December 19, 2009

Posted by: werter

Category: Scienza, Tutto il resto

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Il silicio

Il silicio e’ uno dei minerali piu’ diffusi in natura la notizia che le scorte sarebbero finite non corrisponde al vero (pensa che la sabbia delle spiaggie e’ composta prevalentemente da silicio), questo lo rende un materiale altamente economico.Il costo in termini di tecnologia ed energia sta nel renderlo puro ovvero nel modificare la struttura cristallina tale da trasformarlo in un semiconduttore.
Questa operazione si chiama “drogaggio” del cristallo. Il processo tecnologico per costruire un pannello fotovoltaico e’ lo stesso di quello che viene usato per costruire i transistors presenti in qualunque apparecchio elettronico.
Si potrebbe addirittura riciclare qualche centinaio di transistors eliminare il rivestimento esterno cablarli opportunamente e sistemarli in un telaio. Avresti cosi’ realizzato un pannello fotovoltaico di media potenza ad un costo molto basso.
Ciao

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December 19, 2009

Posted by: sweet man

Category: Scienza, Tutto il resto

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i brevetti sulle medicine

Le industrie farmaceutiche godono di un monopolio ventennale su questi cocktail
ed usano questo potere per massimizzare i profitti.

Intendiamoci, i brevetti sulle medicine – anche secondo me – non sono una
cosa sbagliata. I costi della ricerca devono essere ammortizzati in qualche
modo. E la privativa, a livello sociale, è un forte incentivo.

Quando i leaders africani si sono accorti della carneficina cercarono di
procurarsi i farmaci a prezzi inferiori, alcuni di questi approvarono una
legge che consentiva l’importazione delle medicine brevettate prodotte/vendute
in un’altra nazione con il consenso del titolare del diritto (le c.d. importazioni
“parallele”: generalmente consentite dalle norme dei trattati internazionali
sul commercio nonché, specificamente, all’interno dell’Ue). Le medicine vendute
p.es. in india potevano essere importate in africa.

Il governo usa si oppose al decreto, esercitò pressioni sul sud africa per
modificare la legge: nel 1998 l’office of the united states trade representative
inserì il sud-africa tra i paesi passibili di sanzioni commerciali.

Nello stesso anno oltre 40 società farmaceutiche iniziarono azioni legali
nei tribunali africani per contrastare la decisione governativa. Agli stati
uniti si aggiunsero poi altri stati europei.

Tutti contestano la violazione degli obblighi delle norme internazionali
consistente nella discriminazione dei brevetti farmaceutici. I governi chiedono
il rispetto delle norme indipendentemente dalle conseguenze sulla cura dell’AIDS
nel paese.

Consideriamo inoltre che il farmaco, in questo caso, non è una “risorsa scarsa”
ovvero se lo esportiamo in africa non è vero che poi non ce n’è per gli occidentali.
Peraltro, non si realizza nemmeno un danno per le case farmaceutiche: una
cura da 1.500 dollari non la vendi certo ad un africano.

Le case farmaceutiche hanno paura che i beni rientrino in usa (piuttosto
che in europa) a prezzi inferiori (mercato grigio) , inoltre, potrebbe esserci
poi qualcuno che, in nord america (o europa), si inalbera perché le pastiglie
costano 1 dollaro in africa e 1.500 dollari in usa (e in eurpa).

Sembrerebbe che, di fatto, le azioni dei governi e delle corp. abbiano bloccato
non solo le importazioni parallele (con il sistema delle licenze brevettuali)
ma anche il flusso di conoscenze su come utilizzare sostanze presenti in
africa per produrre medicine per l’AIDS.

Questo è gravissimo.

Certo non sono i brevetti la ragione più importante del fatto che gli africani
non hanno accesso alle medicine ma il prezzo dei farmaci ha effetto sulla
domanda ed i brevetti sul prezzo.

In africa stanno morendo a pacchi… noi fra 30 anni come ci giustificheremo
davanti ai nostri figli ?

Come si risolvono – senza colpevoli omissioni – questi problemi in concreto
? io penso che anche il boicottaggio sia un modo per esprimere una volontà
politica, per affermare un senso “etico” che non può mancare neanche nelle
multinazionali: non è possibile perseguire unicamente il profitto senza promuovere
il progresso sociale.

Una società (e per tale ritenendosi tutti i soggetti coinvolti) che non persegua,
insieme al profitto, anche il progresso e la pace sociale, è destinata a
fallire autodistruggendosi. Adesso chi sta pagando per i “danni” che le multinazionali
disseminano nel mondo ? Chi pagherà per l’africa ? Chi sta pagando per l’irak
?

Se non troviamo un giusto equilibrio tra i brevetti ed il pubblico dominio
la carneficina continuerà.

Il punto è che, adesso, a decidere “chi fa cosa” sono le corp. ed io penso
che l’ultima parola sulla “salute mondiale” non debba essere lasciata a questi
soggetti

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December 18, 2009

Posted by: winter sun

Category: Scienza, Tutto il resto

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Molise senza ADSL

Ciao Controversial,

ti dico innanzitutto che scrivo dal Molise, dalle mie parti, citando la frase di una nota pubblicità, la gente ragiona ancora a 56K…questo perchè solo il 20% circa del territorio molisano è coperto dall’ADSL! A qusto indirizzo potrai trovare i dati relativi alla copertura in Molise: http://digilander.libero.it/petizioneadsl/copertura.htm

Come se non bastasse il segnale UMTS non ci arriva e non possiamo usufruire (paradosso) neanche del digitale terrestre che anche noi abbiamo finanziato con le nostre tasse…
beh se questa la chiamano innovazione tecnologica…
io non sono esperto di R&S però posso aggiungere a questo post che l’Italia è agli ultimi posti anche nello sviluppo del commercio elettronico, anche perchè soprattutto al sud la maggior parte delle imprese piccole e medie non sa nemmeno che cosa sia un PC…e non mi va di dare la colpa alla gente.
il commercio elettronico potrebbe rappresentare per il Sud Italia una sorta di taglio alla distanza con il Nord e il resto dell’Europa.
In questi ultimi anni si stà assistendo a un nuovo fenomeno di emigrazione che è quello delle “menti”, cioè di quei tantissimi giovani che una volta laureati sono costretti ad emigrare nelle aree ricche del Paese per riuscire a trovare un posto di lavoro, quasi sempre con un contratto a progetto o un contratto di inserimento.

Grazie per lo spazio concessomi

ps scusatemi se mi sono dilungato troppo in uno sfogo personale e sono anche uscito fuori tema…

In conclusione riporto letteralmente uno degli articoli a mio avviso più belli della nostra Costituzione

Art. 3. della Costituzione Italiana

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

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December 18, 2009

Posted by: artusi

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didattica dell’Astronomia e scienze esatte

Io sono un fisico e lavoro in una struttura educativa (fondata da me e da un mio amico e collega astronomo) che si occupa di didattica dell’Astronomia e delle scienze esatte. Giriamo per le scuole proponendo attività di laboratorio di Astronomia e lezioni di approfondimento con l’uso di un planetario itinerante. Da questa prospettiva, tutt’taltro che comoda ci rendiamo conto di tutta una serie di problemi quali, la scarsa motivazione di buona parte del corpo docente sia all’approfondimento scientifico che al coinvolgimento in percorsi interdisciplinari che coinvolgono e promuovono le Scienze esatte. Credo che una colpa comune a tutte le generazioni di politici sia non avere quasi mai fatto nulla (con l’eccezione della legge sull’autonomia scolastica approvata nella tanto bistrattata scorsa legislatura e resa inefficace da quest’ultimo governo) di aver ignorato che alla base dell’innovazione ci deve essere una solida preparazione scientifica, per avere la quale occorre che ci siano una motivazione, un interesse o anche una curiosità diffusi per la Scienza e per le Scienze esatte in particolare (che forniscono il linguaggio e i fondamenti di conoscenza per lo sviluppo della tecnologia in tutte le sua forme). Credo che il problema riguardi la scuola e l’università e che qui le colpe siano profonde e non chiamano in causa solo quest’ultimo governo.
Se mai questa ultima accolita di pagliacci fa ridere perchè, a differenza di altri, millanta di riformare questo e quell’altro e parla di cultura, di ricerca e innovazione, ma non ha una pallida idea del significato neanche delle parole che usa.
Molto significativa è poi la conclusione con quel riferimento alle “potenti influenze astrali del segno della bilancia”; è una prova ulteriore non tanto dell’ignoranza crassa di Berlusconi e dei suoi promoter (anche se io al posto suo mi sarei sentito offeso nella mia razionalità), quanto soprattutto del target cui lui si rivolge e del bassissimo profilo delle persone con cui ha successo, compresi quelli che sproloquiano che lui è il baluardo contro il pericolo della sinistra comunista (e dagli con Stalin e con Castro…)… che poi è come credere alle potenti influenze astrali ecc ecc…

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December 18, 2009

Posted by: swqrti

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l’informatizzazione italiana

Amici di Controversial

Il fatto che si dica che l’Italia ha raggiunto un buon livello di informatizzazione e questo solo perché oggi tutti hanno un computer è una grande c…..a, c’è una grande differenza tra essere informatizzati ed essere informati sull’uso che se ne può fare della tecnologia associata dell’informatizzazione.

Non basta avere il piccì, bisogna avere la pazienza e tempo di imparare a conoscere il mezzo e soprattutto quali sono i vantaggi che si possono avere, oltre a quello intellettuale.

L’Italiano medio è un ANIMALE nel più ampio senso della parola, poco incline ad informarsi e a pensare … quindi che se ne farà mai del computer?

E’ per questo che abbiamo il bel risultato di avere i governanti che ci sono oggi, troppa tivvù e c…..e varie che ledono il cervello delle masse!

Ci vorrebbe una rivoluzione intellettuale …

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December 18, 2009

Posted by: assolan

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RFID : Radio Frequency Identification Device

A quanto pare c’e’ invece chi si preoccupa di introdurre innovazione allo stato puro anche nei rasoi usa e getta….. roba da non crederci ….

Piuttosto mi farei crescere la barba!

Un caccia supersonico da guerra che c’entra con un rasoio da barba? ve lo ricordate? Per il lancio del suo nuovo rasoio a tre lame la Gillette produsse uno spot in cui il semplice oggetto quotidiano veniva messo in relazione con una sofisticata tecnologia militare. Va bene – si potrebbe obiettare – è solo pubblicità. I confini della pubblicità sono stati tuttavia valicati e il collegamento tra la potente multinazionale della rasatura (il suo maggiore azionista Warren Buffet è l’uomo più ricco del mondo, dopo Bill Gates, s’intende) e le tecnologie militari si è realizzato al di fuori dei confini della virtualità.

La notizia è di questi giorni. Negli Stati Uniti, con il titolo ironico di Piuttosto mi farei crescere la barba, è stata lanciata una campagna di boicottaggio nei confronti della multinazionale Gillette, una campagna diversa dalle altre perché questa volta non abbiamo il solito copione di una corporation rea di sfruttamento di minori, violazione dei diritti sindacali, attentato all’ambiente o alla salute pubblica e quant’altro si possa desumere dalla storia dei boicottaggi di questi ultimi decenni. L’accusa è quella di avere introdotto e sperimentato, negli Stati Uniti e in Inghilterra, una strategia di marketing invasivo, lesivo della privacy, installando sui suoi prodotti microcomputer denominati RFID.

Cosa è un RFID? RFID sta per Radio Frequency Identification Device e consiste in un minuscolo microchip collegato a un’antenna miniaturizzata, il tutto facilmente occultabile sia nel packaging sia nel prodotto stesso, che se opportunamente interrogato mediante radiofrequenze da appositi dispositivi lettori, trasmette nel raggio di una ventina di metri tutte le informazioni memorizzate. Questa tecnologia consente pertanto di tenere sotto controllo per sempre ogni singolo oggetto messo in commercio, dai vestiti ai barattoli di yogurt. Tanto per aggiungere un tocco di mistero a tutta la faccenda, nella storia compare anche un’azienda specializzata il cui nome è tutto un programma, la Alien Technology, verso la quale la Gillette avrebbe appena emesso un primo ordine per ben 500 milioni di RFID. Sì, avete letto bene: mezzo miliardo di unità RFID.

Sostiene, la multinazionale, che gli RFID rappresentino una naturale quanto innocua evoluzione dei codici a barre, ma è anche vero che ci sono sostanziali differenze che non possono passare inosservate. Prima di tutto il codice a barre identifica la tipologia di prodotto e non la singola unità di prodotto. Ad esempio, una lattina di aranciata venduta in Svezia ha lo stesso codice a barre di una venduta in India, mentre l’RFID identifica un oggetto unico che, nella più probabile delle ipotesi, lega per così dire la sua storia di prodotto alla storia di un singolo individuo. In secondo luogo, l’RFID è un componente attivo, cioè può essere letto a distanza in quanto capace di dialogare con altri dispositivi lettori che emettendo una determinata radiofrequenza recuperano, in qualsiasi momento e luogo, tutte le informazioni contenute nel chip. In terzo luogo, mentre il codice a barre risulta innocuo, l’RFID comporta per la persona che lo “indossa” un bombardamento continuo di onde elettromagnetiche prodotte dai lettori che, in un ipotetico futuro, saranno dislocati in tutte le aree di interesse. Facciamo un esempio, lo scenario potrebbe essere questo: entrando in un luogo dove sia presente un lettore, veniamo immediatamente investiti da una serie di frequenze elettromagnetiche che “risvegliano” tutti gli RFID degli oggetti che ci portiamo appresso e, nel giro di pochi attimi, qualcuno potrebbe leggere sullo schermo di un computer un’accurata lista: i vestiti che indossiamo, gli oggetti che abbiamo nella nostra borsa, la data del loro acquisto, il luogo, e molto altro se consideriamo che il Web permetterebbe di costruire immensi database nei quali delineare le abitudini di consumo di ognuno di noi. Manca solo la foto e ci troveremmo di fronte a una vera e propria schedatura. Ma qui viene la sorpresa: la foto c’è!

Infatti la Gillette, che è solo la capofila di una serie di multinazionali (Philip Morris, Procter & Gamble, Wal-Mart) che hanno già cominciato a sperimentare gli RFID sui loro prodotti, ha anche saggiato le futuristiche proprietà dei cosiddetti “scaffali intelligenti” che, proprio grazie all’uso degli RFID, sono in grado di raccogliere automaticamente una serie di dati. Non solo il conto dei pezzi prelevati dai clienti riuscendo, a detta dei rivenditori, a gestire in modo ottimale e tempestivo la catena di vendita, ma anche l’immagine, viso e figura intera, dei consumatori. Sorridete quindi! Già! Perché non appena un prodotto viene prelevato dallo scaffale, poco intelligente ma molto “agente segreto”, una microcamera nascosta nello scaffale scatta una foto all’ignaro acquirente.

La tecnologia degli RFID proviene direttamente dal Pentagono e le sue possibili applicazioni, anche militari, sono allo studio presso l’Università di Berkeley. In particolare si parla di “sabbia elettronica”, ovvero mircrochip simili agli RFID sparsi in quantità su un determinato territorio allo scopo di registrare dati di ogni genere: suoni, immagini, temperatura e altri dati sull’ambiente in cui la sabbia sia stata distribuita. Ma a quanto pare la sperimentazione sul campo ha già avuto inizio nel mercato delle merci, distribuendo granelli della sabbia intelligente nelle nostre tasche, per sapere cosa compriamo, quali oggetti portiamo con noi e quando li abbiamo comprati. La tecnologia inoltre sta diventando printable, stampabile, e, tanto per mettere i puntini sulle “i”, sarà proprio in uno di quei puntini che potrebbe essere nascosto il dispositivo. Basterà una semplice scritta sul prodotto, anche le antenne, grazie a uno speciale inchiostro conduttivo, si potranno stampare sul prodotto.

Quale scenario di fronte a noi? Ce n’è per un romanzo! Il mercato in crisi, ed è bene sottolinearlo, drammaticamente in crisi, ha bisogno di raccogliere dati sui consumatori e le vetuste statistiche di mercato non reggono più, andranno in pensione lasciando spazio a una schedatura individuale: la foto (il nostro aspetto fisico è oggi il dato di base per disegnare il target di consumo), quali prodotti compriamo, quando, per quanto tempo li usiamo. Il consumatore diventa un sistema da controllare, un’idea mediata seguendo il modello dei cookies che si annidano nel nostro computer di casa, i famosi “biscottini” che spiano le nostre navigazioni, le nostre azioni quotidiane, per trasformarle in informazioni che ci descrivono come possibili utenti di servizi e consumatori di prodotti.

Se il mercato riuscirà nell’impresa di tracciare dettagliatamente tutto il nostro mondo materiale, allora cambierà anche il concetto stesso di pubblicità, sempre più personalizzata, disegnata sul nostro profilo cognitivo-consumistico, entrerà direttamente nelle nostre case attraverso le televisioni interattive. O magari in modi anche molto più inconsueti.

Un negozio di abbigliamento, come tanti. Ci fermeremo davanti alla sua vetrina a dare un’occhiata. Ci basterà appena il tempo di gettare uno sguardo per scorgere tra i capi esposti un pannello elettronico sul quale andrà componendosi una scritta: “Sono tre anni che porti quei pantaloni. Per non parlare delle scarpe. Non ti sembra un po’ troppo? Entra a dare un’occhiata ai nostri saldi!”.
Mi sembra si stia materializzando lo scenario di minority report.

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December 18, 2009

Posted by: muriell

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l’informatica in italia oggi

Volevo esprimermi anche io riguardo a questo spinoso argomento;

Sono un giovane (23 anni) programmatore web – sistemista linux e nel mio piccolo ambiente (il Trentino Alto Adige) volevo solo aggiungere che il computer (o meglio lo strumento computer) viene ancora visto come un accessorio, un “lusso”. Poche persone vedono le potenzialita’ di questo strumento e ancora meno capiscono che e’ necessario un piccolo periodo di “alfabetizzazione informatica”.

Ovvero il Grosso problema del’utente medio e’ quello di usare il computer come un normale elettrodomestico un “frullatore” insomma. Accendi il bottone e deve funzionare insomma. Ma nessuno (pochi appassionati a parte) si preoccupa minimamente di come funziona e cosa potrebbe fare…

Il problema + grosso a mio modesto parere e’ quello che la maggior parte delle persone vuole la pappa pronta (che e’ gran comodo lo ammetto) ma il computer e’ uno strumento complesso versatile e molto avanzato che per essere sfruttato al meglio richiede un po’ di apprendimento e di conoscenza.

Il problema aziendale poi e’ di natura diversa in quanto spesso il reparto informatico viene gestito da manager e non da tecnici (con gestito non intendo i sistemisti ma i manager di reparto che spesso non ci capiscono una mazza ma pretendono che i sistemisti facciano miracoli e salti mortali).

Inoltre un grosso problema e’ dato dal fatto che ancora non si sia giunti ad una gestione razionale delle risorse informatiche e mi spiego, che senso ha fornire dei contributi statali a giovani (la promozione un paio di anni fa era destinata agli studenti sedicenni) se non hanno nemmeno una base di alfabetizzazione informatica??
che senso ha ancora spingere le scuole su sistemi chiusi (leggasi Microsoft) che costano uno sproposito in costi di licenza (l’accoppiata windows + office costa per ogni singolo pc + di 300 euro) quando si possono ottenere notevoli risparmi evitando queste licenze usando programmi aperti (ce ne sono tantissimi ma per la produttivita’ scolastica l’accoppiata vincente a mio parere e’ linux + openoffice).
Su questo argomento non vogli oessere polemico (le guerre tra sistemi oerativi aperti o chiusi le vedo ogni giorno su Punto-informatico.it) ma vorrei che qualche dirigente scolastico sappia che ha alternative + economiche per sviluppare l’alfabettizzazione informatica.

Se non si da’ una preparazione base su questo punto non potremmo mai iniziare a recuperare sul tempo perso… e dobbiamo agire subito.. In ambito informatico 2-3 anni sono una eternita’ un gap di 5-10 anni equivale ad esseredei dinosauri e noi siamo indietro di 20 anni!!!

SVEGLIA!!!

This post was submitted by muriell.

le piccole aziende in italia

Vorrei solo sottolineare alcune caratteristiche delle aziende italiane, caratteristiche che le allontanano dalla ricerca e dagli investimenti in tecnologia.

In Italia la maggioranza delle aziende è composta da piccole industrie, che non fanno ricerca e progettano all’esterno. Per queste aziende il problema non è la bassa cultura media della forza lavoro disponibile, come dice Vacca. Non è vero che queste aziende hanno bisogno di laureati o di ricerca: hanno bisogno di buoni periti e di abbassare il costo del lavoro, dato che spesso si tratta di aziende manifatturiere con processi tecnologici di basso livello. Finchè la situazione sarà questa, fuggiranno tutti coloro che hanno acquisito competenze tecniche elevate, frustrati dal mercato del lavoro che li sottoimpiega. Cosa ancor più grave, presto fuggiranno le aziende (lo stanno già facendo): un prodotto semplice è sicuramente producibile a costi più bassi nell’Europa dell’Est.

E le aziende grandi? Quelle, sicuramente, fanno ricerca. I loro prodotti sono ad alta tecnologia! O no?
La mia esperienza personale: una decina d’anni fa, fresco di laurea, ho pensato di arricchire la mia preparazione con un dottorato di ricerca (il famoso PhD americano). La mia intenzione era cercare un’azienda privata interessata ad un dottorando. Apparentemente è facile: in fondo l’azienda non deve fare altro che proporre un argomento di ricerca di suo interesse, e può sfruttare una persona che ci lavora a pieno ritmo per tre anni, assistita da professori e laboratori universitari.
La realtà è diversa. Ho fatto tre colloqui in aziende italiane con più di quarantamila dipendenti, e mi sono sentito rispondere che:
1 – la ricerca la facciamo da soli, ma all’estero
2 – chi vuol fare il PhD è affetto da sindrome da peter pan e non vuole affrontare il mondo del lavoro
3 – magari un argomento lo troviamo, ma alla fine lei sarà solo un laureato tre anni più vecchio degli altri
Davanti a tanti miei conoscenti stranieri, che hanno avuto carriere brillanti grazie anche al loro PhD, resto perplesso. Inutile dire che non ho fatto il dottorato.

Conclusione: molte piccole aziende ritengono di non aver bisogno di ricerca e restano attaccate ai loro prodotti a bassa tecnolgia. Quelle più grandi, se la fanno, la fanno a modo loro. E i nostri preparatissimi laureati (la nostra università è ottima)? Li usiamo come disegnatori CAD o li invitiamo a spostarsi all’estero.

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December 18, 2009

Posted by: mastrngelo

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il free software e Linux

buonasera a tutti.
sono uno studente, mi interesso e saltuariamente mi occupo e mi impiego nell’informatica, quindi il mio modesto contributo riguarda strettamente il tema del post: i computer.
vorrei diffondere quanto più possibile il concetto di free software e la conoscenza di Linux, che è un sistema operativo che sul free software si basa.
a parte il fascino che l’argomento suscita a livello filosofico e logico, è ormai evidente che se i governi nazionali si muovessero nella direzione di diffonderlo in tutte le strutture statali, moltissimi problemi legati alla gestione della spesa pubblica, alla formazione professionale, al libero accesso alla conoscenza informatica emolti altri, sarebbero per metà risolti.
il brasile di Lula ha adottato questa filosofia proprio mentre il capo delle poste italiane firmava in pompa magna, davanti a giornalisti e fotografi, un accordo con bill gates, buttando nel cesso un sacco di soldi che tutti noi abbiamo pagato, e insieme ai soldi buttando la possibilità a breve di cambiare il corso di questo ambito della nostra società.
non mi dilungo oltre;
questo è un link molto utile per chi voglia documentarsi.

http://www.gnu.org/philosophy/free-sw.it.html

è in italiano.per chi poi abbia voglia di scrivermi e chiedermi informazioni particolari sarò lieto di rispondere.
buon lavoro a tutti.e buona fortuna.

This post was submitted by mastrngelo.

December 18, 2009

Posted by: chinaman

Category: Scienza, Tutto il resto

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innovazione in Italia ed in Cina

Riguardo all’argomento, c’è poco da dire.
In Italia l’innovazione è una parola per i più, dove i professori universitari che vogliono cercare di portare innovazione e pratica (soprattutto pratica, visto che in Italia è di moda teorizzare senza muovere poi un dito all’atto pratico!) devono pagare di tasca propria gli strumenti per i loro studenti.

Si dice che molto è stato fatto in ambito dell’innovazione, ma non è vero per nulla! Si è cercato di informatizzare un po’ di più l’Italia. Punto.
A qualcuno potrà sembrare un passo enorme avanti, per me (forse perchè lavoro nel settore) è solo una cosa doverosa, scontata da fare!
E’ come se in Italia fino ad oggi si fosse girato su carretti tirati da cavalli e qualcuno abbia avuto la brillante idea di mettere in commercio/favorire le Ford T!

Se questa viene considerata innovazione, sconsiglio di dare un’occhiata anche solo ai progetti intrapresi dal MIT a titolo privato.. Sono il doppio di quelli intrapresi dall’Italia come stato e hanno una portata un po’ più lunga de “ti do’ il pc”.

Innovazione è fare come la Cina che ha costruito ex-novo un’intera città per aspiranti ingegneri, con tanto di campi prova sul mare, aeroporti, gallerie del vento e quant’altro e ha stipulato contratti e accordi con le più grandi università del mondo in tali campi (CalTech, MIT, Università di Tokyo, Università di Berlino etc etc), una mossa che permetterà alla Cina di avere 20 MILIONI di ingegneri e ricercatori nell’arco di 10 anni.

This post was submitted by chinaman.

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