antichi disegni rupestri

May 18, 2012

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antichi disegni rupestri

notizie-dal-mondo-della-storia1.png (90×90)Risalgono a 37.000 anni fa i più antichi disegni dell’uomo e sono a luci rosse: molte delle pitture rupestri scoperte in Francia, in una grotta nei pressi del comune di Castenet, rappresentano infatti l’organo sessuale femminile e altre immagini su temi sessuali.
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da blitzquotidiano del 16 maggio 2012 Blitz quotidiano
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Descritte sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas), le pitture rupestri erano state scoperte nel 2007 e sono state analizzate adesso da un gruppo di ricerca internazionale guidato dall’Università di New York. Accanto ai rappresentazioni di temi sessuali, sulle pareti della stessa grotta sono numerose le pitture che hanno come protagonisti animali.
Come spiegano gli stessi ricercatori, la scoperta offre un contributo importante per la comprensione delle prime rappresentazioni grafiche conosciute nel Sud-Ovest della Francia, dove la quasi totalità dei siti preistorici è stata scoperta prima dell’avvento dei moderni metodi di scavo archeologico e di analisi.
Le raffigurazioni incise nel soffitto della grotta di Abri Castenet rappresentano certamente una vulva e diversi animali, soprattutto bisonti, e con i loro 37.000 anni risultando essere in assoluto le piu’ antiche testimonianze artistiche umane. Sono state prodotte dalla cultura preistorica dell’Aurignaziano, la stessa che verosimilmente avrebbe prodotto numerose altre testimonianze di soggetto simile ritrovate sia in Italia che in Francia.

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Inserita su www.storiainrete.com il 17 maggio 2012

discarica  a Villa Adriana

May 17, 2012

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discarica a Villa Adriana

Villa Adriana A TivoliGli ha detto «non se ne parla» il ministro dell’Ambiente, glielo ha ribadito il ministro dei Beni Culturali, glielo hanno ripetuto il sindaco di Roma, l’Unesco, Italia Nostra, la gente del posto, l’Autorità di bacino e migliaia di intellettuali di tutto il mondo. Niente da fare: il Commissario ai rifiuti vuol fare la discarica proprio lì, a due passi da Villa Adriana.
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di Gian Antonio Stella dal “Corriere della Sera” del 16 maggio 2012 Corriere della Sera
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All’estero non ci vogliono credere, che un paese che si vanta di essere una delle culle della cultura possa solo ipotizzare di costruire la nuova pattumiera della capitale, in seguito all’inevitabile chiusura dello storico immondezzaio di Malagrotta (dopo mille rinvii e l’ammasso di 36 milioni di tonnellate di pattume) a 700 metri dall’area vincolata della maestosa residenza dell’imperatore Adriano. «Ma siete sicuri che non è una bufala?», hanno chiesto increduli tanti professori universitari e archeologi e storici dell’arte e intellettuali vari a Bernard Frischer, direttore del Virtual World Heritage Laboratory, tra i promotori di una raccolta di firme planetaria contro l’idea scellerata: «È impensabile che la Villa e il territorio circostante debbano subire il degrado che ovviamente deriverebbe dalla discarica in progetto».

Ieri sera i firmatari (appoggiati da una mozione votata dalla Société Française d’Archéologie Classique) erano già quasi cinquemila. Da Lisa Ackerman, vicepresidente esecutiva del World Monuments Fund, ad Alain Bresson dell’Università di Chicago, dall’archeologo Tonio Hölscher di Heidelberg all’architetto Richard Meier, da Salvatore Settis a vari docenti di Oxford e Berkeley, Harvard e Cambridge. Per non dire delle personalità di spicco del Louvre, del Prado, del Getty Museum di Malibù, dell’Hermitage di San Pietroburgo, del Kunsthistorisches Museum di Vienna… Una sollevazione. Che da una parte ci consola per l’amore che riconosciamo nel mondo verso i nostri tesori, dall’altra ci fa arrossire di vergogna. E ci ricorda quella tremenda battuta che girava tra gli intellettuali stranieri dopo l’infelice insistenza di chi come il Cavaliere sbandierava che l’Italia ha «il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco». Diceva quella battuta: «L’Italia ha la metà dei tesori d’arte mondiali. L’altra metà è in salvo». Umiliante.

Eppure va detto che questa volta, con l’eccezione della presidente della Regione Lazio Renata Polverini, un po’ tutte le autorità locali e nazionali hanno usato parole nette. «Qui la discarica non si può e non si deve fare», ha tuonato l’altro ieri Gianni Alemanno. Due ore più tardi, sul suo blog si appellava «al commissario e a tutte le autorità competenti» spiegando che lì «l’Acea raccoglie acque importanti, da qui passa l’acquedotto dell’Acqua Marcia, ci sono fonti di captazione non solo per l’acqua a uso agricolo, ma anche per quella potabile. E qui c’è un sito tutelato dall’Unesco, Villa Adriana, che deve essere rispettato». Non c’è solo la residenza imperiale famosa nel mondo per il Ninfeo e il Teatro Marittimo, i Portici e le Grandi Terme e per le «Memorie di Adriano» di Marguerite Yourcenair. Ci sono intorno ampi spazi dove ancora si può vedere quanto belli fossero quei dintorni di Roma che abbagliarono i grandi visitatori del passato e antichi manieri medievali come quello che domina l’ex cava destinata a diventare una discarica e liquidato dagli esperti prefettizi, con una definizione furbetta tesa a non impensierire i custodi delle belle arti, come un «manufatto edilizio denominato Castello di Corcolle».

Macché, a stretto giro di posta il prefetto Giuseppe Pecoraro, rispondeva al sindaco a brutto muso: «Nella vita di un funzionario pubblico a volte bisogna fare scelte obbligate anche se dolorose. Da parte mia non c’è naturalmente alcuna intenzione di ledere alcun territorio, ma il mio obiettivo è superare l’emergenza, e per farlo bisogna fare delle scelte. E l’obiettivo primario che mi guida è l’interesse pubblico». Avanti tutta: la discarica la vuole proprio a Corcolle. E a questo punto lo scontro è durissimo. In una lettera del 10 maggio a Mario Monti, a costo di andare in conflitto con la collega Anna Maria Cancellieri, i ministri dell’Ambiente Corrado Clini e dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, sono infatti irremovibili. E non solo manifestano l’irritazione per la scelta del prefetto di incaponirsi su Corcolle «in aperto e pubblico contrasto con i nostri ministeri».

Ma ripetono che «Corcolle insiste su un’area vulnerabile del sistema acquifere o regionale caratterizzata da una presenza significativa di pozzi d’uso prevalentemente agricolo, igienico e il domestico, oltre che dalle sorgenti Acquoria e Pantano Borghese, con una portata complessiva di 1.100 litri al secondo, captate da Acea per la rete idropotabile di Roma. La discarica metterebbe a rischio un’importante quota di approvvigionamento idrico della capitale».

Di più: «La barriera geologica naturale (…) necessaria alla localizzazione di un eventuale discarica, è estremamente ridotta e caratterizzata da una permeabilità non conforme ai requisiti di legge con rischi di contaminazione ambientale del sistema acquifere o regionale». Il prefetto vuole andare avanti «in deroga ai vincoli stabiliti»? Inaccettabile, per i due ministri: «Non è possibile derogare da tali vincoli, come dimostrano le numerose procedure d’infrazione a carico dell’Italia». Non bastasse, «è altamente probabile» che se andasse avanti «l’iniziativa verrebbe bloccata», presumibilmente dalla magistratura, «e di conseguenza il sistema di gestione dei rifiuti di Roma entrerebbe davvero in emergenza».

E allora che senso ha insistere? Quanto a villa Adriana, la lettera ricorda che il ministero dei Beni culturali ha ritenuto «che sia assolutamente improprio consentire un intervento lesivo di un patrimonio culturale e paesaggistico di valenza universale, annoverato tra i siti Unesco e come tale oggetto di un accordo internazionale che obbliga lo Stato alla tutela e alla conservazione». Cos’altro serve ancora, con lo spettro che l’Unesco possa davvero revocare alla residenza imperiale lo status di «patrimonio dell’umanità», per abbandonare il progetto?

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Inserito su www.storiainrete.com il 16 maggio 2012

l’Italia truccò i conti per l’Euro

May 13, 2012

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l’Italia truccò i conti per l’Euro

prodi dalema veltroni ciampi visco festeggiano l'ingresso nell'EuroL’Italia truccò i conti per entrare nell’euro, Helmut Kohl lo sapeva ma “ignorò gli avvertimenti sul rischio Italia” perché era convinto che la moneta unica fosse “il destino dell’Europa”. Der Spiegel ha scagliato il sasso e il Times volentieri lo rilancia. Der Spiegel ha avuto accesso a centinaia di pagine di documenti del governo tedesco del 1997 e 1998 da cui trae la conclusione che l’allora cancelliere Helmut Kohl “era perfettamente informato della situazione di bilancio” italiana e consapevole che “l’Italia non aveva i conti in regola per entrare nell’euro”, ma per motivi politici non volle trarne le conseguenze.
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di Elysa Fazzino per “Il Sole 24 Ore” del 9 maggio 2012
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“Operazione autoinganno”, scrive il settimanale tedesco, che rivela i retroscena dell’ingresso italiano nell’euro nel numero in edicola questa settimana, in un servizio di cinque pagine basato sui rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, su note interne dell’esecutivo e su verbali di colloqui avuti dal cancelliere. A decidere sull’ingresso dell’Italia “non furono criteri economici, ma considerazioni politiche”, osserva Der Spiegel. “In questo modo – denuncia – si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo, l’ingresso nell’euro della Grecia”.

La polemica rimbalza sul Times di Londra. Il corrispondente da Berlino David Charter scrive che gli esponenti governativi tedeschi lanciarono numerosi “warning” avvertendo che l’Italia non era pronta a entrare nell’euro. Avvertimenti “ignorati” da Kohl, secondo quanto risulta dalle carte segrete rivelate grazie alla legge sulla libertà dell’informazione.

L’Italia – si legge sul Times – rappresentava un “rischio speciale” per l’euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché “continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito”, avvertì un memorandum “profetico” inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica.

Kohl fu avvisato che l’Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l’Italia doveva entrare nella prima ondata, dicendo che sentiva “il peso della storia” sulle sue spalle. Il Times riferisce la conclusione dello Spiegel: “I documenti dimostrano quello che finora si supponeva soltanto”. “L’Italia non avrebbe mai dovuto essere accettata” nell’eurozona.

All’inizio del 1997, esponenti del ministero delle Finanze tedesco dissero a Kohl che a Roma “importanti misure strutturali di risparmio dei costi venivano quasi completamente omesse per considerazioni di consenso sociale”. Il negoziatore capo sull’euro, Horst Koehler, che poi divenne presidente della Germania, mandò a Kohl nel marzo del 1998 uno studio che concludeva che l’Italia non aveva rispettato le condizioni “per una riduzione permanente e sostenibile del deficit e del debito”. Kohl replicò che era fiducioso che tutti i governi avrebbero fatto le necessarie riforme strutturali “nei prossimi anni”. Joachim Bitterlich, ex consulente di politica estera di Kohl, ha affermato ieri: “Non senza gli italiani, per favore. Era questa la parola d’ordine politica”.

In una nota del gennaio 1998, Bitterlich disse che la riduzione del deficit dell’Italia era basata principalmente sull’incerta tassa per l’Europa e su tassi d’interesse insolitamente bassi. Poche settimane dopo, prosegue il Times, esponenti governativi olandesi dissero a Kohl: “Senza misure aggiuntive da parte dell’Italia che diano prova credibile della longevità del consolidamento, l’accettazione dell’Italia nell’eurozona è attualmente inaccettabile”. Kohl rispose loro che il governo francese lo aveva avvertito che si sarebbe ritirato se l’Italia fosse stata esclusa.

Poche settimane prima del lancio della moneta unica, si legge ancora sul Times, Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell’ambasciata tedesca a Roma, mandò un messaggio “drammatico”: “Sorge la domanda se un paese con un rapporto di indebitamento estremamente alto non rischi di mettere a rischio il successo dei suoi sforzi di consolidamento, danneggiando di conseguenza non solo se stesso, ma anche l’unione monetaria”. Conclude il Times: “Era un altro avvertimento inascoltato da parte del cancelliere tedesco”.

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Inserito su www.storiainrete.com il 12 maggio 2012

L’autonomia e Alto Adige

May 8, 2012

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L’autonomia e Alto Adige

Sedicente “vittima” dell’Italia dopo la Prima guerra mondiale, la minoranza tedesca dell’Alto Adige da decenni spara su Roma, sogna l’Austria e prospera con i soldi del contribuente italiano. Ora il sito “Linkiesta” pubblica un interessante servizio sulla “resistenza” in atto in Aldo Adige per evitare i tagli che la crisi impone a tutti, a cominciare dai privilegiati di Regioni e Provincie autonome. Per chi ne voglia sapere di più c’è sempre un fascicolo di “Storia in Rete” per approfondire. (SIR)

Crisi? Quale crisi? In Alto Adige, dove solo la Provincia di Bolzano gestisce 5 miliardi l’anno, di tagli non ne vogliono sapere. Anche se pure gli imprenditori locali parlano di autonomia «dopata grazie ai soldi di Stato». Per tagliare bisognerebbe avere anche l’accordo di Vienna. Che però non ci mette un soldo.
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di Silvia Fabbi da Linkiesta del 7 maggio 2012 Home
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BOLZANO – C’è la crisi, si taglia. Ma non in Alto Adige. Lo statuto speciale difende la Provincia autonoma di Bolzano anche dalle ristrettezze economiche che attanagliano l’Italia e l’Europa. A conquistare per il Sudtirolo condizioni economiche assolutamente privilegiate è stato proprio l’attuale presidente Luis Durnwalder. Al potere dai primi anni Settanta, il Landeshauptmann è stato il padre degli accordi siglati con lo Stato che oggi garantiscono alla Provincia la gestione di un bilancio annuale di circa 5 miliardi di euro, costituiti per la maggior parte dal gettito delle imposte versate dagli altoatesini, in forma analoga a quanto accade per le autonomie di Friuli-Venezia Giulia e Sicilia. Nel corso degli anni Durnwalder è riuscito tuttavia a ottenere ben di più per la sua terra. Per gestire servizi e settori che non rientrano nella diretta competenza della Provincia si calcola che l’Italia spenda una somma consistente, che a seconda della fonte varia fra il miliardo e 140 milioni, e i 600 milioni l’anno.

Il quadro economico ha spinto il Wirtschaftszeitung, il giornale degli imprenditori sudtirolesi, a parlare di autonomia «dopata grazie ai soldi di Stato» in un articolo pubblicato nel dicembre 2007. L’economista altoatesino Thomas Benedikter aveva definito così il tessuto economico-sociale altoatesino, sottolineando come il Sudtirolo riceva dal resto d’Italia molto più di quanto paga in tasse, e questo nella misura del 120%. «Quella che ha stabilito queste condizioni economiche è una legge che ha sovrafinanziato la nostra provincia». Lo afferma perfino il giornale degli imprenditori, certamente non antiautonomista, sottolineando come proprio quella legge abbia consentito il miracolo di mantenere da un lato molto alta la spesa pubblica – spingendo forte l’attività economica – e dall’altra parte di mantenere relativamente bassa la pressione fiscale. «Chi ha dato un così importante contributo al benessere di queste parti sono quelle quattro o cinque regioni “pagatrici nette” del Nord Italia che stanno a noi vicine e non a caso ci guardano in cagnesco» aveva sottolineato solo pochi mesi dopo la pubblicazione dell’articolo il Verde Riccardo Dello Sbarba in una interrogazione in Consiglio provinciale.

Eppure neanche la crisi economica sembra aver smosso i politici locali, che rimangono determinati a non farsi sottrarre un euro, ricordando in ogni occasione a chi l’avesse dimenticato ­- soprattutto a Roma – che a tutelare lo status economico delle vallate fra Salorno e il Brennero vige anche un accordo internazionale italo-austriaco (siglato nel 1992 con il rilascio da Oltralpe della cosiddetta «quietanza liberatoria»). Una riforma dell’aspetto finanziario dell’autonomia dovrebbe quindi passare non solo da una riforma costituzionale, ma anche da un placet di Vienna (che però all’autonomia altoatesina non contribuisce con mezzo centesimo). Come a dire: praticamente impossibile. Al punto che il quotidiano altoatesino di lingua tedesca Tageszeitung non più tardi dello scorso 26 aprile intervistando proprio il Presidente della Provincia Durnwalder (stipendio mensile di 26.500 euro) ha titolato: «Roma non può toglierci un euro». Chiaro, inequivocabile. Niente da fare quindi per il progetto del governo Monti, che aveva prospettato per Bolzano proprio il taglio del gettito delle imposte dal 90 al 60%, attestandolo così su un valore analogo a quello in vigore nella maggior parte delle regioni del Nord Italia.

Non se ne parla, è stato il coro unanime e neanche tanto diplomatico degli esponenti della Südtiroler Volkspartei. «Il governo Monti vuole il senso unico: solo lo Stato ha i vantaggi e noi siamo i cretini» ha commentato un mese fa il deputato Svp Karl Zeller a proposito della manovra. Che ai sudtirolesi far parte dell’Italia piaccia poco non è una novità. Ma di rappresentare il fortino da espugnare per racimolare risorse e salvare l’Italia poi, proprio non se ne parla. Al punto che l’assessore provinciale al Commercio Thomas Widmann era arrivato a prospettare di “comprarsi” la sovranità economica. Cash. Con 15 miliardi di euro, somma che scaturisce dal conteggio sul numero degli abitanti confrontato con il debito nazionale.

«Roma sta attaccando l’autonomia, l’economia e quindi la pace sociale del Sudtirolo. Noi potremmo decidere di comprarci la libertà definitiva da questo Stato che ora vuole opprimerci. Lo si potrebbe fare riscattando le restanti competenze» era stata la proposta di Widmann affidata in gennaio alle colonne del Dolomiten, il più diffuso quotidiano sudtirolese di lingua tedesca. «Saremmo indebitati ma potremmo offrire una prospettiva alle future generazioni. L’Alto Adige potrebbe avere la stessa crescita economica di Germania e Austria, ma solo se si gestisse da solo. Quindi: non c’è alternativa alla piena autonomia» aveva spiegato Widmann. A stroncare sul nascere i sogni dell’esponente della giunta era intervenuto però il Landeshauptmann, che aveva bollato il progetto come irrealizzabile. Peggio. L’idea non era piaciuta neppure alla pasionaria della Südtiroler Freiheit Eva Klotz, che continua a vedere nell’autodeterminazione («Los von Rom», «via da Roma») l’unico futuro possibile per il popolo sudtirolese.

Alto Adige del tutto impermeabile alle manovre del governo nazionale quindi? Parrebbe di sì. Perché neppure sul fronte del commercio la situazione sembra cambiata. Nel resto dell’Italia il decreto di Monti sulle liberalizzazioni ha portato i negozi a tenere aperto la domenica ovunque e non più solo in zone a “elevata vocazione turistica”. Ovunque, tranne in Alto Adige, ovviamente.

La Provincia di Bolzano rivendica infatti la superiorità normativa in materia di commercio delle norme di attuazione (che vengono emanate dopo l’entrata in vigore di ogni legge nazionale, per stabilirne le modalità di applicazione sul territorio in ossequio allo Statuto di autonomia). Tutti d’accordo, naturalmente, soprattutto all’interno della Südtiroler Volkspartei, dove l’ala economica ha una importanza fondamentale e di fatto detta legge in materia, stabilendo come, dove e quando si fanno affari in Sudtirolo. Unica voce fuori dal coro è stata quella di Oviesse/Upim/Coin. Il gruppo veneto ha infatti osato, in virtù del proprio status “straniero”, fare ricorso al Tar per ottenere la possibilità di tenere aperto anche la domenica. I legali del colosso dell’abbigliamento hanno sostenuto davanti ai giudici amministrativi che il decreto del governo nazionale tratta non di «commercio» bensì di «concorrenza e libertà delle iniziative economiche», materia quest’ultima di esclusiva competenza dello Stato.

Il Tar non ha concesso la sospensiva, rinviando tutto alla discussione di merito fissata alla fine di luglio. Ma scalfire l’autonomia altoatesina sul versante economico pare altrettanto difficile che attaccarla sul fronte finanziario. I sudtirolesi d’altronde hanno lavorato finora a costruire un territorio dal mercato controllato e controllabile, dove esiste un solo grosso centro commerciale (al Brennero), dove l’unica catena di librerie diffusa è quella dell’Athesia (di proprietà del presidente della Camera di Commercio e editore del quotidiano Dolomiten Michl Ebner), e dove si trovano pochissimi supermercati che non siano Despar (in mano al gruppo austriaco Aspiag). Difficile prevedere grossi cambiamenti, con buona pace di liberisti e simpatizzanti.

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Vuoi saperne di più? C’è Storia in Rete

Sergio Ramelli

May 1, 2012

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Sergio Ramelli

La Hazet 36 è una chiave inglese lunga quarantacinque centimetri. Ci si riparano le condotte del metano oppure i furgoni che smerciano malta e mattoni, su per i cantieri. Pesa quasi tre chili e mezzo e nelle officine del triangolo industriale la maneggiano mani unte di grasso e sudore. La si può trovare nei ferramenta, nel migliore dei mondi possibili.
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di Antonio Aloisi da Linkiesta del 29 aprile 2012 Home
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La Hazet 36, se vivi a Milano negli anni Settanta, la conosci meglio tu degli operai metalmeccanici. E la usi per il servizio d’ordine durante i cortei, è un’arma impropria di estrema efficacia deterrente. O sanguinaria, tocca a te decidere. Mentre nei locali risuona «You are the first, my last, my everything» di Barry White, ballabile come Dio comanda nelle feste studentesche dei licei meneghini, si fa politica davanti i cancelli. Coi volantini ciclostilati e le scritte fatte con lo spray. Con le barbette, i jeans e le molotov. Si respira un’aria di militanza e rappresaglia, le forze dell’ordine sono in allerta: possono violare la quiete delle facoltà anche senza l’autorizzazione dei rettori. Caricano e se le danno. La primavera del 1975 è intasata da una peste immobile, qualcuno dice che “le idee vanno indossate”: ci si veste coi giubbotti di pelle e i Ray-Ban a goccia modello Aviator. Barry White, se capisci un po’ di musica, è una mezza sega, meglio Gli Amici del Vento e la musica alternativa che parla dei tuoi vent’anni, della fiamma e di libertà. Non la passano le radio, la musica strana di Trama Nera: ci sono i concerti improvvisati per queste note e c’è la birra doppio malto a rendere orecchiabili le voci più rauche.

È l’anno in cui esce la moto Fantic Lei per le donne, è il 1975, e a palazzo Marino c’è un sindaco del Psi, uno che ha fatto il partigiano rosso ed auspica il disarmo delle forze di polizia. Nonostante il vecchio Aldo Aniasi e le motorette per signore, preferisci un Ciao, se sei uno del Fronte Universitario d’Azione Nazionale e ti devi muovere in zona Città Studi. Quanto alle donne di periferia: costoro, di mestiere, fanno le fidanzate. Nulla più: aspettano che i ragazzi passino sotto casa o all’uscita da scuola. Il tempo di un bacio, perché hanno sempre da fare i maschi. Ci sono le riunioni, le sezioni e la politica. Maledetta politica. Fatta di lividi e delusioni, di qui si urla: «contro il sistema / la gioventù si scaglia / boia chi molla / è il grido di battaglia». Maledetta politica. Fatta di motti e morti, di là si risponde:«i covi fascisti si chiudono col fuoco, con i fascisti dentro sennò è troppo poco». Intorno ci sono le piazze ed i muri di Milano, che in questi anni non si sa di che colore siano e non li vernicia più nessuno. Sono uno spazio libero dedicato all’ideologia e all’ironia, ci si lavora di notte: di colla e di fantasia. Prima nelle tipografie clandestine note nel giro, poi per le vie dei tram sotto i licei e davanti le università. Insomma, per confronto s’intende scontro: in estrema sintesi.

Nessuno sa se Sergio sia riuscito a vedere “Quanto è bello lu murire acciso”, un film sul Risorgimento diretto dal regista Ennio Lorenzini, nelle sale in quei giorni. Se non lo ha visto, non si è perso niente: dategli un po’ di tempo e vedrete. Non che siano solo tristi e violenti quegli anni, ci sono gli aperitivi e i soldi che girano. E le sale cinematografiche danno anche i capolavori della commedia erotica italiana, ma questi giovani qui il tempo di andare appresso alle cosce di Ursula Andress non ce l’hanno nemmeno. Fanno i militanti, per passione e vocazione e costrizione. Eppoi è una città senza sfumature, la Milano delle banche e dei poveri: l’unica via di mezzo cui è concesso di colorarsi di grigio è la nebbia. Quella umida delle valli padane e quella tossica dei lacrimogeni. Tutto il resto è definito, rosso o nero. Poi ci sono i bianchi, ma quelli restano negli oratori e non si sporcano le mani. Sergio è nero, ed è una lunga storia. A volerla raccontare in fretta, basta partire dalla fine. È l’ora di pranzo, la Hazet 36 è una chiave inglese: come apre i crani lei, nient’altro al mondo. Sergio ha appena parcheggiato, in due gli saltano addosso ed altri quattro fanno da palo. Sono studenti di medicina e di autopsie se ne intendono. Lo lasciano a terra in una pozza di sangue sotto casa.

Una vecchia vicina che ha capito tutto urla a squarciagola. Il tredici marzo 1975 è un giovedì, alla madre di Sergio impediscono di avvicinarsi al portone di casa: la morte ha l’odore del metallo e la faccia di suo figlio. Che però è ancora vivo, almeno per altri quarantasette giorni. Ha la testa dura, a quanto pare. Sergio Ramelli resta in coma fino al ventinove aprile che è un martedì e per i milanesi è il giorno del risotto. In quei giorni Milano si chiede perché mai, perché mai un diciannovenne debba spegnersi lentamente nel letto dell’ospedale Maggiore solo per aver scelto una parte anziché l’altra. Nei giorni dell’agonia di Sergio in televisione, sulle reti nazionali, c’è Punto e Basta: più che un varietà sembra un auspicio, in realtà è una raccomandazione disattesa. S’interroga in salotto la borghesia milanese. Ed ai funerali a caricarsi il feretro restano quattro militanti ed un certo Giorgio Almirante, che insomma qualcosa vuol dire. Nel frattempo la città è squassata da un odio violento. Le indagini percorrono la pista politica, che porta dritta ai giovani di Avanguardia Operaia. I suoi assassini, nel giro, li chiamano «gli idraulici»: colpiscono a caso mentre incateni la motoretta, colpiscono per ferire. Ma sbagliano e fuggono a piedi, con la lentezza di chi ha appena riparato un rubinetto rotto. Un lavoraccio fatto per bene.

Le mani che hanno sprangato Sergio erano attaccate ai corpi di Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, giovani come Sergio, che non lo conoscevano neppure. Sapevano che attaccava manifesti e credeva in un altro dio. È bastata l’idiozia dell’appartenenza a scriverne la condanna definitiva dinanzi al tribunale dell’ideologia. Li beccano subito, Marco e Giuseppe, ma ci mettono anni ad incastrarli dacché «uccidere un fascista non è reato». Intanto l’addio a Sergio disegna sulle vie della metropoli una scia di sangue lunga e vivida, seguono vendette e rappresaglie. Roberto Grassi, mandante dell’insensato delitto, si suicida prima del processo per fare in fretta i conti con un’altra giustizia. Un anno dopo, un commando dei Comitati Comunisti Rivoluzionari uccide a sangue freddo Enrico Pedenovi, esponente milanese dell’MSI che sta per scendere in piazza a ricordare la morte del giovane liceale. C’è che la storia di Sergio non finisce qui, ma si potrebbe dimenticarla un giorno come tanti, si potrebbe affidarla alla polvere dell’esasperazione color del piombo, fingendo di essere stati uomini migliori, degni di un monumento. Questa storia precipita lungo una strada popolare. Si chiama ancora oggi via Paladini, quella strada sporca del sangue che porta fino ai giorni nostri, eppure somiglia tanto ad un vicolo cieco.

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Il Capitano Alatriste

April 28, 2012

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Il Capitano Alatriste

«Due uomini si battevano nella luce incerta dell’alba, stagliati contro il grigio chiarore che si diffondeva lentamente da est. Le nuvole erano scure e pesanti, e sulla laguna veneziana cadeva una neve quasi liquida. Faceva molto freddo, quel 25 dicembre 1627». Fin dalle prime battute – e stoccate di toledana e biscaglina, le spade del Capitano – il settimo romanzo della saga si preannuncia avvincente, e come gli altri sei, pervaso da un alone di malinconica desesperanza, perché Diego Alatriste non nutre alcun ideale, né tantomeno persegue un fine: sopravvivere combattendo sembra essere stato sin dall’inizio l’unico proposito di un’esistenza votata al mestiere delle armi. Eppure… Alatriste ha una coscienza, per quanto tenda a tacitarla, e ha persino un cuore, perennemente minacciato dalla punta di una lama e costantemente gonfio di rimpianti inconfessabili.
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di Pino Cacucci dal “Corriere della Sera” del 24 aprile 2012 Corriere della Sera
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Chi, come me, è un appassionato lettore delle avventure del «vecchio» soldato dei famigerati Tercios de España, i battaglioni di fanteria che nel XVII secolo ingaggiarono battaglia contro gli eserciti di mezza Europa e mezzo mondo islamico, l’uscita del settimo libro è motivo di gioia a lungo attesa, e al contempo, di apprensione: mancano solo due avventure alla fine dell’eroe. Come faremo, dopo? Huerfanos del Capitano, scambieremo ricordi in Rete, in mancanza di poterlo fare in qualche taverna malfamata, tra le Fiandre e la Castiglia.

Arturo Pérez-Reverte, «Il ponte degli assassini», traduzione di Eleonora Mogavero e Giuliana Carraro, Marco Tropea editore, pp. 278, € 16,90Perché Arturo Pérez-Reverte sembra avesse già tutto in testa – o quanto meno la trama grossa, il canovaccio storico e geografico – quindici anni fa, quando pubblicò il primo romanzo della saga, rivelando che sarebbero stati nove e non uno di più, e quindi già sappiamo che Alatriste morirà con la spada in pugno affrontando l’esercito francese a Rocroi, nel 1643, quell’ultima battaglia campale che segnò la fine di un secolo e mezzo di supremazia spagnola sull’antico continente. Lo sappiamo perché la voce narrante è quella del giovane Íñigo Balboa, figlio di un compagno d’arme caduto nell’assedio di Julich, e Alatriste lo prende sotto l’ala (o meglio la cappa), insegnandogli a restare vivo dove gli altri crepano. Balboa ce lo rammenta in ogni romanzo, che il Capitano è già morto quando lui ne ricorda le gesta nelle proprie memorie. Il grado di comando, sia chiaro, è soltanto un soprannome, perché Alatriste al massimo arrivò ai galloni di sergente nel Tercio di Cartagena, perdendoli di lì a poco per aver sfidato a duello un ufficiale inetto. Il resto, è un alternarsi di arruolamenti più o meno forzosi e ingaggi da spadaccino, cioè sicario, coinvolgendosi in cospirazioni di cui è spesso inconsapevole strumento.

Caso raro nella storia della narrativa, Pérez-Reverte ha pianificato una saga da migliaia di pagine attraverso nove romanzi, sapendo quali tappe avrebbe percorso il suo ombroso schermidore – abile anche con pistola e archibugio – tanto che, quando si trovava ancora ai due terzi dell’impresa letteraria, ha potuto agevolmente scrivere la sceneggiatura del film Alatriste, distribuito in Italia con il titolo «Il destino di un guerriero»: da allora, le centinaia di illustrazioni che ce lo hanno raffigurato su copertine di libri e riviste sono svanite davanti alle sembianze di Viggo Mortensen. E il regista Agustín Díaz Yanes non avrebbe potuto far scelta migliore. Qui, la sindrome del lettore accanito che resta comunque deluso vedendo il film tratto dall’oggetto delle sue brame, si affievolisce davanti al grande attore straordinariamente calato nella parte e una regia finalizzata semplicemente allo scopo: narrare per immagini ciò che lo scrittore ha puntigliosamente descritto in ogni particolare, compresi luoghi e vestiario. Operando ovviamente un obbligato riassunto, perché nove romanzi potrebbero occupare almeno il doppio di puntate televisive.

Dunque, il film è accettabile (e non è poco, detto dal lettore fanatico), certo non poteva fare miracoli rispetto al linguaggio. E se lo stesso Pérez-Reverte ammette: «Sono diventato membro della Real Academia de la Lengua grazie ad Alatriste», significa che, al di là delle trame avventurose, lo scrittore ci offre una ricostruzione straordinaria non solo della storia d’Europa, degli eventi, dei personaggi principali e dei mille comprimari, ma anche e soprattutto del linguaggio delle corti e delle soldataglie nella Spagna secentesca. Usi e costumi, armi e amori, complotti e tradimenti: su tutto questo, prevale l’accurato studio della lingua (i traduttori vanno elogiati per i grandi sforzi fatti, ma solo nell’originale si può apprezzare l’approfondita conoscenza dell’autore di come si parlava e scriveva ai tempi di Cervantes o poco oltre). E Pérez-Reverte si toglie la soddisfazione di usare come personaggi dei suoi romanzi alcuni nomi sacri della letteratura spagnola del Siglo de Oro, a cominciare da Francisco de Quevedo, allora vigoroso ingegno della letteratura barocca e qui amico e compagno di disavventure del Capitano, a Lope de Vega, «principe delle lettere», nonché il poeta Luis de Góngora, bersaglio delle stoccate (in versi) di Quevedo, suo acerrimo rivale.

Ed è proprio Quevedo a fornirci la citazione per questa settima avventura, Il ponte degli assassini, ambientata sulla laguna: «Venezia, puttana del mare, svergognata e ipocrita», dove tutti sembrano avere come unica religione il profitto. Pérez-Reverte assicura, in ogni intervista, di non voler mai fare raffronti con la realtà odierna: «Non è colpa mia, se le classi politiche di oggi, in Spagna come in Italia, sono corrotte quanto la Venezia del XVII secolo».

Da Napoli, baluardo di Filippo IV nel Mediterraneo, Alatriste e Íñigo Balboa passano dai piaceri dell’ozio all’incubo di una missione suicida: uccidere il doge Giovanni Corner. Radunata la «gente di spada e di silenzi», come il veterano Sebastián e il micidiale moro Gurriato, destri con le lame e muti sul cavalletto di tortura, il Capitano degradato parte per Roma, passa da Milano, e giunge a Venezia, dove, fedele al secondo cognome di Tenorio (quello di Don Giovanni), cade nelle spire di una cortigiana bellissima quanto spietata. Poi, incontra di nuovo l’acerrimo nemico, il siciliano Gualtiero Malatesta, l’unico capace di tenergli testa con la spada in pugno (e infilzarlo), ma che qui, per i capricci del destino cinico e baro, diventerà suo complice, seppur «temporaneamente».

Alle ombre della città lagunare, irta di insidie e marciume morale, Diego Alatriste y Tenorio scamperà: niente paura, mancano ancora due romanzi all’appuntamento fatidico sulla piana di Rocroi.

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Inserito su www.storiainrete.com il 27 aprile 2012

i crimini coloniali impero britannico

April 26, 2012

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i crimini coloniali impero britannico

Per decenni la Gran Bretagna ha distrutto migliaia di documenti compromettenti che testimoniavano le violenze e gli orrori compiuti durante gli ultimi anni dell’impero britannico. I documenti sopravvissuti alla sistematica cancellazione sono stati tenuti nascosti agli storici e al grande pubblico per mezzo secolo, custoditi e sorvegliati dal ministero degli Esteri in un archivio segreto. Solo mercoledì 18 aprile una prima parte dei file raccolti a Hanslope Park, località del Buckinghamshire a nord ovest di Londra, è previsto che vengano mostrati per la prima volta ai cittadini del Regno Unito cui è data facoltà di consultarli presso l’archivio nazionale di Kew, nel Surrey. Tuttavia sono proprio alcuni degli 8.800 documenti relativi a 37 ex colonie britanniche, che il governo ha promesso di trasferire da Hanslope Park a Kew, a contenere le istruzioni che mostrano come, a partire dal 1961, si autorizzò e incoraggiò la distruzione del materiale più compromettente.
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di Lorenzo Berardi da Lettera43 del 18 aprile 2012 Lettera43
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IL TIMORE DI UN INCIDENTE DIPLOMATICO. Il timore di Londra era che documenti chiave per dimostrare la repressione violenta adoperata dalle autorità coloniali britanniche nei confronti dei movimenti indipendentisti sorti nelle ex colonie in Africa e Asia sarebbero potuti finire nelle mani dei primi governi liberi di questi Paesi. Un’eventualità che avrebbe creato tensioni diplomatiche e compromesso l’operato dei servizi segreti ma, soprattutto, «imbarazzato il governo di sua Maestà, la polizia, le forze armate, i dipendenti pubblici dell’impero nelle colonie e gli informatori» come scritto sui fogli top secret riportati alla luce.

Il Guardian ha svelato che la decisione di rendere pubblica una parte dei documenti custoditi a Hanslope Park è arrivata a seguito della causa intentata allo Stato britannico da un gruppo di cittadini kenyani torturati dagli inglesi a fine Anni 50. Una mossa che ha convinto il Foreign office, il ministero degli Esteri inglese, ad aprire i propri archivi segreti incaricando uno storico dell’università di Cambridge, Tony Badger, di curare il trasferimento degli 8.800 file desecretati dal Buckinghamshire al Surrey. «Questo materiale avrebbe dovuto essere disponibile negli archivi pubblici già negli Anni 80» ha commentato il professor Badger secondo cui «la decisione del ministero di pubblicare i documenti è arrivata in ritardo e pone il Foreign office in una posizione mortificante e scandalosa».

TACIUTI GLI OMICIDI IN MALESIA E KENIA. Quello che le carte uscite dai caveau di Hanslope Park hanno deciso di mostrare per la prima volta al grande pubblico sono documenti di estrema importanza per accertare le responsabilità dirette e indirette dei governi britannici alternatisi negli Anni 50 circa le violenze perpetrate dalle forze di Londra nei territori d’oltremare.
Fra le prove più compromettenti vi sono rapporti dell’intelligence britannica che invitano alla «eliminazione fisica» degli oppositori alle autorità coloniali nell’attuale Malesia e ancora documenti che dimostrano come i ministri di Whitehall fossero consapevoli delle torture e degli atroci assassinii compiuti in Kenya ai danni degli insorti Mau Mau. Non solo. Alcuni file entrano nei dettagli di come i britannici costrinsero con la forza gli indigeni Chagos ad abbandonare le isole del remoto arcipelago di Diego Garcia nell’oceano indiano divenuto un possedimento della Corona inglese e poi «prestato» per 50 anni agli Stati Uniti nel 1966.

Migliaia di documenti dati alle fiamme o affondati negli oceani.
Tuttavia il sospetto concreto è che i documenti più importanti e compromettenti che testimoniano gli ultimi turbolenti anni del colonialismo britannico siano andati perduti dopo essere stati volutamente distrutti dal Foreign office. Una prova schiacciante in tal senso è contenuta proprio nelle carte rese disponibili presso l’archivio nazionale di Kew.
Come riportato dal Guardian, «questi documenti evidenziano un periodo di crescente ansietà e timori da parte delle autorità britanniche circa l’eventualità che parte dei file incriminanti potesse trapelare. I responsabili dell’archivio erano avvisati che sarebbero stati messi sotto processo – e alcuni lo furono – nel caso in cui avessero portato a casa qualsiasi documento interno».

FILE SOSTITUITI CON COPIE ‘GEMELLE’. E quando l’indipendenza delle ex colonie britanniche parve oramai inevitabile, interi depositi di file vennero rimossi dagli uffici dei governatori e da quelli delle autorità coloniali e spediti a Hanslope Park. Al loro posto, negli archivi delle sedi d’oltremare di un impero in corso di disfacimento vennero collocati documenti innocui e fasulli creati ad hoc e noti come twin file (file gemelli).

NESSUNO STRANIERO AL CORRENTE DELL’OPERAZIONE. L’operazione di rimozione, sostituzione e cancellazione di migliaia di documenti che oggi permetterebbero di riscrivere il recente passato coloniale del Regno Unito venne eseguita e coordinata con estrema attenzione.
Le carte disponibili a Kew, mostrano che in Uganda il processo di eliminazione del materiale più compromettente venne denominato Operation Legacy, mentre in Kenya furono agenti delle forze speciali per la sicurezza del Commonwealth ad effettuare un’operazione di censura definita «un’approfondita epurazione» e alla quale «solo i cittadini britannici di provata discendenza europea» furono autorizzati a partecipare. Come a dire, nessuna persona di origine africana era ritenuta sufficientemente affidabile per procedere all’occultamento o alla distruzione di materiale top secret britannico.

ISTRUZIONI PER L’ELIMINAZIONE. Non tutti i documenti rimossi con cura dagli scaffali delle ex colonie africane o asiatiche della Gran Bretagna sono fisicamente arrivati a Hanslope Park. Un ulteriore passaggio dei documenti desecretati il 18 aprile 2012 scende infatti nel dettaglio di come e quando procedere all’eliminazione del materiale compromettente. «I file possono essere dati alle fiamme o, in alternativa, è consentito stivarli in casse dotate di zavorra che devono essere affondate in acque profonde e libere da correnti alla massima distanza possibile dalle coste».

IL LATO OSCURO DI UN IMPERO. Era il 1961 e mentre l’Inghilterra si preparava ad uscire dagli anni d’austerity del Dopoguerra divenendo per i dieci anni a venire il fulcro della cultura popolare mondiale, decine di chili di documenti che avrebbero contribuito a rivedere da cima a fondo un intero capitolo della storia britannica vennero dati alle fiamme o gettati sul fondo degli oceani. La speranza è che oggi il materiale sopravvissuto alla sistematica distruzione avvallata da Londra cinquant’anni fa sia sufficiente per fare luce sui crimini compiuti dalle forze coloniali britanniche in Africa e in Asia permettendo agli inglesi di conoscere il lato oscuro di un impero che molti ancora rimpiangono.
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Inserito su www.storiainrete.com il 25 aprile 2012

 Rudolf Kasztner

April 25, 2012

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Rudolf Kasztner

Un documentario francese e il mensile di storia transalpino “L’Histoire” rilanciano la questione scomoda delle “trattative” tra nazisti ed ebrei anche durante la II guerra mondiale. Nelle scorse settimane ha fatto molto discutere in Italia il libro (e relative presentazioni) del giovane storico Andrea Giacobazzi sui rapporti tra Fascismo, Nazismo e Sionismo di destra (“La kefiah e la kippah”, edizioni all’Insegna del Veltro). Ora in Francia il tema è ancora più scottante perché si parla di trattative tra nazisti ed ebrei nella primavera 1944, soprattutto nell’Ungheria occupata. Un tema che è stato al centro di un saggio pubblicato qualche anno fa anche in Italia, opera del noto storico israeliano Yehuda Bauer (“Ebrei in vendita – Le trattative segrete fra nazisti ed ebrei 1933-1945″, Mondadori, 1998). Al centro del documentario francese (curato da Gaylen Ross) c’è la figura di Rudolf (Israel) Kasztner che trattò con i nazisti per salvare un gran numero di ebrei e venne accusato per questo di collaborazionismo. Alla fine degli anni Cinquanta Kasztner verrà assassinato a Tel AViV e per questo il documentario si intitola: “Bisogna uccidere Rudolf Kasztner”. (Sir)

Comment un Juif sauvant des Juifs a pu après coup déchaîner une telle haine ? Un documentaire passionnant. Le 3 mars 1957, dans une rue de Tel-Aviv, un homme sortant de son immeuble est froidement abattu par un individu qui tire sur lui plusieurs balles à bout portant. Son nom défraye la chronique depuis plusieurs années : Rudolf Kasztner, l’homme qui négocia avec les nazis pour sauver des Juifs et fut pourtant dénoncé comme « collaborateur ». C’est l’avant-dernier épisode d’une terrible histoire qui a commencé à Budapest, après l’invasion de la Hongrie par les nazis, le 19 mars 1944, alors qu’Adolf Eichmann mettait en route l’ultime étape de la « Solution finale », qui visait la dernière communauté juive d’Europe jusque-là relativement épargnée. En quelques mois, 437 000 personnes furent déportées, soit la moitié de la population juive présente sur le territoire, dont 275 000 furent gazées à Auschwitz, portant à plus d’un demi-million le nombre total de victimes juives hongroises sur la durée de la guerre.
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di Henry Rousso da L’Historie del 29 marzo 2012
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L’affaire Kasztner se situe dans le contexte de la dernière année du conflit, alors que le IIIe Reich voit se profiler une probable défaite et envisage – pure chimère – la possibilité de pourparlers avec les Anglo-Américains en vue d’une paix séparée dirigée contre l’URSS. Enfin et surtout, cette histoire se prolonge dans les années 1950 en Israël, où elle constitue une sorte de prélude au procès Eichmann d’avril 1961. On se souvient que ce procès a été voulu et organisé par Ben Gourion en partie pour pallier les divisions internes que l’affaire Kasztner a provoquées au moment où la société israélienne doit faire face à l’émergence d’une mémoire de la Shoah qui s’avère plus conflictuelle que consensuelle. Les dépositions des témoins de cet épisode sont d’ailleurs les seules à avoir déclenché les très rares incidents au procès de Jérusalem de survivants hongrois dans le public s’en prenant à certains témoins. Aujourd’hui encore, le nom de Kasztner suscite la controverse.

Le Juif qui négocia avec les nazis – Killing Kasztner, en anglais – réalisé par l’Américaine Gaylen Ross embrasse cette histoire d’un regard aigu et distant, décrivant avec une passion retenue des problèmes d’une grande complexité historique et morale : comment un Juif sauvant des Juifs a-t-il pu, après coup, déchaîner une telle haine ?

Ce film est une oeuvre d’exception, prix 2008 du Festival international du film de Toronto, acclamé déjà dans plusieurs pays, et dont une version avec sous-titres français sort le 4 avril prochain grâce à l’opiniâtreté du diffuseur Sébastien Monceau Noblesse Oblige Distribution.

Reszo Israel Kasztner est né en 1906 à Cluj, en Transylvanie, alors territoire roumain. Militant sioniste dans sa jeunesse, il devient dans les années 1930 un avocat, un journaliste et un homme politique respecté. En 1940, après l’annexion de la Transylvanie par la Hongrie, il s’installe à Budapest. En 1942, il fonde avec Otto Komoly, Joel Brand et Hansi Brand le Comité de sauvetage et de secours qui assiste les Juifs réfugiés de Pologne et de Slovaquie.

Un mois après l’invasion du pays par les nazis, le 19 mars 1944, ils entament une négociation avec Eichmann qui leur propose d’épargner « un million de Juifs » s’ils obtiennent des Alliés, via l’Agence juive, l’octroi de « 10 000 camions » amphibies qui seraient utilisés sur le front de l’Est. La négociation échoue devant le refus britannique.

Usant d’une manipulation expérimentée ailleurs qui consiste à utiliser les organisations juives autochtones comme courroies de transmission pour éviter la panique et mieux spolier les victimes, Eichmann accepte cependant qu’un train de 1 685 personnes quitte Budapest le 30 juin 1944, d’abord pour le camp de Bergen-Belsen, ensuite pour la Suisse. Les nazis exigent au passage 1 000 à 2 000 dollars par tête, somme considérable qu’une infime minorité pouvait payer, même si le train ne comportera pas en définitive que des familles fortunées. C’est ce train, dit « train Kasztner » car ce dernier avait contribué à sa composition, qui va susciter de violentes controverses après la guerre, notamment parce que figurent parmi ses passagers sa femme et ses proches.

En 1947, Kasztner quitte Genève pour s’installer en Israël. Il rejoint le Mapai, le parti travailliste, et, en 1952, prend le poste de porte-parole du ministre de l’Industrie. Le personnage public qu’il est devenu fait l’objet d’attaques sur son passé – un phénomène observé partout en Europe dans les débuts de la guerre froide. A l’été 1952, un réfugié juif hongrois, Malkiel Gruenwald, dont la famille a été exterminée à Auschwitz, le dénonce comme « collaborateur ». L’accusation est d’autant plus grave que la Knesset a voté en 1950 une loi qui autorise la peine de mort contre les nazis et les collaborateurs y compris juifs responsables de crimes de guerre, contre l’humanité ou contre le peuple juif. C’est ce texte qui permettra de juger Eichmann.

Poursuivi en diffamation, Gruenwald choisit comme avocat Shmuel Tamir, l’un des fondateurs, avec Menahem Begin, du Herout, parti politique de droite, héritier du parti sioniste révisionniste de Zeev Vladimir Jabotinsky, hostile à tout compromis avec les pays arabes. Le procès qui s’ouvre à Jérusalem, le 1er janvier 1954, sous la présidence du juge Benjamin Halevi, prend dès lors une dimension à la fois mémorielle et politique. Les allusions au conflit israélo-arabe sont constantes. Deux conceptions du pays, de son passé et de son avenir s’y affrontent, les uns défendant un pragmatisme qui a permis de sauver quelques milliers de personnes, les autres dénonçant une intolérable compromission avec l’ennemi. Le 22 juin 1955, après dix mois de débats virulents largement relayés par la presse, le juge Halevi prend fait et cause pour les défenseurs de Gruenwald, accuse Kasztner d’« avoir vendu son âme au diable » – en l’occurrence Eichmann – et le déboute de sa plainte.

En janvier 1958, la Cour suprême infirme cette décision, dénonce des « errements judiciaires » et lave Kasztner de ces accusations. Mais, entre-temps, il aura été abattu par un jeune fanatique d’extrême droite, né en Israël, sans connexion aucune avec la Shoah, pour qui négocier avec l’ennemi pour quelque raison que ce soit, et quelles que furent les circonstances, constituait un crime.

Il faut voir ce film pour comprendre que, loin d’avoir été de tout temps un argument légitimant l’existence d’Israël, la mémoire de la Shoah y a accouché dans la douleur et le conflit. Il faut voir ce film pour comprendre les contradictions actuelles d’un pays plongé depuis sa création dans la violence de guerre, la violence politique, la violence du souvenir.

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Inserito su www.storiainrete.com il 24 aprile 2012

Carlo Magno

April 24, 2012

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Carlo Magno

Carlo Magno nacque due volte. La prima (nascita biologica) data al 742. Il dove, non si sa. Da qualche parte, tra la Mosa e la Mosella, tra Mertz ed Herstal, tra Francia e Belgio. La seconda (mitologica) cadde alla domenica di Pentecoste dell’anno 1000.
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di di Ezio Savino da “Il Giornale” del 23 aprile 2012
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Su questo evento abbiamo informazioni di prima mano. Un testimone racconta che Ottone III, imperatore del Sacro Romano Impero, in visita ad Aquisgrana, non resistette alla tentazione di trasformarsi in un Indiana Jones del medioevo. Armato di piccone, spaccò il pavimento della basilica. Cercava la sepoltura del suo predecessore, Carlo. Quello di Ottone non era amore dell’archeologia, ma del potere. Avesse scovato la spada, la leggendaria Joyeuse, se ne sarebbe servito come simbolo di forza del suo trono. Abilità o fortuna, la tomba fu scoperta. Fu il primo ciak di un polpettone mitologico che resse la scena per secoli. Un tocco di macabro. Carlo sarebbe apparso allo scopritore seduto in trono. Si scoprì più tardi che in quandam cathedram, «come se fosse in cattedra», l’espressione usata dal cronista, significava ben altro: il defunto giaceva ammantato da vescovo, con i paramenti e la croce pettorale. Le unghie del morto erano cresciute fino a bucare i guanti cerimoniali: perfino il cadavere di Carlo era possente di vita. Nel sotterraneo aleggiava una fragranza santa. La salma intatta. Tranne nella punta del naso, dissolta. Ottone la restaurò in oro. In cambio si prese un dente, utile reliquia. E annunciò che quella era la Pasqua, la resurrezione di Carlo Magno. Tutto combaciava. L’anno mille funzionava da scadenza messianica. Carlo si era già proposto da s´ come secondo Cristo, quando a Gerusalemme si era seduto al posto di Gesù, nella casa dell’Ultima Cena, tenendosi intorno i suoi dodici paladini come fossero apostoli. Era stato lui ad aggiungere «Sacro», cioè Cristiano, al marchio del suo impero. Da queste scoperte, il successore Ottone traeva vantaggi mediatici. Invece districare realtà storica ed egoistica finzione nel personaggio Carlo è un’impresa da titano della critica. Ci prova, con risultati eccellenti e godibili, Georges Minois, Carlo Magno, primo europeo o ultimo romano (Salerno Editrice, pagg. 550, 29 euro). Si noti che il sottotitolo italiano non è interpunto come domanda. È una formula pertinente. Non esprime un quesito, rispondendo al quale si rischia di precipitare di nuovo nel gorgo delle interpretazioni partigiane. Propone, invece, due dei maggiori filoni interpretativi, lasciando intendere, e dimostrando nelle pagine, che a questi se ne affiancano molti altri.

Per gli umanisti, Carlo era l’epigono di Roma, restauratore della cultura (lui, re barbaro che maneggiava meglio la lama che la penna); per i fan dell’Europa, è il primo unificatore. Nel 2008, il Parlamento europeo istituisce il premio «Carlo Magno» per giovani impegnati in progetti legati all’integrazione. Non a caso, in un referendum svoltosi nel Regno Unito sul personaggio ritenuto dal pubblico emblematico dell’Europa, Carlo è maglia nera, un 2% dei consensi che lo dà molto alle spalle di Shakespeare e di Newton. In consultazioni demoscopiche dello stesso tipo, il figlio di Pipino non entra neppure nella top twenty, in cui appaiono la Thatcher, lady Diana e Silvio Berlusconi, complice, secondo Minois, lo smantellamento delle conoscenze storiche prodotto dal degrado scolastico. Per ridare smalto e credibilità al suo soggetto Minois mette in campo la filologia storica bene affilata.

Chi fu il vero Carlo? Un guerriero, un uomo di ferro, per citare il biografo antico Notkero, di cui però, in mezzo secolo di sanguinarie campagne, non si può citare una sola vittoria, mentre fa testo una disfatta, Roncisvalle. Era un pragmatico, un amministratore di buon senso, rafforzò il sistema, senza inventare nulla. Morto lui, il suo castello di carte si frantuma. L’Europa? Non ne conosceva neppure il nome. Il Carlo dei miti, vince sull’uomo della storia, ma solo nell’immaginazione di chi è interessato a farne una bandiera.

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Ottone III, l’Imperatore adolescente che voleva combattere l’Apocalisse

su Storia in Rete n. 61-62

Marilyn Monroe: in Russia

April 17, 2012

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Marilyn Monroe: in Russia

C’é forse un inedito capitolo sovietico nella vita di Marilyn Monroe: nel 1960 avrebbe lasciato improvvisamente il set del film hollywoodiano “Facciamo l’amore” per visitare la patria dell’amato Dostoevskij, invitata da un agente del Kgb conosciuto casualmente in Usa. E’ quest’ultimo a rivelare “il segreto moscovita” della celebre attrice, come titola oggi il tabloid Moskovski Komsomolets. Una confessione utilizzata dalla regista Liudimila Tiemnova per un documentario di prossima uscita, intitolato “Monroe nel Paese di Dostoevskij”.
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di Claudio Salvalaggio da ANSA del 13 marzo 2012 Prima pagina: Ansa.it
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L’ex agente segreto, che lavorava con la copertura diplomatica nella rappresentanza diplomatica sovietica presso l’Onu, si è convinto con difficoltà a farsi filmare, ma ha preteso che non fossero svelate le sue vere generalità. La regista sostiene che circolavano già voci di una visita di Marilyn a Mosca e che il Kgb, interessato all’attrice per le sue frequentazioni di alto livello, l’aveva schedata nei suoi archivi con il nome in codice ‘Masha’. Krusciov, aggiunge, la chiamava “compagna Monroe” e voleva farla arrivare a Mosca. Pare, secondo l’autrice del documentario, che le autorità volessero farle anche girare un film in Russia, ma che poi abbiano rinunciato a causa della sua imprevedibilità. L’ex agente del Kgb racconta di averla conosciuta casualmente in un ricevimento all’ambasciata dell’Urss in occasione di una visita di Krusciov in Usa. Ne nacque un’amicizia che “poi si trasformò in un certo sentimento”, narra.

Dopo aver informato i suoi superiori, la continuò a frequentare, fece con lei lunghe passeggiate “romantiche” in cui l’attrice gli avrebbe parlato del suo amore per le opere di Dostoevskij e del suo desiderio di visitare la patria del grande scrittore. Il suo sogno, sostiene, era interpretare la bellissima Grushenka, la donna oggetto di rivalità tra padre e figlio nel romanzo I Fratelli Karamazov. Marilyn avrebbe abbandonato le riprese del film ‘Facciamo l’amoré di George Cukor per due settimane visitando in quel periodo Mosca, accettando con piacere l’invito dell’amico, che agiva d’intesa con le massime autorità sovietiche. “Se arrivò in incognito? Se lo immagina durante la Cortina di ferro?”, spiega l’ex agente segreto, assicurando che la Monroe entrò in Urss grazie ad un visto dove era riportato il suo vero nome (Norma Jeane Baker). Lui aveva 27 anni, lei 33. Andò a prenderla all’aeroporto e la fece alloggiare all’hotel National in una stanza con vista sul Cremlino, scarrozzandola poi dove voleva: nella metro, al museo di Dostoevskij. I moscoviti non la riconobbero: non l’avevano mai vista in uno dei suoi film (‘A qualcuno piace caldò arrivò solo nel 1966). L’ex agente del Kgb ricorda di aver ospitato la star per due giorni nella dacia di famiglia.

“Furono due giorni indimenticabili”, assicura, anche se non successe nulla. “Si sentiva una certa tensione nei nostri rapporti, ci rendevano conto che il fatto di essere solo noi due non significava che nessun altro ci vedesse e ci sentisse”, spiega, alludendo alla presenza di videocamere e ‘cimici’. “Mi dispiace, Marilyn forse si aspettava altre parole, la continuazione del nostro rapporto, ma era impossibile a causa della mia attività e della situazione creatasi”, ammette. Dopo il ritorno della diva in Usa, non la rividé più. E da allora non fu più mandato all’estero. Ha saputo che lei inviò alcune lettere in Urss, ma dice di non averne mai ricevute. “Non posso dimenticarla, forse la ricorderò sino alla fine della mia vita”, è il suo epilogo di questa incredibile – e tutta da verificare – storia d’amore mancata.

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E NON DIMENTICATE LO SPECIALE DI STORIA IN RETE: EROTICA, ANCORA IN EDICOLA FINO ALLA FINE DI APRILE

importanza lingua inglese

April 15, 2012

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importanza lingua inglese

«La lingua inglese senza dubbio va studiata come lingua veicolare, ma non può in alcun modo sostituire la lingua nazionale». La Società Dante Alighieri – attraverso le parole del Presidente, l’Ambasciatore Bruno Bottai – esprime con decisione la propria opposizione nei confronti della rivoluzione linguistica che il Politecnico di Milano porrebbe in atto nel 2014 proponendo i corsi per gli studenti dell’ultimo biennio della laurea specialistica e dei dottorati esclusivamente in inglese, e abolendo di fatto la lingua italiana. «Ci siamo battuti per il rispetto della nostra lingua nell’Unione Europea e ogni giorno più di 500 Comitati della “Dante” impegnati in Italia e all’estero lavorano generosamente per valorizzarne il prestigio e la dignità – afferma l’Ambasciatore Bottai -. Non possiamo accettare, dunque, che la presunta internazionalizzazione delle Università italiane comporti il sacrificio di uno degli elementi fondamentali del nostro patrimonio culturale e storico».

(Comunicato stampa della società Dante Alighieri)

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Se le nostre università si convertono all’ inglese

«Ci apriamo al mondo». «No, è un errore culturale» Gli obiettivi È un modo per attirare studenti e docenti stranieri e per accrescere l’ offerta di competenze

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di Alessandra Mangiarotti dal Corriere della Sera del 13 aprile 2012 Corriere della Sera

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Da una parte c’ è il ministro-ingegnere Francesco Profumo: «La chiave per competere con le migliori università del mondo è l’ internazionalizzazione». Dall’ altra gli si contrappone il linguista Luca Serianni: «Internazionalizzazione sì ma senza rinunciare alla nostra lingua madre». Dietro di loro, seguendo una contrapposizione più o meno netta, ecco schierati uomini di scienza e umanisti divisi questa volta dalla rivoluzione che dal 2014 investirà il Politecnico di Milano: i corsi per gli studenti dell’ ultimo biennio della laurea specialistica e dei dottorati saranno tenuti esclusivamente in inglese. Niente più «doppio binario», corsi in italiano (finora i due terzi) e in inglese (la parte restante). Ma solo nella «lingua tecnica base». La strada era già tracciata da tempo. I corsi in inglese sono stati introdotti al Politecnico milanese negli anni, portando la percentuale degli studenti stranieri sul totale degli iscritti dall’ 1,9% del 2004 al 17,8 del 2011. Per sostenere la rivoluzione l’ Ateneo investirà 3,2 milioni di euro, destinati soprattutto ad attirare docenti stranieri. Con un duplice obiettivo: «Offrire agli studenti italiani non solo più competenze scientifiche ma anche un’ apertura culturale internazionale che li renda “spendibili” sul mercato del lavoro internazionale», spiega il rettore Giovanni Azzone. «Quindi attrarre studenti stranieri, un valore aggiunto per il nostro Paese.

L’ Italia ha una forte attrattiva culturale ma anche una barriera linguistica: insegnando in inglese richiameremo tutte quelle persone interessate alla cultura italiana». Perché «l’ Italia può crescere solo se attrae intelligenze». La via che porta all’ internazionalizzazione è stata imboccata prima dalle università private: dalla Bocconi alla Luiss. Quindi da quelle pubbliche: da Torino (dove sono state tolte le tasse a chi segue corsi in inglese) a Roma (dove in inglese sono tenuti corsi anche a Medicina). Ma il Politecnico di Milano è il primo a bandire l’ italiano in favore dell’ inglese. «In questo modo si aumentano le competenze dei laureati italiani e si attraggono studenti anche dall’ estero», ha dato la sua benedizione il ministro Profumo dichiarandosi «molto soddisfatto» della decisione dell’ Ateneo milanese. Parole che riaprono il dibattito sulla lingua universitaria. Il primo scontro-confronto è andato in scena sulle pagine del Corriere un mese fa. Da una parte, allora, il filosofo Tullio Gregory: «La retorica dell’ inglese per tutti: imporlo non ci fa più moderni né più “produttivi”. Danneggia cultura umanistica e scienza». Dall’ altra proprio il rettore Giovanni Azzone: «L’ inglese obbligatorio è un vantaggio per l’ Italia». Ora, nel dibattito, interviene il linguista Luca Serianni per il quale un conto è offrire dei corsi in inglese e un altro è imporre la scelta anglofona. «È eccessivo e non solo per ragioni ideologiche – dice -. Se l’ italiano rinuncia a una “provincia” come l’ istruzione scientifica retrocede a vernacolo: un rischio per la lingua. Se gli studenti italiani (che eserciteranno per la maggior parte in Italia) rinunciano alla loro lingua madre, lingua irrinunciabile con cui ci affacciamo a tutti gli ambiti, regrediscono nel controllo delle strutture logico argomentative: un rischio, insomma, per la loro capacità di ragionare». Un po’ quello che sostengono anche il linguista Tullio De Mauro («Scelta inaccettabile per un’ università pubblica») parlando di «effetti negativi sull’ intelligenza». E lo scrittore Sandro Veronesi: «Una follia tutta italiana, una scelta disperata.

Attraverso la lingua si organizza il pensiero: va bene conoscere quello dominante, ma non si può tagliar fuori la lingua madre». Mette in guardia il direttore scientifico dell’ Istituto italiano di tecnologia Roberto Cingolani: «Nessuna gara tra lingue. Non si può contrapporre la nostra lingua madre, una delle più belle al mondo, all’ inglese: è una lingua tecnica, indispensabile. La scelta del Politecnico, relegata in ambito scientifico e rivolta a persone adulte che parlano già un ottimo italiano, è una grande opportunità per l’ istruzione tecnica, per i nostri ragazzi e per quelli che vengono da fuori». Concorda il presidente dell’ Ordine degli architetti Amedeo Schiattarella: «Per i professionisti attivi abbiamo dovuto organizzare appositi corsi di inglese tecnico: la scelta è quasi obbligata». Ma Massimiliano Fuksas, che da Los Angeles si autodefinisce «architetto che lavora nel mondo», esce dallo schieramento: «Troppo radicali, o non facciamo nulla o troppo. Prima c’ è la nostra lingua, poi possiamo impararne anche altre due o tre. Magari il cinese».

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Le dimore storiche e l’IMU

April 13, 2012

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Le dimore storiche e l’IMU

Certo, leggere un post sull’Imu che abbia una parvenza di serietà su un blog che si chiama Doppio (s)malto, potrebbe sembrare un controsenso, ma ci voglio provare lo stesso. Ieri è partita una lettera firmata dall’Associazione Ville Venete alle più alte cariche dello Stato, da Napolitano a Monti, ai membri del Governo per sottoporre la questione delle nuove regole dell’Imu che investirebbero anche le dimore storiche tra cui le Ville Venete.

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di Alessandra di Canossa dal blog Doppio (S)Malto su Linkiesta del 12 aprile 2012 Home

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La mia origine nordestina non può che portarmi a difendere il patrimonio artistico-culturale-storico-turistico che le dimore storiche rappresentano. Sono un bene dell’Italia, per l’Italia.

Semplificando, lo Stato non ha i soldi per mantenerle, quindi la loro manutenzione e rivalutazione ricade interamente sulle spalle dei proprietari in cambio di una tassazione “speciale”.

In un momento così, l’obiezione normale è: pagano tutti, pagano anche loro. Sì, ma forse si dimenticano che i privati, che si accollano in toto le spese di queste case, che spesso si rivelano essere dei gran buchi neri nel bilancio annuale, sono strozzati già ora, figuriamoci se Monti gli mette la tassazione come su tutte le altre case con la rivalutazione delle rendite catastali calcolate non più sui vani ma sui metri quadri.

Senza entrare troppo nello specifico, il mio è un tentativo di far conoscere anche altre realtà italiane.
Linkiesta ha pubblicato la lettera dell’imprenditore Marco Meinardi che lascia l’Italia per la Svizzera. Bene, buon per lui, ma ci sono molti che l’Italia non la possono lasciare perché il loro bene ha delle fondamenta ben salde nelle campagne e nei centri città.

Se il Governo mantiene ciò che ha proposto e i decreti passano così come sono, moltissime saranno le difficoltà che i proprietari, grandi o piccoli che siano, incontreranno.
Molte volte si sente: se non riescono a pagare le tasse, che vendano! Scusate, ma non sta in piedi, innanzitutto perché ora non ci sono compratori, ma soprattutto perché le dimore storiche sono la storia, la cultura, l’arte dell’Italia e non vorrei mai che al posto di mangiare baccalà alla vicentina con un buon bicchiere di Prosecco, si finisca a mangiare caviale innaffiato da fiumi di Vodka.

Il Palladio si rivolterebbe nella tomba!

Di seguito il testo della lettera del presidente dell’Associazione Ville Venete Alberto Passi:

Scrivo in veste di Presidente dell’Associazione Ville Venete (AVV), associazione legalmente riconosciuta, che mira a tutelare e valorizzare le Ville Venete, cioè oltre quattromila immobili storici (XV-XIX sec.), di cui metà vincolati dalla Sovrintendenza, diffusi in Veneto e Friuli, con parchi secolari e centinaia di cicli pittorici e scultorei.
Il motivo della presente lettera risiede nelle misure fiscali all’approvazione del Parlamento, che impedirebbero ai proprietari di Ville Venete di dare il loro contributo alla ripresa economica. Gli immobili storici sono infatti una ricchezza del Paese, che deve fruttare per il bene comune e non può essere mortificata dall’erario.

È questo il fondamento dell’art. 9 della Costituzione, secondo cui la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. E tale tutela passa anche per la via fiscale. Lo Stato, non potendosi accollare la manutenzione del patrimonio culturale d’Italia, ha delegato i proprietari privati, sotto la loro responsabilità economica e giuridica, prevedendo, dato l’alto profilo etico della delega, gravi sanzioni amministrative e penali per chi venisse meno all’impegno assunto. Ma tale onere deve essere bilanciato da una minor pressione fiscale. Gli importi non dovuti come imposte, sono impiegati dai proprietari per conservare il patrimonio di interesse statale. Prima che un titolare esclusivo, il proprietario è dunque custode della memoria storica e artistica collettiva.
Ciò rende gli immobili storici una categoria “a parte”, il che ne legittima il diverso trattamento fiscale rispetto agli altri immobili. Non lo diciamo noi, ma le SS.UU. della Cassazione (sent. 9.3.2011 n. 5518), conformemente alla Corte Costituzionale (sentt. 28.11.2003, n. 345 e 346). Non è un regime “agevolato”, ma un regime “speciale”, volto a riequilibrare la situazione degli immobili storici (maggior interesse nazionale, maggiori vincoli e costi, minori imposte), con quella degli altri immobili (minori vincoli, minore manutenzione, maggiori imposte).

Tra gli immobili storici, segnaliamo le Ville Venete, beni di estrema delicatezza, collocati nella campagna veneta, spesso lontano dalle vie commerciali e dalle mete turistiche classiche. Queste caratteristiche non consentono una gestione di tipo speculativo: le ville traggono marginali profitti da locazioni abitative o direzionali e, piuttosto, ospitano eventi, visitatori e scolaresche. Tali introiti servono a pagare i mutui per i continui restauri, il personale, i consumi, le assicurazioni, gli impianti di sicurezza e allarme, la manutenzione dei parchi e, non da ultimo, il Fisco. Si realizza così un’economia “di scala”, ove i proventi sono reinvestiti nella cura degli immobili stessi. Le Ville Venete non gravano sull’economia locale, al contrario creano economia nel territorio: posti di lavoro in villa (soprattutto giovani provenienti dalle facoltà dei beni culturali e dalle scuole turistico-alberghiere) e, attorno alle ville, ristoranti, bar, enogastronomia tipica, trasporto turistico, guide, hotel.

Il regime fiscale in discussione pregiudicherebbe innanzitutto il patrimonio storico, costituzionalmente tutelato. Ingigantendo gli oneri, farebbe “saltare” l’economia “di scala” delle ville, portando i proprietari a vendere, sempreché, oggi, si trovino acquirenti. La manovra allo studio avrebbe dunque effetti espropriativi per i titolari e distruttivi per il patrimonio vincolato, di interesse statale. Di più: colpirebbe, di riflesso, l’indotto economico delle ville in territori che, in larga parte, si reggono grazie a flussi turistico culturali.

Oggi la scelta è tra una tassazione che comprometterebbe tale inestimabile patrimonio di cultura, o il sostegno alle Ville perché siano volano di rilancio dell’economia locale, promuovendole come mete turistiche, luoghi di eventi, per ospitare imprese agricole e artigiane, o, più in generale, come scrigni d’arte, in ogni caso come fonte di occupazione. La stessa Unione Europea, del resto, incentiva l’apertura al pubblico degli immobili storici; a tal fine per le Ville Venete è stato avviato un importante piano regionale pubblico-privato, in cui la nostra Associazione è fortemente impegnata, in stretta collaborazione con le Istituzioni.

Si chiede pertanto di limitare gli interventi all’aggiornamento dell’aliquota e degli estimi, conservando invece il regime previgente e cioè l’art. 2, comma quinto, D.L. 1993, n. 16 (che basa l’imponibile ex ICI sulla minore tariffa d’estimo nella zona censuaria), norma tutt’ora non abrogata, e la tassazione catastale-forfetaria dei redditi, ovvero la non rilevanza ai fini irpef sulle entrate percepite dagli affitti delle Ville.

Confidiamo che l’elevato profilo tecnico dell’attuale Governo sappia cogliere le prospettive offerte dalla tutela e dalla valorizzazione delle Ville Venete.
Con osservanza,
Alberto Passi
Presidente Associazione Ville Venete

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Inserito su www.storiainrete.com il 12 aprile 2012

Le donne di Mussolini

April 6, 2012

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Le donne di Mussolini

Cherchez la femme. Anzi, cercatene più d’una in «Dux», un libro che però non è un giallo anche se pieno di ombre della storia. Quattrocento sarebbero le donne che, secondo una stima attendibile, Benito Mussolini amò (verbo da prendere con le molle). Il sottotitolo ammiccante scelto da Rizzoli per il «Dux» di Roberto Olla, «Una biografia sessuale di Mussolini», non inganni: non è la storia guardata dal buco della serratura, e neppure una cronistoria pruriginosa scandita dal fruscio delle lenzuola o dallo sfogliare un catalogo dongiovannesco.
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di Marco Patricelli, su “Il Tempo” del 5 aprile 2012

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Il saggio, fresco di stampa, è uscito prima in Inghilterra con il titolo assai più “british” «Il Duce and his women – Mussolini’s rise to power». I giornali inglesi, solitamente assai tiepidi su saggi storici che arrivano dall’Italia, stavolta hanno speso paginate sul lavoro di Olla. Giornalista del Tg1, ha legato il suo nome alla fortunatissima serie di Combat Film (un successo che stupì persino la Rai per il grande seguito di pubblico) e al primo tg dedicato alla storia in una tv europea. Proprio davanti alle telecamere del Tg1 Storia (ogni lunedì, alle 9 e qualche minuto) avvenne il clamoroso incontro tra l’ambasciatore dell’Armenia e della Turchia, primo contatto ufficiale in assoluto tra Paesi che non avevano relazioni diplomatiche e separati dalla questione del genocidio del 1915: era proprio questo l’argomento di un dibattito ripreso con vasta eco sulla stampa dei due Paesi (il Tg1 Storia, peraltro, riscuote apprezzamenti anche all’estero, cosa che dovrebbe far riflettere i vertici di Saxa Rubra sulla valorizzazione del programma che macina share lusinghieri).

Sempre Olla ha realizzato il primo documentario in 3D della tv italiana, il reportage su Auschwitz «Le non persone». Insomma, uno specialista del ’900, col dono della chiarezza pur nell’approfondimento, che si è cimentato su un aspetto particolare del Duce, scansando le facili sirene del voyerismo nobilitato dalla rigorosa ricerca. Una lunga “linea rosa” attraversa la parabola mussoliniana, rossa del socialismo delle origini e nera del fascismo imperante. Il leitmotiv che percorre l’avvincente struttura narrativa è la sessualità al centro del mito: senza l’analisi della sessualità non si capisce il mussolinismo, che è cosa assai diversa dal fascismo così com’è considerato. L’uomo-Mussolini preminente sul politico-Mussolini. Una ricerca condotta su questi binari sfronda gli allori e, se non mostra «di che lacrime grondi e di che sangue», comunque porta alla luce ipocrisie, meschinità, aspetti caratteriali e della personalità che corrodono la vulgata tollerante e buonista del «brav’uomo». Non era questo, come non era «l’uomo della Provvidenza» e neppure il mostro dell’esecrazione e del dileggio di piazzale Loreto. Il racconto di «Dux» si ferma alla vigilia del Patto di Monaco, quando sacrifica la Cecoslovacchia agli appetiti di Hitler come falso apostolo della pace europea. Mussolini gode di popolarità, considerazione e anche di un certo timore. Dopo la conquista dell’Etiopia è al massimo di fama e consenso. Nel privato è un’altra cosa.

Ostenta la famiglia creata con Rachele Guidi, sposata in due atti, ha scansato relazioni imbarazzanti, figli illegittimi, sbrigativi amplessi consumati con gli stivali. Un detto inelegante sostiene che «comandare è meglio di fottere»: lui fa l’una e l’altra cosa, miscelandole. Tra tante amanti c’è anche quella ufficiale, Claretta Petacci, che pagherà con la vita a Giulino di Mezzegra (secondo la versione più accreditata) aver voluto quell’uomo e dividerne il destino. Quando le implacabili leggi della biologia appanneranno il “furor eroticus” del Duce, gli verrà in soccorso la medicina, con l’antesignano del moderno Viagra: l’Hormovin. Arriva dalla Germania, come le idee del nazismo che recepisce e applica, a partire dalle vergognose leggi razziali del 1938. Proprio lui che aveva avuto un’amante ebrea come la Sarfatti, temutissima e odiatissima da Rachele proprio per il suo profilo e il suo ascendente intellettuale, l’autrice del bestseller europeo «Dux». Un altro «Dux», ovviamente: lì la politica mediata dal sesso, qui il sesso che media la politica.

Piero Melograni scrive: «La ricostruzione dell’attività sessuale, talvolta sfrenata del Duce, evidenzia i punti di contatto tra le sue numerose avventure galanti e le alterne vicende della sua avventura politica. Il potere di Mussolini si basava infatti sul suo suo mito. Grazie a questo mito, costruito anche con l’aiuto della sua amante Margherita Sarfatti, come Roberto Olla bene evidenzia, Mussolini instaurò un regime che ruotava attorno alla sua persona e che spesso non aveva bisogno del sostegno dei fascisti. Il “mussolinismo”, come io l’ho definito, riusciva a piegare le folle al mito». Dalla camera da letto alle adunate oceaniche. La folla è femmina, amava ripetere virilmente il Duce, col sottinteso del possesso carnale. Alberto Sordi l’avrebbe esplicitato, ridicolizzandolo, in un film.

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Inserito su www.storiairnete.com il 5 aprile 2012

Caravaggio fu ucciso

April 2, 2012

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Caravaggio fu ucciso

Caravaggio vittima di una congiura, anzi di un “omicidio di Stato”? Ed è morto a Palo presso Civitavecchia invece che malato e abbandonato a Porto Ercole sull’Argentario? Lo ipotizza lo storico napoletano Vincenzo Pacelli con una ricerca, basata su documenti scoperti nell’archivio Vaticano e nell’Archivio di Stato, che contraddice l’annuncio trionfale del ritrovamento un anno fa a Porto Ercole delle ossa del pittore, fatto peraltro sempre ipotetico e quasi impossibile se non impossibile da dimostrare.
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da del 31 marzo 2012
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Professore di storia dell’arte all’università di Napoli, Pacelli è sicuro, Caravaggio non è morto a Porto Ercole, bensì a Palo, a pochi chilometri da Civitavecchia, che all’epoca (il 1610) era il porto di Roma. E la sua è stata una morte violenta, anzi «un omicidio di Stato». Organizzato «dall’Ordine di Malta, per l’offesa arrecata ad un potente cavaliere, con il tacito assenso della Curia romana». Lo storico da tempo studia l’ultimo periodo del Caravaggio, sul quale anni fa ha pubblicato un’inedita corrispondenza fra il Nunzio apostolico nel Regno di Napoli Deodato Gentile ed il cardinale Scipione Borghese, potentissimo segretario di Stato Vaticano e nipote di Papa Paolo V. Ora lo studioso sta per pubblicare i risultati di un nuovo lavoro condotto con una squadra di 18 studiosi, fra storici, restauratori, medici, radiologi, diagnosti e intitolato «Michelangelo Merisi detto Caravaggio tra arte e scienza», PaparoEditore .

All’agenzia Ansa Pacelli dice: un capitolo sarà sugli ultimi giorni del pittore con nuove ricerche condotte da Francesca Curti e Orietta Verdi, esperte dell’Archivio di Stato. E teorizza: partito da Napoli, dove era stato vittima tempo prima di una misteriosa aggressione, Caravaggio era diretto a Roma, dove sperava di ottenere la grazia per la condanna a morte che da anni pendeva sul suo capo. Nel luglio del 1610 si imbarcò dal porto di Chiaia su una feluca. Con sé aveva tre tele destinate al cardinal Scipione, che avrebbe dovuto aiutarlo ad ottenere il perdono papale. Invece a Roma non arrivò mai. La storiografia ufficiale lo dice morto di malattia a Porto Ercole. Ma, secondo Pacelli, c’è qualcosa che non quadra. A Palo, ricorda, è approdato e ci sono documenti che attestano un suo arresto. E la località feudo degli Orsini dista da Porto Ercole, dove il pittore sarebbe giunto “a piedi”, ci sono cento chilometri «allora disseminati di paludi». Le fonti ufficiali, sostiene il professore, «rivelano contraddizioni a ogni piè sospinto».

Pacelli punta il dito anche sulla corrispondenza fra il Nunzio e il segretario di Stato: «curiosamente si smentisce la notizia che Caravaggio sia morto a Procida, un posto con il quale Caravaggio non ha mai avuto niente a che fare, per poi indicare la località di Porto Ercole». Al contrario, fa notare, Giulio Mancini, medico di Caravaggio, scrive che il pittore è morto a Civitavecchia, «ma su quel documento il termine è cancellato e poi da altri corretto in Porto Ercole». Mancini parla anche di morte «violenta», così come Francesco Bolvito bibliotecario dei Teatini, che nel 1630 scrive che «il pittore è morto assassinato».

Secondo Pacelli sarebbe un falso anche il documento ritrovato nel 2001, che attesta la morte di Caravaggio a Porto Ercole arretrandola di un anno (al 18 luglio 1609). A suo parere tutto per coprire un delitto, ordito dai Cavalieri di Malta e avallato dalla Curia «a cui poteva far comodo eliminare un personaggio che metteva in discussione i principi della fede dogmatica della Chiesa e trattava le sacre verità senza nessun “decoro”». E avanza sospetti di complicità per chi alla fine entrò in possesso di quelle tre ultime tele: il vicerè di Napoli, il cardinale Scipione, e Costanza Sforza Colonna, l’ultima ad ospitare Caravaggio. Ma sia chiaro: siamo nel campo delle ipotesi su un argomento dove si è ipotizzato di tutto.
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Inserito su www.storiainrete.com il 1 aprile 2012

Erotica:

March 30, 2012

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Erotica:

Il contributo alla storia delle umane vicende dato da Venere non è da meno di quello di Marte o Minerva. Battaglie e invenzioni scientifico-tecnologiche sono importanti tanto quanto le vicende di letto, e – d’altronde, come insegna il principale poema epico dell’Occidente, l’Iliade -spesso e volentieri sono legate a doppio filo l’une alle altre. “Storia in Rete” vi racconta ventisei secoli di amore e storia, dai miti di fondazione di Roma all’avvento della prima grande epidemia venerea, la Sifilide. Passando per la prostituzione nell’antichità, le torbide vicende delle corti alessandrine ed imperiali, cacciando lo sguardo nei bordelli medievali e fra le raffinate cortigiane veneziane. Storie di condottieri e amanti, di etère e di imperatori, di concubine e di papi. Ma anche di gente comune, di letterati puttanieri e prostituti maschi, di signori rinascimentali e favorite di corte. Il tutto punteggiato da una vera gioia per gli occhi, poichè l’arte ha attinto a piene mani ispirazione dalle vicende di Venere e dei suoi seguaci, in ogni tempo e sotto ogni cielo.

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Strage di Biscari

March 25, 2012

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Strage di Biscari

Ci sono voluti quasi settant’anni per ritrovare i nomi dei soldati italiani e tedeschi fucilati dai militari della 45a Divisione di Fanteria dell’esercito americano a Biscari (oggi Acate) in una delle battaglie più cruente dello sbarco alleato in Sicilia. La scoperta si deve ad Andrea Augello, senatore del Pdl e storico, che nella nuova edizione del saggio “Uccidi gli Italiani” (Mursia, pagg. 256, euro 16,00. Postfazione di Anna Finocchiaro) pubblica i nomi, le date di nascita e i destini dei soldati vittime dei crimini di guerra commessi dagli americani. La nuova edizione è stata presentata il 22 marzo a Roma alla Biblioteca Nazionale.

Dopo la pubblicazione della prima edizione, che documentava le stragi incrociando documenti d’archivio e testimonianze dei sopravvissuti, ci sono voluti tre anni di minuziose ricerche per arrivare alla composizione degli elenchi delle vittime e al ritrovamento del luogo della sepoltura. «Incrociando i dati sui dispersi e sui caduti dell’Albo d’oro con i diari delle diverse unità schierate a Biscari, i verbali dei processi americani e i diari della 45a Divisione, sono arrivato all’elenco di 70 soldati italiani e 4 tedeschi fucilati a Biscari che vennero sepolti dagli americani sul posto e poi per motivi da chiarire, spostati a Gela. Nel 1958 vennero riesumati i corpi e trasferiti al sacrario di Catania. A mio avviso i morti delle stragi di Biscari sono ancora lì» spiega Augello, «Le informazioni sono da sempre negli archivi, ma solo i sopravvissuti, le famiglie dei soldati considerati “dispersi” erano interessati a conoscere la verità che la ragion politica e una storiografia tutta tesa ad accreditare il mito degli americani liberatori hanno messo sotto silenzio.»

Attilio Bonariva, classe 1914. Terza compagnia, 153° battaglione è uno dei 19 mitraglieri, quasi tutti lombardi, bresciani per lo più, o veneti, in maggioranza vicentini, fucilati a Biscari; con loro una cinquantina di avieri che provenivano in maggioranza dalla Sicilia, alcuni dal Lazio e dall’Umbria. Nel corso delle ricerche Augello ha scoperto anche il destino di Luz Long, campione olimpico di salto in lungo alle olimpiadi del 1936 passato alla storia per la stretta di mano con lo statunitense di colore Jesse Owens. «Ci sono evidenze chiare che Luz morì a Santo Pietro il 14 luglio 1943, poi fu sepolto a Biscari e quindi traslato a Gela. Non fu fucilato ma morì in combattimento» chiarisce Augello. Resta invece senza risposta il destino di Sergio Stauble, un asso dell’aviazione italiana e protagonista delle imprese della 73a squadriglia sul fronte d’Africa. Il suo nome appare a sorpresa tra le liste dei dispersi nella battaglia di Santo Pietro mentre era convinzione di molti storici che fosse scomparso in un volo di trasferimento da Comiso all’Africa. Molti indizi indicano che Stauble sia stato fucilato e che il suo corpo sia sepolto nel sacrario, ma mancano riscontri certi. L’elenco completo dei fucilati di Biscari è pubblicato sul sito www. mursia.com dove resterà fino al 9 giugno 2012 data in cui con una cerimonia ufficiale la Regione Sicilia apporrà a Santo Pietro di Caltagirone un cippo alla memoria.

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Sicilia, 10 luglio 1943: e se la strage l’hanno fatta i Liberatori?

December 16, 2009

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typage tissulaire

La più alta giurisdizione britannica ha autorizzato, giovedì 28 aprile, il ricorso a “bambini-medicina “- concepiti per occuparsi di un fratello o una sorella raggiunte da una malattia grave -, alla fine di molti anni di battaglia giuridica.” Law lord ha confermato all’unanimità la decisione di una Corte d’appello,Aprile 2003, che autorizza il ricorso a questa tecnica. Questa decisione mette fine alla battaglia giuridica condotta da un gruppo di riflessione sulle questioni bioetiche.

Nel 2001, l’autorità britannica che regola la procreazione assistita (HFEA) aveva autorizzato genitori di bambini seriamente malati a ricorrere ad una diagnosi préimpiantata accompagnata da un “typage tissulaire” ad avere un altro bambino. Il typage tissulaire permette di scegliere un embrione i cui tessuti sono compatibili con il figlio malato, per facilitare il successo di un prelievo di cellule nel cordone ombelicale alla nascita o ulteriormente di un innesto di midollo osseo.

All’epoca, Raj e Shahana Hashmi, genitori di quattro bambini, speravano di concepire un bambino sano per occuparsi dei loro figli di 6 anni, Zain, nato con una malattia genetica grave, la beta-talassemia principale (hémoglobinopathie ereditaria).

Ma la decisione del HFEA era stata annullata in prima istanza nel dicembre 2002. Senza selezione possibile, Mme Hahsmi aveva iniziato due gravidanze. La prima volta, il feto era portatore del beta-talassemia principale, ed un fallimento era stato deciso. Il secondo era stato condotto a termine, ma i tessuti del bambino si erano rivelati incompatibili con quelli di Zain. La decisione del HFEA era stata in seguito confermata nell’aprile 2003, ma CORE aveva allora deciso di portare l’affare dinanzi al Law lord.

Si autorizza anche questo. La genesi del ricambio umana e’ iniziato!!!!!!!

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May 4, 2009

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l’armistizio dell’ 8 settembre

Non dimentichiamoci dell’armistizio firmato da un ignominioso nano di casa savoia chiamato re, e dal suo tirapiedi generale badoglio, con gli alleati, nostri nemici per sciagurate scelte i cui responsabili hanno nomi e cognomi.
Questo tradimento che la storia non potrà mai cancellare, non fu tanto fatto verso l’alleato tedesco nazista, ma verso il popolo e l’esercito italiano, lasciati soli e allo sbando tra due fuochi.
Per gli alleati continuammo ad essere nemici, per i tedeschi traditori, e sappiamo quali e quante furono le stragi e i massacri di civili innocenti di tutte le età.
Io sono cresciuta in Romagna negli anni 60.
Ho sentito i racconti delle donne vestite di nero come quelle sarde, donne torturate dai nazifascisti perchè rivelassero i nascondigli dei mariti e dei figli partigiani.
Ho visto nella Pinacoteca di Rimini le foto della distruzione più totale causata dai bombardamenti alleati e dalla ritirata tedesca.
Non posso sopportare di vedere il genero di rauti, uno dei fondatori di ordine nuovo, e da sempre fascista, sindaco, pardon, “podestà” della capitale.
Non posso vedere lo scranno che fu di Pertini, di Ingrao, di Nilde Iotti, sotto il culo di fini.
Non posso sopportare che l’eredità della Resistenza, il nostro riscatto democratico e costituzionale sia andato perso dietro agli affari e alle televisioni di un altro nano.
Nel 1946 tutte le forze che avevano partecipato alla liberazione si unirono nell’assemblea costituente per la rinascita di questo martoriato paese.
Inquesti ultimi anni tutte le bande politiche si sono all’unanimità unite per consegnare nuovamente il paese al caos, alla miseria, alla dittatura per impedirne ancora una volta la piena consapevolezza civile e democratica.

Solo la conoscenza rende liberi, e da più di 20 anni il progetto è ingabbiarci nell’ignoranza.
Leggiamo, raccontiamo, e non dimentichiamo, mai.

This post was submitted by werber.

April 30, 2009

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considerazioni sul nazismo

Permettetemi almeno voi di controversial di fare alcune considerazioni sul nazismo.
Non pensare che tutti i nazisti la pensassero come Hitler. Vi fu persino un tentativo di farlo fuori da parte di un nutrito stuolo di suoi gerarchi, che pagarono con la vita.
Si erano resi conto che Hitler era ormai fuori di testa, con le sue leggi razziali, con la sua smania di conquistare il mondo, e che ben presto il Terzo Raich sarebbe caduto in rovina. Lo avevano previsto, ma Hitler era ormai convinto di poter realmente conquistare il mondo.
Comunque, di “apprezabile” sopratutto nel fascismo (ora verro’ sicuramente lapidato) c’è sicuramente l’amore per la propria patria. Gli errori sono stati fatti, eccome. L’essersi uniti ad un pazzo come Hitler è stato l’errore piu’ grande.
Comunque, anche se a volte scherzo, non amo le dittature almeno fino a quando non mi impediscono le normali attività.
Il fascismo non ti impediva nulla, cosi’ raccontanto quelli che lo hanno vissuto. Non ti toglieva nulla, potevi commerciare, divertirti.
Naturalmente non potevi esprimere dissenso senza rischiare conseguenze, pero’ cio’ che era tuo rimaneva tuo, e lo potevi moltiplicare.
Naturalmente, con l’entrata in guerra tutto si è complicato maledettamente. Ed è stata la catastrofe. Pero’ l’importante è che dalle catastrofi nasca qualcosa. Da noi è nata la Dc.

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February 19, 2009

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Category: Storia, Tutto il resto

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le due anime della Resistenza

ci furono due anime nella Resistenza: quella predominante, con obiettivi illiberali che dovevano, nelle intenzioni dei suoi seguaci, portare l’Italia nell’area sovietica, ed una liberale e cattolica che aveva come obiettivo riportare in Italia la democrazia.
Furono tenute unite dallo scopo di abbattere il Fascismo e il Nazismo, ma non potevano convivere.
La fazione preponederante, quella di cui parlo qui, si appropriò, un vero e proprio scippo storico, della Resistenza e ci costruì sopra la propia retorica con un risultato estremamente negativo per l’Italia.
Avendo il controllo sull’Intellighenzia,ottenuto con il terrore seminato in quegli anni, riuscì ad imporre la propria visione, a nascondere i propri misfatti e ad inculcare il concetto che Resistenza significava comunismo e che chi era contro il comunismo era automaticamente un ‘fascista‘. Gli unici in grado di dare una patente di anti-fascismo o di fascismo erano loro, e questo per il motivo che loro era la Resistenza.
Ovviamente era una pura e semplice menzogna, ma le fortune del comunismo si sono sempre basate sulle menzogne.
Essendo gli ‘arbitri‘ fu buon gioco ottenere il controllo quasi totale dell’Intellighenzia. La foltissima schiera di costoro che, pur non essendo comunisti e proclamandosi indipendenti, a tutti gli effetti erano dei fiancheggiatori, fu chiamata da Giovannino Guareschi l’esecito degli ‘utili idioti‘. Il loro status era sempre legato all’atteggiamento verso il comunismo. Critiche di poco conto e non sostanziali erano di norma non solo accettate, ma probabilmente richieste così da avvalorarne la loro ‘indipendenza‘. Critiche più taglienti e profonde, però, significavano la ‘morte civica‘ del malcapitato.

 

Chiarito una volta per tutte da Stalin che l’Italia, almeno per il momento, era stata assoggettata all’influenza anglo-americana, Togliatti (capo del Partito Comunista Italiano) si trovò nella necessità di far buon viso a cattiva sorte e cercare di porre le basi per lo sviluppo futuro del suo partito.
Per far questo erano necessarie almeno tre cose.

L’accettazione, almeno di facciata, del principio democratico e parlamentare.
La presenza attiva del partito nell’assemblea costituzionale.
La creazione del mito della Resistenza unito al perdurare eterno del pericolo fascista in modo da poter nascondere quanto di poco chiaro avveniva nel partito e nell’alleata Unione Sovietica e dare una sorte di legittimità al partito comunista, attivo partecipante alla ‘Lotta di Liberazione‘. Naturalmente la parola d’ordine era di tacere sull’apporto dei partigiani bianchi e di coprire i misfatti di quelli rossi.
Nei prossimi post entrerò nel dettaglio sia del disegno perseguito sin dal 1943 dal PCI, sia degli orrendi crimini commessi dalle formazioni partigiane comuniste dal 1943 al 1948.

Nella descrizione di questi ultimi vi saranno purtroppo particolari raccapriccianti.
Ho deciso comunque di inserirli perchè rientrano in pieno nella strategia e nella logica della resistenza comunista, tant’è vero che i loro autori, anche quando erano semplici delinquenti apolitici, furono in tutti i modi aiutati dall’apparato del partito, sino ad organizzarne, qualora non ci fossero altri mezzi per proteggerli, la loro fuga ed il loro mantenimento nell’Unione Sovietica di Stalin.

” La tattica del mordi e fuggi adottata dai partigiani doveva non risultare gradita a coloro che in quelle zone dovevano vivere, restando abbandonati dai partigiani alle rappresaglie nemiche. La diffidenza dei contadini verso i partigiani si trasformò in certi casi in vera e propria ostilità obbligandoli ad andarsene, come nel caso delle valli valdesi nell’estate del 1944, o addirittura chiedendo l’intervento dei nazifascisti” . “La gente, pur continuando a odiare i tedeschi, si domandava la ragione del soffrire e la scorgeva nell’azione dei partigiani…e urlava, pregava, minacciava perché i partigiani stessero lontani. Cosa vogliono, dicevano, quei disgraziati in montagna? Non fanno che provocare dolori, scappano, non sanno combattere, ci fan bruciare la case”

Le tesi contrarie, vere e proprie favole, furono un semplice atto di propaganda, studiato a tavolino, imposto con ricatti nei confronti della cosiddetta intellighenzia del dopo guerra e ripetuto sino alla nausea per farlo diventare un fatto assodato. In seguito vedremo come e perchè.

Le due anime della Resistenza, bianca e comunista, oltre che per entità, erano molto diverse anche per organizzazione e per finalità. Pur sedendo insieme negli stessi comitati, l’obiettivo degli uni, dei bianchi, era quello di ristabilire una democrazia, quello dei rossi era di ubbidire agli ordini di Stalin e, se possibile, portare l’Italia nella sua orbita di influenza. In altre parole questi ultimi erano “Combattenti per la Schiavitù”.

 

se lo sbarco in Sicilia degli Alleati fosse avvenuto nel 1941 invece che nel 1943 avremmo avuto una Resistenza contro gli Alleati, visto che Stalin era alleato di Hitler.
i partigiani rossi furono spesso in lotta contro i partigiani bianchi. Gli episodi più famosi sono la strage di Purzus e quella di Strassera. Tornerò su entrambe con i particolari. Qui cito solo un brano della sentenza di condanna all’ergastolo (1957) comminata dalla Corte di Assise contro Moranino responsabile della strage di Stassera:
«Perfino la scelta degli esecutori dell’eccidio venne fatta tra i più delinquenti e sanguinari della formazione. Avvenuta la fucilazione, essi si buttarono sulle vittime depredandole di quanto avevano indosso. Nel percorso di ritorno si fermarono a banchettare in un’osteria e per l’impresa compiuta ricevettero in premio del denaro.»
E’ anche bene ricordare fin da ora come la Resistenza ebbe in effetti due fasi ben precise:

la lotta contro il fascismo e il nazismo (1943-1945)
la lotta per imporre lo Stato sovietico o quanto meno la legittimazione del PCI e la sua egemonia nella cultura a cui avrebbe dovuto poi seguire, cosa che purtroppo avvenne, l’occupazione di settori chiave quali l’educazione e la giustizia.
Solo dopo il 1948, ad elezioni avvenute e finito il sogno di una repubblica socialista italiana si accreditò l’idea di una Resistenza unita, di popolo e con un unico obiettivo e ideale: la libertà.
L’operazione potè riuscire essenzialmente grazie all’apporto della vasta schiera di giornalisti, storici e professori che il PCI era riuscito ad arruolare.
La situazione storica era infatti mutata.

This post was submitted by guardini hol.

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