accesso” per gli “esterni” al campo), organizzati gerarchicamente, posti fissi per gli abitanti, mobilità controllata (ordine di segnalare all’autorità eventuali spostamenti dal campo).
In seguito, attraverso la costruzione di nuovi spazi abitativi, ossia la c.d. “new town”, tutta plasmata sul dispositivo disciplinare.
Foucault, in Sorvegliare e punire, descrive la costruzione del sistema compatto di dispositivo disciplinare attraverso le misure adottate dal potere per sconfiggere la peste. Il terremoto dell’Aquila ha creato l’occasione per costruire uno simile schema disciplinare, ovvero un’architettura del controllo dall’alto. Foucault spiega anche che dietro l’ossessione del potere per la peste c’era l’ossessione per tutto ciò che era radicalmente “altro”, ivi compresa la paura per le possibili rivolte in tempi di crisi.

Infatti, i modelli di città che si delineano all’Aquila dopo il terremoto, sia il campo recintato e sorvegliato che “L’Aquila 2″, simboleggiano l’ideale della “città perfetta”: ordinata, disciplinata e controllata. Città in cui nulla si può muovere senza autorizzazione o senza essere visto, sorvegliato. Il ruolo della “città perfetta” è assegnato in particolar modo all’Aquila 2, nuovo spazio sponsorizzato direttamente dall’ex Presidente del consiglio che, in lunghi spot televisivi, ci ha mostrato soddisfatto perfino le pentole e le posate delle ordinate abitazioni della “new town”. In piena crisi (anche il terremoto è una crisi), dunque, la soluzione scelta fu quella di affidare tutto il potere a Bertolaso, capo della Protezione Civile, e di puntare all’utopia disciplinare, oltre che agli affari (ça va sans dire!).

Anche Napoleone Bonaparte, del resto (figura storica spesso evocata dall’ex presidente Berlusconi), dopo la terribile crisi economica del 1848, diede ad Haussmann l’incarico di costruire una città ordinata e disciplinata. Haussmann obbedì e procedette alla distruzione dei vecchi bassifondi di Parigi, espropriando ed allontanando gli abitanti, cioè i poveri e gli operai, in nome del progresso civile e del rinnovamento, dando vita così ad una nuova forma urbana che avrebbe dovuto garantire, secondo quanto richiesto da Napoleone, maggiori livelli di sorveglianza e di controllo militare, nonché la rapida repressione dei movimenti rivoluzionari (anche se poi la storia lo smentì clamorosamente nel 1871).

La scelta del Governo e della Protezione Civile, dunque, di svuotare e recintare il vecchio centro e di realizzare, nel contempo, una “new town” in un luogo anonimo in periferia, non è affatto casuale, oppure dettata dalla mera “emergenza”. A distanza di 3 anni e alla luce delle inchieste giudiziarie nonché dei miliardi pubblici stanziati per la realizzazione di tutto ciò, tali scelte non appaiono affatto casuali. Quel terremoto sembra essere stato “sfruttato” per realizzare e sperimentare molto altro: ovvero nuovi modelli di socialità. Perché lo spazio in cui viviamo ci definisce e modella le nostre relazioni sociali.

La scelta della città che vogliamo non può essere separata da quella di un certo tipo di legami sociali, di rapporti con l’ambiente naturale, di stili di vita, di tecnologie e di valori estetici”, afferma David Harvey, rivendicando un inedito, quanto trascurato, “diritto alla città” (The right to the city, New Left Review, Ottobre 2008). Significa che il diritto alla città non si esaurisce nella libertà individuale di accedere alle risorse urbane, ma è il diritto di cambiare noi stessi cambiando la città”, perché costruendo la città costruiamo noi stessi.

Ed è chiaro che gli aquilani non possono stare molto sereni e fiduciosi nel vedersi costruiti, formati e modellati come individui e come collettività da un Napoleone, un Haussmann, un Berlusconi o un Bertolaso. Gli aquilani hanno diritto alla loro città!

April 6, 2012

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Economia e finanza nei Licei

In un momento nel quale la disoccupazione giovanile in Italia è su livelli altissimi (oltre il 30 per cento) è importante ragionare su quale sia una giusta attitudine verso il lavoro. Si è chiusa da tempo la fase nella quale in Italia c’erano grandi imprese e grandi istituzioni che offrivano posti di lavoro stabili e che assicuravano una carriera per tutta la vita. Lo scenario è cambiato in tutto il mondo e in Italia ancora di più.

Ci sono rimaste pochissime grandi imprese. Il 95 per cento delle imprese italiane infatti ha meno di 10 dipendenti. E il settore pubblico non è più in grado di offrire posti di lavoro a tempo indeterminato, se non in misura molto ridotta. La precarietà anzi è molto più diffusa (in proporzione) nel settore pubblico che non nel settore privato. Del resto con un debito pubblico gigantesco come quello italiano come si potrebbe pensare a uno sviluppo dell’occupazione nel pubblico impiego?

A fronte di questo mutamento epocale allora i giovani dovrebbero scegliere molto accuratamente i percorsi di studio che vogliono intraprendere. E’ chiaro che alcune qualificazioni non hanno sbocchi lavorativi. Tutti lo sanno ma molti fanno finta di non saperlo. Non è facile tuttavia prevedere oggi quali possano essere le competenze più richieste tra dieci anni.  Forse più che le qualificazioni e le specializzazioni conta l’approccio al lavoro. Se nei prossimi anni ci saranno sempre meno posti di lavoro “stabili”, offerti da grandi strutture, diventa essenziale avere gli skills per inventarsi un lavoro. La nuova logica dovrebbe essere quella di pensare di diventare imprenditori e non solo “lavoratori dipendenti”. Da un atteggiamento passivo: cerco un lavoro per sistemarmi e poi tirare avanti si dovrebbe passare a una visione che sia attiva: in che modo posso capitalizzare sulle mie competenze? Come potrei trasformare il mio capitale umano in un’impresa?

Vi segnalo, su questi temi, un articolo di Irene Tinagli sulla Stampa di oggi “I giovani siano imprenditori di se stessi”.

Molti chiedono al governo di «creare posti di lavoro» secondo politiche industriali vecchio stile, quelle che tanti politici oggi invocano, a suon di sussidi e incentivi. Ma come si fa a programmare il futuro se è così incerto? Non c’è nessun motivo per il quale burocrati del ministero dello sviluppo economico sappiano oggi prevedere quali possano essere i settori del futuro. Sta agli imprenditori capirlo, attraverso tentativi ed errori.

Tinagli ci segnale che secondo gli studi della Kauffman Foundation, negli Stati Uniti, negli ultimi trent’anni la quasi totalità di nuovi posti di lavoro è stata generata da aziende nei loro primi anni di vita, aziende «nuove». Stimolare nuova imprenditorialità è una buona strada allora. E per farlo si tratta di ridurre i costi di fare impresa, attrarre e stimolare il capitale di rischio, investire in infrastrutture digitali e nuove tecnologie. Ma giustamente Tinagli ci dice che altrettanto importante è insegnare ai giovani ad essere creativi, curiosi, propensi al rischio, imprenditori.

“Tutti i sondaggi condotti tra i giovani italiani mostrano bassi livelli di propensione al rischio e all’imprenditoria. Anche se molti ragazzi hanno minori aspettative rispetto al posto fisso e anche se aumenta, per esempio, la disponibilità a viaggiare e spostarsi, tuttavia la voglia di fare impresa resta molto bassa. Uno dei sondaggi più recenti, condotto nel febbraio scorso da Termometropolitico in collaborazione con La Stampa su ottomila italiani sotto i trentacinque anni, ha fatto emergere come il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio». Per contro solo il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». Un dato sorprendentemente basso. Per fare un confronto, in un’indagine condotta dalla Gallup Organization assieme alla Fondazione «Operation Hope» e resa nota pochi giorni fa, il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso», il 45% di voler fare la propria impresa, e il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo. Non solo, ma il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi, anche se possono portare a sbagliare e fallire, e l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo.”

Quando inizieremo ad insegnare economia e finanza nei Licei Classici?

April 5, 2012

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il matrimonio fra omosessuali

Moltissimi concordano sul fatto che le caratteristiche personali, quelle che non sono il risultato di una scelta ma di un percorso indefettibile, non dovrebbero costituire la base per un trattamento differenziato. Un lavoratore non dovrebbe essere licenziato perché straniero, così come una volta concluso il contratto un locatore non dovrebbe cacciare di casa la sua inquilina perchè l’ha vista baciarsi con un’altra donna.

Molte meno persone, però, si dichiarano disposte a concordare sul fatto che due persone dello stesso sesso possano contrarre un’unione chiamata “matrimonio”. E ciò per varie ragioni. Anzitutto, dicono, perché il matrimonio rispecchierebbe la natura, e la natura ci ha fatti “complementari”, uomo e donna. In secondo luogo, perché la tradizione da sempre richiede, per celebrare l’unione, che i due nubendi siano di sesso opposto. Poi, perchè il matrimonio sarebbe finalizzato alla procreazione. Infine, dicono, perché estendere il matrimonio alle coppie omosessuali significherebbe per così dire “inquinare” l’istituto coniugale, trasformandolo in qualcosa di diverso e provocare così il progressivo declino della società verso uno scenario nel quale nessuno più si sposerà.

Nessuna di queste obiezioni è in grado di convincere fino in fondo.

Non lo è sicuramente la natura, perchè l’omosessualità – che piaccia o no – è un aspetto naturale della persona, che esiste in natura così come esiste la fotosintesi clorofilliana. Non lo è neppure la tradizione, altrimenti il precetto “tu moglie dovrai restare sottomessa a tuo marito” dovrebbe essere valido ancora oggi. Quanto alla procreazione, è chiaro che le coppie sterili e quelle che non vogliono o non possono avere figli non hanno minore dignità delle famiglie con bambini. Sostenere che ci si debba sposare per fare figli, peraltro, significa attribuire alla coppia una funzione strumentale. I figli sono un dono, se vogliamo, non certo un oggetto. Trattare il matrimonio, come fa Alessandro Sallusti ad esempio, come un patto con lo Stato in virtù del quale i nubendi si obbligano a fornire allo Stato la ricchezza del futuro, cioè i figli, è una visione arcaica e fascista. Quanto infine alla prospettiva di un declino del matrimonio, i dati parlano chiaro: nei Paesi che riconoscono il matrimonio gay, i matrimoni etero non sono diminuiti, bensì sono aumentati; inoltre, il fatto che più persone possano sposarsi non significa che altre smettano di farlo.

Dunque, perchè molti continuano a sostenere che solo le persone eterosessuali dovrebbero sposarsi?

In verità, difendere il matrimonio significa ammettere che, rispetto alla semplice convivenza, esso fornisce alla coppia il riconoscimento pubblico della dignità del loro amore. Il fatto di volersi prendere “per marito e moglie“, come recita la formula di rito, significa esattamente questo: che due persone si dichiarano pubblicamente disposte a mettersi in gioco l’una per l’altra, a condividere la vita quotidiana, prendendosi cura reciprocamente (il diritto parla, al riguardo, di “unione materiale e spirituale“). Chiaramente, lo Stato non può verificare se le persone interessate si amano veramente o fanno solo finta. In questo senso, lo Stato fornisce lo strumento giuridico, ma spetta agli interessati tenerlo vivo, coltivarlo, alimentarlo quotidianamente. Se poi la cosa non funziona, non significa che non ci si abbia creduto. Non ho mai ritenuto fondate – ed anzi le ritengo povere di contenuto – le critiche di chi sostiene che i divorziati non possano difendere il matrimonio: il divorzio è solo la fine di un percorso che, per mille ragioni, non ha portato ai risultati sperati. Divorziare non significa che non si creda nel matrimonio in generale, ma solo che si è smesso di credere nel proprio.

Che lo si difenda solo per gli eterosessuali, quello è un altro paio di maniche.

Ed infatti trovo del tutto illogico difendere il matrimonio e farlo solo per gli eterosessuali. Perchè così lo si snatura del tutto. Lo si sottopone a una condizione che attiene alla qualità del legame: solo se puoi amare X, anziché Y, il tuo amore può essere riconosciuto. Significa mettere in secondo piano la dignità delle persone, per far risaltare invece il loro orientamento sessuale. Sarebbe come modificare l’art. 3 della Costituzione e fargli dire che “Tutti hanno pari dignità sociale ma non i gay, le lesbiche e i transessuali” eccetera.

Quale società fredda e crudele può continuare a privare le persone della loro dignità in questo modo senza rendersi conto che, tutto questo sì, ne sancirà la definitiva ed ineluttabile estinzione dal punto di vista della coesione?

il modello multiculturale

April 4, 2012

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il modello multiculturale

Oggi intervisto Andrea Staid, autore di Le nostre braccia (Agenzia X, Milano, 2011). Staid, storico e antropologo, 30 anni, è autore de Gli arditi del popolo (La fiaccola, 2007) e fra i curatori di A cerchiata (Elèuthera, 2008). In questo libro Staid decostruisce il modello multiculturale anche attraverso interviste a lavoratori migranti: muratori, badanti, manovali, contadini e attivisti politici. Insomma le fila dei nuovi schiavi.

Partiamo dalla domanda che fai all’inizio dell’introduzione: «Chi sono “loro” chi siamo noi”»?»
L’identità è un problema fondamentale nella vita dell’uomo, tutti ci chiediamo chi siamo noi, chi sono gli altri e perché. Nel mio libro è proprio questo dualismo che ho cercato di decostruire, come scrive Claude Lévi-Strauss, il noi è solo apparente dobbiamo vederlo come un ponte da attraversare. Per l’antropologia il noi non è conclusivo e non può essere definitivo, non deve separare noi dagli altri, ma essere il tentativo coraggioso di collocare noi in mezzo agli altri, alle loro culture, alle loro forme di vita e di saggezza. Dobbiamo cercare di costruire reti di connessioni mediante cui riflettere sulle opacità del noi e sulle capacità che abbiamo di aprirci una strada verso gli altri. Il problema della comprensione dell’altro è un fatto che riguarda l’interpretazione dell’alterità; l’identità ha bisogno, si nutre e si fonda rispetto all’alterità nella sua auto ed etero definizione.

Ma allora che cosa intendi con «un antirazzismo che sia meticcio»?
Per antirazzismo meticcio intendo le lotte per uguali diritti nel rispetto delle differenti culture, percorsi da condividere fra uomini e donne delle etnie più diverse. Bisogna avere il coraggio di creare identità mutevoli, in transito, aperte al cambiamento. Per questo il titolo del libro è le nostre braccia e non le loro!

Tu sostieni che ogni società e cultura è fin dall’inizio meticciata. Eppure è opinione consolidata che originariamente la cultura, le credenze, la religione di un popolo nascano in forma autonoma viste le scarsissime relazioni che ci sono fra i popoli dell’antichità. Come fai a sostenere questa tesi?
Sicuramente nella società post-moderna è molto più facile capire il meticciato, il cosiddetto fenomeno di globalizzazione ha portato con sé diversi mutamenti, non solo sul piano economico, politico, ma anche e soprattutto per ciò che concerne l’aspetto sociale e culturale. Grazie alla mobilità internazionale e quindi alle maggiori possibilità di raggiungere in poco tempo parti diverse del globo e grazie alla naturale propensione dell’uomo a viaggiare con il proprio inseparabile bagaglio culturale, oggi le nostre società sono sempre più, comunità meticce. I panorami sociali, etnici, culturali, politici, ed economici si fanno sempre più confusi e sovrapposti, le linee di confine spezzettate e irregolari. Detto questo, non concordo che le relazioni tra i popoli dell’antichità fossero scarsissime. Da sempre la storia umana è fatta di mescolanze, di culture che migrano, cambiano, che si ibridano. La storia del Mediterraneo è un crogiolo culturale, è la storia di millenni di migrazioni, sotto forma di invasioni, conquiste, scontri, persecuzioni, massacri, saccheggi e deportazioni, ma anche di scambi, confronti, trasformazioni reciproche di popoli, persino durante i conflitti. La differenza, rispetto al passato, è che oggi il fenomeno della «mescolanza» ha assunto proporzioni planetarie. L’accelerazione e l’espansione dei flussi migratori ha come effetto la globalizzazione degli incontri-scontri tra le culture. Questo richiede uno sforzo di analisi, dal momento che rappresenta la congiuntura epocale che determina la specificità dei processi di meticciato con cui oggi abbiamo a che fare.

Torniamo al presente. Come si può pensare al meticciato se anche fra «migranti sistemati» e «migranti precari» si instaurano relazioni di forte sfruttamento?
Per costruire la mia ricerca sono partito da una constatazione : i migranti sono umani al di là delle appartenenze, quindi mi stupirebbe se non si creasse sfruttamento tra di loro. È proprio pensarli come qualcosa di diverso da «noi» che crea il razzismo. La domanda che dovremmo porci è perché ci stupiamo se si creano reti di dominio tra migranti e non ci stupiamo di secoli di relazioni di domino nella nostra società?

Chiudiamo con l’interrogativo che poni alla fine del tuo libro: «Quale futuro?»
La mia speranza è quella di un mondo che sappia accogliere, ascoltare e capire le differenze e che tali differenze culturali diventino la ricchezza della società. Non dobbiamo assolutizzare mai l’identità culturale, ma fare in modo che le proprie diverse espressioni identitarie siano filtrate alla luce della libertà e dell’autonomia propria e di ogni altro essere umano. Prefigurare dunque un mondo aperto, senza muri e pregiudizi, pronto al mescolamento culturale per un divenire quel luogo dove l’unica patria sia il mondo intero, con al suo interno una miriade di culture differenti pronte al cambiamento, all’ascolto e all’incontro. La creazione di una relazione sociale tesa a soddisfare un’esigenza, un interesse, dove sia importante accettare di trasformarsi nell’interazione egualitaria con gli altri e prevedere la possibilità di diventare una persona anche molto differente da quella originaria. Un mondo di eguali per diritti ma differenti per culture, una società di donne e uomini liberi di creare la loro specificità culturale.

April 3, 2012

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Lea Garofalo

Sei ergastoli per il clan Cosco. Per tutti gli imputati dell’assassinio di Lea Garofalo, la giovane donna calabrese uccisa a Milano per ordine del marito. Colpevole di avere scelto di uscire con la figlia Denise dall’ambiente infernale del narcotraffico e delle faide tra clan e perciò testimone di giustizia. Attirata in trappola dal marito, “giustiziata” a colpi di pistola e successivamente sciolta in cinquanta litri di acido.

Una storia terribile che si è incisa nella coscienza di molti. La ferocia bestiale non aveva fatto però i conti con il coraggio della figlia, che ha trovato la forza di denunciare il padre. E di affrontare la clandestinità per sottrarsi alle pressioni e ai condizionamenti dei familiari. Un delitto, uno sfondo di traffici, un luogo di origine, che disegnano un tipico contesto mafioso, anche se in aula il pubblico ministero non ha voluto invocare l’aggravante di mafia. Da cui la scelta del comune di Milano di costituirsi parte civile. E da qui, soprattutto, l’entrata in scena di un attore collettivo che certo gli imputati non avevano previsto: un gruppo di giovanissime donne, mescolate a qualche coetaneo. Studentesse appena maggiorenni o perfino minorenni che avevano sentito parlare di questa storia in qualche incontro sulla legalità nella propria scuola. Che avevano saputo di questa ragazza fuggitiva e costretta a testimoniare contro il padre e che probabilmente non sarebbe stata creduta: l’avrebbero fatta passare come psichicamente instabile, avrebbero messo in giro su di lei voci ignobili, quante volte non è successo? E chi mai avrebbe preso le sue parti nella Milano in cui per fare accorrere i fotografi bisogna chiamarsi Ruby o Nicole?

Così le giovanissime donne hanno deciso di stare accanto a Denise e di fare propria la sua richiesta di giustizia. Lucia, Marilena, Giovanna, Giulia, Monica, Alessandra, Paola, Elisabetta, Costanza, più di una quindicina in tutto, si sono fatte trovare il 21 settembre al Palazzo di Giustizia, prima sezione della corte d’assise. Emozionate come delle debuttanti. I Cosco non capirono chi fossero e che cosa volessero quelle ragazzine. Così mandarono, perché anche questo succede, un agente della polizia penitenziaria da Giovanna per sapere come mai si fossero date appuntamento proprio lì. Quando lei si sentì interrogare, nonostante l’inesperienza, capì che qualcosa non andava: “E lei perché me lo sta venendo a chiedere?”.

A ogni udienza, appena finita la scuola, le ragazze si davano appuntamento. Dal Virgilio, dal Volta, dal Caravaggio, dall’Università. Anche se Denise non c’era, essendo sotto massima protezione. Si mobilitavano per lei, per la coetanea mai vista e mai conosciuta a cui avevano ucciso e sciolto nell’acido la madre. Con l’idea che quella ingiustizia pesasse anche su di loro. Rimasero perciò di sasso quando il presidente della Corte venne nominato Capo di gabinetto dal nuovo ministro della Giustizia. Quando seppero che per questo il processo sarebbe dovuto ricominciare. Davvero Denise, che già aveva fatto violenza a se stessa per testimoniare la prima volta, sarebbe dovuta tornare ad affrontare domande e insinuazioni? Lucia ricorda perfettamente lo sgomento: “Era novembre, un mercoledì pomeriggio, quando sapemmo che bisognava rifare tutto daccapo. Pensammo che era assurdo, che non esisteva, così decidemmo che il giorno dopo non saremmo andate a scuola e avremmo portato uno striscione bianco con le bombo-lette mettendoci davanti al tribunale per dire che volevamo giustizia per Denise. Qualcuno ci ammonì che rischiavamo di apparire critiche verso i magistrati, ma noi lo facemmo lo stesso. Ingenuamente, forse. Ma per giustizia”.

Continuarono a esserci. Hanno dato vita addirittura a un presidio di Libera intitolato “Lea Garofalo”. Con tanti giovedì sera passati a decidere come coinvolgere giovani e adulti o per stabilire come ripartirsi i turni. L’altro ieri, appena è circolata la voce che la sentenza sarebbe stata pronunciata verso l’ora di cena, si sono date appuntamento di corsa al palazzo di giustizia. Fuori dall’aula, agitate, in silenzio, tenendosi per mano tutto il tempo, con qualche ragazzo che riscattava con la sua presenza il genere maschile. L’emozione della prima sentenza attesa in vita loro. I sei ergastoli? “Non c’è da essere contenti”, dice Giovanna, “Lea non tornerà in vita e un ventenne all’ergastolo (il fidanzato di Denise; nda) non è una bella notizia, però penso che Denise ha avuto giustizia e mi sento più leggera”. Altri i toni di Lucia: “Sono felice. Perché mi sembra che a volte le cose vadano per il verso giusto”. C’è quasi una morale in tutta la vicenda, a ripensarci. Una donna indifesa è stata uccisa con ferocia inaudita da sei uomini. Una donna indifesa anche lei, almeno all’inizio, ha avuto il coraggio di testimoniare per amore. Un’altra donna (la presidente Anna Introini) ha guidato il processo a passi veloci. E altre giovanissime donne hanno voluto che questa storia diventasse di tutti, facendone uno straordinario fatto pubblico.

Lea Garofalo, che gli assassini volevano fare tacere e scomparire per sempre, parla oggi con la sua storia a una città, forse al paese. “Noi abbiamo fatto una cosa semplice, spontanea”, commenta Marilena, “si pensa sempre che si debbano fare grandi cose per cambiare, noi abbiamo solo voluto immedesimarci con un’altra ragazza e aiutarla. Certo la sentenza è importante, ma Denise continuerà a vivere sotto protezione. Per questo non finisce qui. Noi le staremo accanto ancora”.

Il Fatto Quotidiano, 1 Aprile 2012

April 2, 2012

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Dove risparmia Groupon?

La moda degli acquisti ultra scontati su Internet, che vede protagonisti siti come Groupon, Groupalia e LetsBonus, dopo una prima ondata di entusiasmo collettivo, sta scemando. Come riporta un’inchiesta di Wired Italia, tra inizio ottobre e fine gennaio 2011 sono arrivati all’Adiconsum oltre 400 reclami, e su Facebook un gruppo di clienti insoddisfatti riunisce più di duemila persone. Sono problemi che dovrà affrontare il marketing di queste aziende variando l’offerta o forse fornendo più garanzie.

Ma chi si occupa di comunicazione sa bene che presentare male al pubblico un prodotto significa non dare nessuna immagine di affidabilità e di qualità né del prodotto né della propria azienda fin dall’inizio. Così siamo andati a curiosare sulle pagine di Groupon e siamo rimasti colpiti da quanto siano demenziali i testi con cui si illustrano i vari “deal” (proposte).

Il bodycopy ha regolarmente un incipit di tipo “creativo” scritto evidentemente da un analfabeta della pubblicità, che crede ancora che la creatività consista nel dire cose spiritose per accattivarsi la simpatia del pubblico e solo a quel punto poter parlare dell’offerta. Ma che senso ha tentare di scrivere testi “accattivanti” per attirare il pubblico quando tutto quello che attira il pubblico è solo l’offerta economica? Accattivanti, poi…

Per una pizzeria: “La pizza è sempre la pizza, come la mamma è sempre la mamma e il papà quasi sempre non è il papà”. (Però in compenso la demenza è sempre la demenza)

Per un set di padelle antiaderenti: “Bella di padella direbbe DJ Francesco! Prendi uova, pancetta e un po’ di burro, alza il volume e porta in alto la mano, cominciando a muovere a tempo il bacino. Su i fuochi e l’allegria, fai un passo avanti ondeggiando e diventa il Capitano Uncino con questo deal” (Chi diavolo è DJ Francesco? Ma soprattutto che vi siete fumati?)

Per un solarium: “Sebbene se ne dia il solo merito al sole, un’abbronzatura dorata si può ottenere anche con una scorpacciata di medaglie olimpiche. Preziose sì, ma difficili da metabolizzare. Evita l’indigestione di metalli con Solarium…”. (Ribadisco, che vi siete fumati?)

Per un altro solarium: “Non tutti ricordano la scena in cui Zeus, in preda a un raptus depilatorio, preme un pulsante e manda un fulmine pulsato sulla Terra, chetando così l’ira funesta dei peli d’Achille. Scritta dal fratello segreto di Omero, Tendine, è una delle parti più importanti della misconosciuta Peliade. Regalati una pelle liscia come prescrive il mito da Centro Benessere”. (Oppure è il troppo solarium che vi ha fatto male?)

Per biglietti di teatro scontati: “Motivi per andare a teatro: 1) a differenza del cinema, l’approccio con la tua dolce metà è più facile grazie ai palchi laterali; 2) puoi rendere omaggio a Shakespeare che, senza palcoscenisco, sarebbe il più divertente proctologo della storia d’Inghilterra; 3) le poltrone sono comodissime, avendo ospitato mille persone prima di te che le hanno rese confortevoli”. (Ditemi che ho letto male, vi prego)

Per uno stimolatore femminile con lingue rotanti: “Il mondo si divide in due categorie, quelli che mangiano il gelato con il cucchiaino e quelli che preferiscono leccarlo per amplificare la piacevole sensazione di freschezza e gusto… e come il gelato ci sono altre cose che se assaggiate con il cucchiaino non provocano lo stesso appagamento”. (Scusate, ma a chi può venire in mente di assaggiarla col cucchiaino?)

È stata un’esperienza devastante. Ma almeno una cosa l’abbiamo capita. Cioè come faccia Groupon a offrire prezzi così scontati. In effetti, su qualche cosa dovevano pur risparmiare, e dunque hanno risparmiato su chi scrive i testi.

April 1, 2012

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La strage degli innocenti

Hanno ammazzato l’ennesimo bel ragazzo, un giovane biondo con grandi occhi azzurri, inseguito e catturato da tre ragazze forti e aggressive, tra i 21 e i 23 anni, sadiche e allegre, eccitate e crudeli. Certo, di buona famiglia.

Siamo all’aperto, fa freddo, le ragazze sono annoiate e forse hanno bevuto, camminano tenendosi per mano, parlando ad alta voce nella strada deserta.

Sfortuna vuole che il ragazzo sia lì, sotto la luce fredda dei lampioni, i capelli biondi e la pelle chiara, si allaccia una scarpa in una posa inconsciamente provocante, non le vede arrivare. Non sa il ragazzo che è il suo momento di morire e che quelle tre ragazze sane e ben vestite sono i suoi carnefici.

Carnefici con la gonna corta, i tacchi alti, una ha la treccia, l’altra ha il rossetto blu, una borsa costosa e anelli d’oro alle dita.

Rallentano, si guardano, non c’è bisogno di parole, l’adrenalina sale dolce ed eccitante. La memoria di recenti esercizi di violenza funziona da detonatore, con naturalezza circondano il ragazzo. Lui non ha ancora paura, è difficile a diciannove anni prevedere l’inimmaginabile, decifrare l’orrore. Oppure la paura è troppa anche per tentare di fuggire. Le giovani donne assassine sorridono di piacere, lo spettacolo dell’altrui terrore che già conoscono e pregustano accelera il sangue nelle vene meglio che la cocaina.

Le vedo e non riesco a staccare lo sguardo, sono muta e impotente non posso fermare quelle tre furie, nessuno può fermarle, le seguo con gli occhi mentre lo circondano, lo spingono, lo toccano, lo denudano nella neve.

Un urlo smozzicato da un pugno feroce, gli anelli fanno male. L’altra, la più alta e forte lo ha afferrato per i capelli, quasi li strappa per costringerlo a stare fermo. Una gli tira giù i pantaloni, lo voltano, lo frugano. La terza guarda senza intervenire, gli occhi fissi su quel culo bianco denudato, su quelle cosce, coperte di peluria bionda, che scalciano debolmente, la pancia appiattita sulla neve.

“Spegni la sigaretta, il fumo uccide!” ride quella con il rossetto blu “spegnila!”.

E lei la spegne sulla natica sinistra del ragazzo, mentre le altre si impegnano a bloccarlo.

“Poverino, ha freddo, scaldiamolo di baci!…”

Dura a lungo, ce ne vuole di tempo per morire e il divertimento non può finire troppo presto.

Giovani donne demoniache, stupratrici potenti e fantasiose.

Emozioni forti, storie da raccontare, medaglie di crudeltà, orgasmi della memoria.

E intanto il ragazzo muore, ce ne sono ancora tanti.

La cosa più eccitante sono gli occhi, terrore puro, e poi la schiena bianca e il naso schiacciato che cola sangue. Sangue sulla neve, come nei film, come nelle favole.

È già successo altrove, è il piccolo segreto delle tre ragazze di buona famiglia; nessuna punizione è arrivata e anche questa volta basterà dare fuoco al giovanotto sfortunato e dileguarsi nella confortevole e protettiva casa di famiglia.

In fondo è solo un maschio giovane e povero, chi lo vendicherà?

Chissà se per l’ennesimo maschio ammazzato dall’ennesimo branco di donne qualcuno scenderà in piazza?

Occupy Wall Street

March 31, 2012

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Occupy Wall Street

Occupy Wall Street, nel novembre 2011

Dopo il letargo invernale il movimento Occupy Wall Street rialza la testa e tenta il rilancio di primavera. Lo scossone dato alla società americana, come riconoscono anche osservatori vicini al mondo bancario, è stato forte. Certo il movimento di protesta, nato il 17 settembre dell’anno scorso, ha raggiunto traguardi importanti, piccoli e grandi: dalla eliminazione di una tassa imposta dalle banche sull’utilizzo delle carte elettroniche all’avere evitato il pignoramento delle case a persone in difficoltà, passando per l’approvazione di una tassa sui super ricchi ad Albany, nello Stato di New York. Ma il danno più grave inflitto al mondo della finanza è avere attaccato l’immagine delle banche, costrette a puntare su dosi massicce di marketing per riconquistare la fiducia degli americani.

Manifestazioni, ritrovi, accampamenti e slogan hanno puntato i riflettori sulle ‘malefatte’ del mondo della finanza, indebolendo ciò che è più caro alle banche, la loro immagine, già sporcata dalla crisi finanziaria degli ultimi anni. Il risultato è che soltanto il 41 per cento degli americani, secondo un sondaggio condotto dalla società di public relations Edelman, ha ora fiducia negli istituti di credito, contro il 69 per cento nel 2008. E ora i colossi della finanza, per riparare al danno, puntano sulla pubblicità. La conferma arriva da uno studio condotto da Echo Research insieme alla società di public relations Makovsky, secondo cui il 73 per cento delle aziende finanziarie ha aumentato gli investimenti in marketing e comunicazione nell’ultimo anno. E il fenomeno è destinato ad aumentare. «Con il risveglio primaverile del movimento», ha detto Scott Tagney, vicepresidente esecutivo di Makovsky, «i dirigenti di Wall Street devono essere sempre più pronti a difendere la loro immagine».

Il primo traguardo raggiunto dal movimento risale all’1 novembre scorso, quando Bank of America ha ceduto a un’ondata di proteste cancellando, dopo appena un mese, una tassa mensile di cinque dollari per chi utilizza carte elettroniche di pagamento. La seconda banca d’America è tornata sui suoi passi dopo che le concorrenti Wells Fargo, JP Morgan Chase e SunTrust avevano abbandonato progetti di tassazioni analoghe. Ufficialmente Bank of America ha ritirato la tassa per accontentare i clienti, ma l’opinione più diffusa è che le proteste del movimento, particolarmente accese, abbiano portato la banca a fare marcia indietro.

Gli obiettivi raggiunti da Occupy Wall Street, tuttavia, non si limitano al settore bancario, bersaglio principale delle sue critiche. Ad Albany, nello Stato di New York, il movimento ha vinto una battaglia contro il governatore Andrew Cuomo, criticato per la reticenza ad approvare un’imposta per i super ricchi. Alla fine però proprio Cuomo, con una mossa a sorpresa, ha cambiato posizione approvando la nuova tassa all’inizio di dicembre e utilizzando il ricavato per ridurre le imposte pagate dalla classe media.

Il movimento di protesta, focalizzato sulla lotta alle disuguaglianze economiche, si è anche impegnato con successo per impedire diversi casi di pignoramento. Ad Atlanta, per esempio, ha aiutato un pastore, che da tempo lottava per pagare i debiti dopo che la sua chiesa era stata distrutta da un tornado nel 2008, a ricevere un prestito dalla banca ed evitare il pignoramento. Manifestazioni e pressioni hanno salvato la casa anche a diversi veterani di guerra che, rientrati in patria, faticavano a rispettare le rate del mutuo.

shopping in Italia per le imprese vitivinicole

March 30, 2012

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shopping in Italia per le imprese vitivinicole

Le nostre imprese vitivinicole sono divenute oggetto del desiderio di magnati di mezzo mondo. Così, mentre a dispetto della crisi il vino italiano ha appena celebrato al Vinitaly di Verona un’annata di tutto rispetto (fatturato in crescita del 9 per cento ed export del 12 per cento sul 2010 a 4 miliardi di euro), tra i padiglioni della Fiera si sono visti non solo operatori e visitatori, ma anche facoltosi uomini d’affari alla ricerca di occasioni di shopping. Il più noto è una vecchia conoscenza dell’Italia: il miliardario russo Roustam Tarìko, 854esimo uomo più ricco del mondo e padre-padrone del colosso della vodka Russian Standard. Immancabile villa in Costa Smeralda, dove trascorre sei mesi all’anno, Tarìko è noto alle cronache del settore per aver acquistato lo scorso dicembre il 70 per cento delle storiche cantine piemontesi Gancia pagando 100 milioni di euro. Oggi è pronto a rilanciare con almeno 300 milioni di euro e avrebbe già ‘annusato’ due o tre cantine di sicuro interesse.

Oltre al paperone russo ci sono altri investitori, forse meno appariscenti, che stanno imbastendo operazioni simili. Come spiega il presidente di Federvini, Lamberto Vallarino Gancia, “i segnali di interesse per le nostre cantine non arrivano solo da Stati Uniti o Russia ma da tutte le aree del mondo in forte crescita. “A muoversi – ha aggiunto – sono anche investitori cinesi, indiani o brasiliani. Questi ultimi in particolare avrebbero già individuato una possibile acquisizione in Emilia“. Un fatto tutto sommato positivo, commenta Vallarino Gancia, in quanto “ulteriore testimonianza del valore delle nostre produzioni, capaci di attrarre in Italia capitali stranieri nonostante i rischi del momento e le difficoltà burocratiche”. A patto ovviamente che non si esageri e che il paese non finisca per diventare terra di conquista. In tal senso, sarebbe opportuno “ridurre la polverizzazione dei produttori italiani attraverso aggregazioni e fusioni da realizzare anche con il sostegno delle banche” ha concluso il presidente di Federvini.

Come tanti altri, anche il settore vitivinicolo italiano è infatti caratterizzato da un alto numero di imprese con produzioni di elevata qualità, buoni risultati economici, ma troppo piccole per competere da sole su scala internazionale e per resistere agli assalti dei colossi esteri. Ogni anno le cantine italiane vengono ‘radiografate’ dall’ufficio studi di Mediobanca. A parte il Gruppo Cantine Riunite, che fattura ogni anno mezzo miliardo di euro, le altre grandi aziende italiane hanno giri d’affari nell’ordine dei 100/150 milioni di euro. Cifre che si confrontano con i fatturati miliardari dei grani gruppi esteri. Il numero uno al mondo, l’americana Constellations Brand incassa ad esempio 2,5 miliardi di euro l’anno, la francese Louis Vuitton Moet Hennessy 1,6 miliardi, la sudafricana Distell Group oltre un miliardo. E non è un caso che lo scorso ottobre proprio la Constellations si sia assicurata per 50 milioni di euro il controllo del marchio Ruffino, azienda vinicola toscana fondata nel 1877.

March 28, 2012

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Il Poker è uno sport?

Molti dei commenti al mio primo post parlano di poker in relazione a una parola che io non avevo nemmeno citato: sport.

Ma il poker può davvero essere considerato tale? Per rispondere a questa domanda può essere utile un confronto con altri giochi che vengono spesso definiti “sport della mente”.

Gli scacchi sono un gioco ad informazione completa; ogni giocatore vede tutti i pezzi e le azioni dell’avversario e il più forte vince sempre.

Il bridge (disciplina sportiva associata riconosciuta dal Coni) è un gioco ad informazione incompleta; ogni giocatore conosce solo le sue carte ma il più forte vince sempre lo stesso.

Il poker, come il bridge, è un gioco ad informazione incompleta; ogni giocatore conosce solo le sue carte e quelle comuni ma non quelle degli avversari. Tuttavia il più forte non sempre vince.

Sono evidentemente tutti e tre giochi di abilità ma nel poker c’è una componente di alea che incide moltissimo nella singola mano o nel singolo torneo e sempre meno nel lungo termine, fin quasi ad annullarsi.

Anche Djokovic può perdere una partita contro il numero cento del ranking mondiale ma se giocassero mille volte mediamente risulterebbe vincente.

Se così non fosse non potrebbero esistere professionisti.

Anche i golfisti pagano somme ingenti per iscriversi a tornei dove non hanno la sicurezza di vincere i premi in denaro in palio ma non per questo sono tacciati come giocatori d’azzardo.

Anche loro sono aiutati economicamente dagli sponsor.

Anche loro studiano e si allenano duramente per raggiungere i loro obiettivi.

Anche loro tirano le somme a fine stagione.

No, non credo che il poker possa considerarsi uno sport. Ma per molti versi ci somiglia parecchio.

l’importanza di donare il sangue

March 27, 2012

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l’importanza di donare il sangue

Una campagna di sensibilizzazione per la donazione del sangue giocata sull’unconventional marketing 2.0. Dedicata in particolare a giovani creativi.

Centro Nazionale Sangue e Pubblicità Progresso promuovono un concorso dedicato ai ragazzi di età compresa tra i 18 e i 28 anni pronti a realizzare un video per la Giornata mondiale del Donatore di sangue del 14 giugno.  Un appuntamento importante per aumentare la consapevolezza della necessità di sangue a disposizione del sistema sanitario nazionale. Quest’anno il motto scelto dall’Organizzazione mondiale della sanità è “Every blood donor is a hero”, da cui è scaturito lo slogan a cui si ispireranno i video: “Share care. Condividere la cura (per se stessi come per gli altri)“.

Potranno essere corti, comics, tube-games, rap, brani musicali, azioni di guerriglia marketing o ambient marketing e non dovranno durare più di 5 minuti. Gli obiettivi dei videocontributi sono quelli di veicolare con le immagini uno stile di vita sano e corretto grazie al quale è possibile donare il sangue in maniera regolare. Oltre a trasmettere che il sangue donato diventa un farmaco salvavita non solo in situazioni di emergenza e che donare in forma anonima è una risorsa a disposizione di tutti. Tutti gli elaborati verranno giudicati da una giuria di esperti in discipline di comunicazione e divulgazione medica e quelli selezionati saranno caricati su You Tube dal 23 maggio al 9 giugno. Vincerà chi raccoglierà più “like” online, ma la giuria di qualità stabilirà il vincitore assoluto e la graduatoria finale con i premi da assegnare.

“Il 14 giugno sarà un pretesto per ribadire quanto sia importante donare il sangue, che spesso ignoriamo per pigrizia e disinformazione”, spiega Gloria Pravatà del Centro Nazionale Sangue. “Vorremmo sensibilizzare in particolare i giovani e chiarire che, anche se l’Italia è un paese ‘autosufficiente’, la donazione è una buona pratica che non deve essere relegata alle situazioni di emergenza e necessità medica”.

Gli elaborati dovranno pervenire entro il 20 maggio. Qui tutte le informazioni per partecipare.

Il “Media” Evo della Chiesa

March 26, 2012

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Il “Media” Evo della Chiesa

Come sostengo da sempre, la Chiesa ha inventato il marketing e lo applica sapientemente in tutte le sue forme compresa la pubblicità tradizionale. Da decenni utilizza spot di impianto classico per il fund raising e per il reclutamento, come questo firmato recentemente dalla Conferenza Episcopale Spagnola. Tra parentesi, mi chiedo se basterà questa campagna ad arginare la grande crisi di vocazioni che dal 2002 a oggi, in Spagna, è arrivata a registrare un calo del 25% nelle ordinazioni.

Intanto, il Vaticano ha deciso di lanciarsi anche sul social web. La strategia del neonato ministero per la comunicazione governato da monsignor Fisichella, sta cominciando a svelarsi. E da una collaborazione fra il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali e il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione scaturisce Aleteia, un portale d’informazione che vuole fornire risposte semplici a qualsiasi domanda che riguardi la fede cattolica oggi. Chiedete e vi sarà detto.

Al primo impatto visivo il lay out risulta agile e moderno. Non mancano titoli che, da un punto di vista stilistico, strizzano l’occhio alle headline della pubblicità, come “Dalla roccia più dura, l’acqua che disseta” (potrebbe andare benissimo per la réclame di un’acqua minerale). Ma veniamo ai contenuti che sono molto significativi. Fra le chicche più ghiotte c’è un goffo tentativo di mostrare una nuova apertura verso le culture “diverse”, affrontando uno dei babau che la Chiesa combatte da sempre: i culti magici africani. E qui si approfitta dello spezzettamento del testo imposto dal web, proprio per dissimulare la solita, immutabile, chiusura ideologica.

Il Voodoo viene presentato con un’apparente neutralità degna della migliore antropologia culturale, sfiorando perfino il relativismo: «Così come la Chiesa cattolica incoraggia l’inculturazione dei valori che si trovano nelle religioni tradizionali africane e nelle culture, allo stesso modo riconosce degli aspetti positivi nel voodoo». Ma non c’è pericolo, al secondo giro ecco subito il distinguo: «Il dialogo tra la Chiesa cattolica e il voodoo, incentrato in particolare sullo sviluppo umano integrale, si scontra a volte su elementi difficilmente conciliabili». E qui ti volevo!

In poche battute, la conclusione: «Una indagine approfondita e accurata delle religioni tradizionali africane aiuterebbe ancora di più il dialogo e la necessaria distinzione tra l’aspetto culturale e la stregoneria». Dunque, nel Voodoo ci sarebbe una parte per così dire folkloristica e innocua che per la Chiesa rientra nella “cultura”, e una parte oscura e ostile che invece rientra nella stregoneria. Perché la stregoneria non può essere accettata come elemento di una cultura. L’incapacità del cattolicesimo di vedere le altre religioni nella loro interezza porta a considerarle culturalmente monche e quindi bisognose di cure teologiche.

Se queste sono le premesse con cui verranno usati gli strumenti per la “nuova evangelizzazione”, abbiamo la netta sensazione di avere ancora davanti la buona vecchia Chiesa intollerante dei tempi bui. E non importa che si sia dotata di nuove tecnologie. È solo passata dal Medio Evo al Media Evo.

La chiesa e la pedofilia

March 25, 2012

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La chiesa e la pedofilia

Si moltiplicano le denunce di abusi. Appena pochi giorni fa la triste vicenda di padre Mangiacasale, economo della diocesi di Como. L’ultima poche ore fa raccolta e pubblicata dal team Gabanelli, particolarmente intensa. Per le testimonianze dirette (voci registrate dei protagonisti), la dinamica “realistica” delle circostanze, la riconoscibilità degli attori. Il prete raccoglie intimità e alla fine conduce l’adolescente all’abuso, la vittima dopo pochi anni torna a parlarne, a parlargli e riesce a liberarsi. Perchè in qualche modo vede il suo aguzzino come un uomo. Non come un criminale ma neanche come un inviato di Dio.

E’ la stessa esperienza raccontata da Mary Collins ad un simposio promosso dalla Università Gregoriana. L’abuso subito da bambina gli ha portato una vita di errori e depressione. La liberazione come lei racconta, è avvenuta quando ha superato lo stesso bivio: – uomo di Dio o persecutore – davanti al quale si trovano tutte le vittime di abusi, generalmente fedeli cattolici. Presentare i sacerdoti come mediatori di Dio sulla terra è il peccato originale. Che impedisce a loro e agli altri di essere uomini. É un’altra declinazione della deviazione antropologica della chiesa di questa età. E’ il pensiero sull’uomo che è inadeguato e a volte perverso come abbiamo detto spesso.

Al centro di questa visione c’è un uomo bambino che demanda ad altri le sue responsabilità, che è sempre in attesa di un magistero per sapere cosa fare, che non sa stare da solo. É un uomo che balbetta sui due problemi basilari della vita: la sessualità e il sostentamento economico. Non misurarsi “ab imis” come direbbe un prete, con la materialità dell’essere compromette una spiritualità sana. Cresce un albero senza radici che ha rami nodosi e sterili, senza foglie. Anche per una “vocazione” mistica in cui esista una feconda scelta di castità, occorre tanto più un’intima connessione con la propria identità sessuale. La maggior parte dei sacerdoti che si formano, educati ad eludere questi due temi, crescono come perenni adolescenti, vittime dei loro stessi impulsi.

Quelli che resistono e sono tanti, sono degli eroi voluti da Dio. Si manifesta una comunità fragile, appesa, senza fondamenta. Una chiesa che più difende i suoi uomini e più fa arretrare Dio. Una vecchia bambina del medioevo impaurita e attaccata alle sue immaginette e ai suoi merletti. Qualche segnale di lieve risveglio si avverte ma la strada è lunghissima e molto dolorosa.

March 24, 2012

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le donne in pakistan

Ci sono storie mortali che non devono essere dimenticate. Storie che ti trascinano nel fango in cui sono state gettate. Storie che sono di persone ma che diventano di tutti. Storie dove il dolore diventa coraggio fino a che uno non ne può più. Storie dove la vita ti marchia e ti uccide piano piano. Storie che raggiungono l’anima e te la stritolano. Fakhra si è uccisa. Ma la sua morte è cominciata molto tempo fa.

Si è buttata da un balcone di Roma qualche giorno fa, decisa a non essere salvata per la quarta volta. La mano che l’ha spinta da lontano è quella del marito che più di dieci anni fa in una notte colma di gelosia, l’ha cancellata con l’acido. Ha violato il volto di una bella ragazza pakistana. Ha trafitto il suo spirito e un’anima a brandelli non sopravvive. “Ho paura che gli altri abbiamo paura di me quando mi guardano”, disse una volta Fakhra trasferitasi a Roma per operarsi. 39 volte per potersi guardare senza riuscire a capire quanto fosse bella. Quanto ognuna di quelle piaghe fosse un gioiello che le attraversava il volto, quanto la sua forza la rendesse ricca, speciale, unica. Non era un mostro. Non poteva fare paura a chi la conosceva perché gli occhi della gente sanno riconoscere quello che vale. Sanno riconoscere la forza, il coraggio. E anche la sofferenza.

Se in questa storia e in molte altre che ci circondano ci sono dei mostri giacciono nei cuori di quegli uomini che hanno la forza di alzare una bottiglia di acido o un pugno per picchiare una donna. E non è una questione di confini, in Pakistan usano l’acido, in Afghanistan tagliano i nasi, in Europa fanno sparire i corpi e non danno pace neanche ai propri figli. Cambiano i metodi, ma non cambia l’orrore che scorre nelle vene di queste persone deboli, vigliacche, incapaci di essere uomini veri. Teste abbassate sulla vita, dove il potere di uno spintone diventa l’unica cosa che sanno fare. Dove l’autorità lì fa sentire importanti quando in realtà non lo sono affatto. Piccoli uomini di latta.

In Afghanistan conobbi una ragazza a cui il marito aveva tagliato il naso. E gli occhi. E le aveva deturpato il viso con delle forbici perché credeva di essere stato tradito. Si sbagliava, ma anche fosse stato vero non avrebbe importanza. Quella ragazza, centinaia di ragazze non andrebbero mai dimenticate. Ma il modo migliore per rendere onore alle loro vite annientate è aiutare anche solo riconoscendo le storie di tutte le altre, quelle che stanno nei nostri palazzi e vivono dietro mura di paura. Quelle bellissime donne coi lividi sulle braccia e nel cuore. Quelle delle ragazzine in balia del branchi in un mondo che ruota troppo in fretta per accorgersi di quello che ci circonda.

Non sono le donne a dover rivendicare la loro dignità. Sono gli uomini a doverlo fare. Sono loro che devono difenderle dai mostri. Sono quei poliziotti che dicono “non possiamo fare niente”. Sono quegli uomini che sanno ma non fanno. Sono quei medici che curano e non denunciano, sono quegli amici che notano ma non vogliono prendere posizione.

Non ci sarà mai un mondo senza violenza. Ma un mondo di uomini che sanno dare l’esempio, si può sempre costruire.

March 23, 2012

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A Gianni, rimasto senza Tonino

La prima volta che ho incontrato Tonino, 20 anni fa, avevo 17 anni. Mio padre preparava con lui un numero speciale di Airone, il mensile di natura e civiltà della Giorgio Mondadori che all’epoca dirigeva.  Era un numero dedicato alla Valmarecchia, territorio a cavallo tra Marche e Romagna i cui paesaggi ispirarono i grandi artisti del Rinascimento italiano e in cui Tonino aveva costruito il proprio nido poetico dopo aver lasciato Roma nel 1984, in cerca di un luogo che alimentasse la sua fame continua di bellezza.

A convincerlo a lasciare Cinecittà ma anche la nativa Santarcangelo di Romagna era stato Gianni, il famoso Gianni dello spot Unieuro. Un personaggio senza tempo, allora barbiere del borgo marchigiano (Pennabilli è passata alla provincia di Rimini nel 2009) che ebbe una intuizione formidabile: trasformare la valle grazie alla regia di un poeta, all’arte di Tonino. E così fece, per quasi 30 anni. Quei due, insieme, hanno seminato tra le pietre e i mandorli della Valmarecchia tappeti di mosaico, alberi d’acqua, orti dei frutti dimenticati e musei con un quadro solo.

Hanno costruito quelli che Tonino chiamava i luoghi dell’anima e contaminato la cultura locale con blitz di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Hanno creato giardini di pietra e rilanciato il nome del Montefeltro fino in Tibet. Persino il Dalai Lama (due volte in visita a Pennabilli, paese di origine di Orazio Olivieri, monaco che nel XVIII secolo si spinse fino a Lhasa e scrisse il primo Dizionario italo-tibetano) è stato travolto dalla loro poetica energia. Insieme, Tonino e Gianni, erano una potenza. Erano l’ottimismo dell’arte, della cultura, della bellezza. Gianni, da ieri, è rimasto senza Tonino. Nella sua Pennabilli vivificata dal poeta, proprio come lui aveva intuito trent’anni prima.

La cosa che mi stupisce, tra i commentatori dell’ultimo minuto, è l’allusione contro “il poeta che ha ceduto alla pubblicità”. Tonino ha vissuto per tutta la vita del proprio lavoro. Era un artista completo: scriveva, dipingeva, disegnava oggetti e fontane e monumenti (l’ultimo sarà inaugurato il mese prossimo a Cesenatico: la Cattedrale delle foglie). Aveva un mondo, intorno, che si nutriva non solo della sua creatività ma anche, più prosaicamente, del suo sostegno economico.

Decine, centinaia di giovani artisti provenivano dalle lande più remote dell’ex Unione Sovietica per chiedere consigli al maestro che avevano imparato a conoscere dopo che Tonino fece il suo ingresso nella cultura russa sposando una delle più promettenti sceneggiatrici della MosFilm, Lora Kreindlina, all’inizio degli anni Settanta. Tonino amava e aiutava i giovani. E non ha mai pesato sulle tasche dei contribuenti italiani con uno strumento pur legittimo, spesso utilizzato da poeti, scrittori e uomini dello spettacolo, come quello della legge Bacchelli. Insomma, per uno che con Amarcord , ancora oggi programmato in tutte le televisioni del mondo, prese solo e una tantum 4 milioni delle vecchie lire, lo spot Unieuro ha rappresentato un’importante fonte di autonomia e la possibilità di continuare a nutrire un mondo straordinario.

Tonino ha lasciato un patrimonio immenso. 120 film, decine di libri, romanzi, raccolte di poesie, di favole. Il suo primo e storico editore, Bompiani, proprio in questi giorni ha pubblicato l’ultima raccolta. Polvere di sole, l’aveva chiamata, “101 storie per accendere l’umanità”. E il poeta ha aspettato di stringere la sua copia staffetta tra le mani, prima di liberarsi del proprio corpo. Prima di tornare a guardare il mondo con quei suoi occhietti appuntiti, luminosi, finalmente leggero nella sua polvere di sole.

 ricercatore cura l’Aids con lo yogurt

March 22, 2012

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ricercatore cura l’Aids con lo yogurt

Il professor Marco Ruggiero

L’Università di Firenze torna a essere invischiata in un problema legato ai “negazionisti” dell’Aids. Pochi giorni fa il rettore Alberto Tesi ha aperto un’inchiesta interna sulle attività accademiche di uno dei suoi professori, il biologo molecolare Marco Ruggiero, in seguito alla lettera ricevuta da un gruppo di pazienti e attivisti. Ruggiero infatti è conosciuto a livello internazionale come facente parte del piccolo gruppo di ricercatori che nega che il virus Hiv sia la causa dell’Aids, una tesi infondata e osteggiata dalla stragrande maggioranza degli esperti e della comunità accademica e medica.

Ruggiero, secondo la lettera inviata dal gruppo di discussione Hiv Forum, nella sua attività all’università di Firenze insegna corsi negazionisti agli studenti ed è il relatore di tesi di laurea dello stesso tenore. Inoltre sarebbe arrivato a contattere pazienti in rete proponendo l’uso di yogurt addizionato di Gc-Maf, una proteina con effetti “rafforzatori del sistema immunitario” e che consentirebbe all’organismo di combattere il virus senza l’uso di farmaci antiretrovirali: un’ipotesi irricevibile per chi fa ricerca medica e per gli stessi pazienti. Nella lettera infatti si esprime “estrema preoccupazione per la disattenzione con cui l’Università di Firenze appare affrontare le teorie insegnate e le attività poste in essere dal professor Marco Ruggiero su un tema per noi di vitale interesse: quello dell’Hiv quale causa dell’Aids”.

In risposta alla lettera, che chiede all’ateneo di dissociarsi dalle attività del biologo, l’università di Firenze indagherà su “comportamenti didattici e responsabilità” di Ruggiero, come afferma un portavoce intervistato dalla rivista scientifica Nature. Pochi mesi fa Ruggiero aveva firmato insieme al capofila dei negazionisti, l’americano Peter Duesberg, un articolo scientifico pubblicato proprio da una rivista dell’università di Firenze, l’Italian Journal of Anatomy and Embriology (Ijae). La rivista è diretta da un altro biologo dell’ateneo fiorentino, il professor Paolo Romagnoli. In quell’articolo si mette in discussione il ruolo dell’Hiv nell’epidemia di Aids in Africa e si sminuisce il ruolo dei farmaci antiretrovirali usati per combatterlo.

La guerra agli antiretrovirali messa in campo dai “negazionisti” è pericolosa: mettendone in discussione l’efficacia si rischia di convincere i pazienti a non usarli. In un’intervista a GalileoStefano Vella dell’Istituto Superiore di Sanità e della Commissione nazionale per la lotta all’Aids sottolinea che nello studio di Ruggiero “non vengono illustrati i benefici prodotti da questi farmaci in termini di aumentata sopravvivenza e di imponente riduzione della mortalità, osservati attraverso sia trial clinici controllati sia studi osservazionali, né è citato il fatto che oggi l’aspettativa di vita dei pazienti in regime terapeutico è paragonabile a quella delle persone non infettate. E’ proprio questo straordinario effetto della terapia a dimostrare la relazione di causalità tra il virus e la malattia”.

La commissione d’inchiesta interna dell’università valuterà le attività didattiche di Ruggiero e si pronuncerà entro il prossimo 15 aprile. Non è ancora chiaro se le sue decisioni potrebbero avere ripercussioni sulla carriera accademica di Ruggiero. Intanto due membri internazionali del comitato scientifico della rivista dell’università di Firenze si sono già dimessi. Nessuna ripercussione invece su chi la dirige, il professor Romagnoli.

Twitter: @adelfanti

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