La riforma del lavoro agita anche la Spagna

March 29, 2012

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La riforma del lavoro agita anche la Spagna

Il governo di Mariano Rajoy ha giocato fino all’ultimo la carta della dissuasione per far rientrare lo sciopero generale di domani. Il ministro dell’economia, Luis De Guindos, in serata ha assicurato che l’esecutivo,  malgrado la protesta, non modificherà di una virgola la riforma del lavoro. “L’impegno del governo sul lavoro – ha detto De Guindos – è il punto principale di tutto il resto delle riforme”. Madrid sostiene che le nuove regole rappresentino uno sforzo di razionalizzazione del mercato iberico ed introducono una flessibilità che “renderanno più efficaci e duraturi gli investimenti in Spagna”. Già a febbraio si erano verificate mobilitazioni contro la riforma del lavoro che toccherebbe anche le normative sui licenziamenti.

Dall’Europa è forte la pressione sul governo di Madrid: la riforma del mercato del lavoro è imprescindibile in Paesi come Italia e Spagna, ha detto il commissario europeo per la Concorrenza, Joaquin Almunia. Ma i sindacati si appoggiano su un malcontento che parte da un tasso di disoccupazione da record e che arriva a contestare una riforma che renderà più facile il licenziamento da parte delle imprese, taglierà i sussidi di disoccupazione ed aumenterà la precarietà dei giovani.

Malgrado gli annunci del governo e le intimidazioni lanciate dalla Confindustria spagnola, i sindacati non hanno fatto marcia indietro. Anzi con il sostegno del partito socialista si preparano a dare battaglia anche in Parlamento, con una serie di emendamenti che puntano a stravolgere il contenuto della riforma. “Le misure del Partido Popular sono un pacchetto di interventi – ha dichiarato Fernández Toxo, il segretario di Comisiones Obreras, il principale sindacato spagnolo – che toccano tutte le sezioni del diritto del lavoro e lo fanno in un certo senso in un modo destabilizzante, radicale. Mettono anche in discussione in modo preoccupante la contrattazione collettiva. Si tratta di un tentativo mascherato di rendere individuali i rapporti di lavoro e, soprattutto, ciò che indica è che l’economia spagnola si basi su una concorrenza fatta di bassi salari”.

I sindacati inoltre denunciano di essersi trovati con il governo Rajoy davanti ad un muro: “Lo sciopero – prosegue Fernandez Toxo – è l’unico scenario possibile visto che il governo ha deciso di buttare via tre decenni di dialogo tra parti sociali ed esecutivo. Contrariamente a quanto è stato detto dalla propaganda ufficiale, non ci sono state riunioni negoziali. E nemmeno degli incontri con Mariano Rajoy, da quando è primo ministro. E’ un atteggiamento senza precedenti. Quindi non potevamo più aspettare”.

I sindacati si attendono una grande adesione alla protesta e in effetti aumentano le reazioni dopo le uscite del governo che si dice irremovibile sulle testo di riforma. “Sarebbe la prima volta che il governo fa il contrario di quello che dice – ha dichiarato Candido Mendez del sindacato Ugt (la Unión general de los trabajadores) – Ha detto che non avrebbe aumentato le tasse e le ha alzate, ha detto di voler limitare i licenziamenti e ha fatto il contrario. Ora dice che non cambierà nulla? Mi sembra strano”.

Contemporaneamente ai sindacati anche tutte le realtà sociali sono mobilitate per la serrata. Vari collettivi studenteschi e le organizzazioni confluite nell’ultimo anno nel movimento “15M” invitano allo sciopero totale del consumo. Inoltre sono previste diverse iniziative, tra cui alcune con effetto sopresa. Le stanno preparando a Barcellona in un festival sulle forme di proteste creative dal titolo “Como acabar con el mal” (www.comoacabarconelmal.net), cioè “Come farla finita con il male”.

“Farla finita con il male è una metafora – racconta David, uno degli organizzatori del festival – Con la crisi siamo invasi da molte forme di male: la disoccupazione, gli abusi di potere delle istituzioni la corruzione politica. Un giovane in questa città guadagna non più di 500 euro al mese. Non ha una prospettiva. Ci resta solamente la possibilità di farla finita con il male. L’intenzione del festival è di ispirare le persone a riunirsi in collettivi. Durante lo sciopero ci saranno gruppi che realizzeranno diverse azioni, come mai viste in passato, per sorprendere il potere”.

March 28, 2012

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Favoreggiamento culturale alla mafia

«Gaetano Badalamenti, celeberrimo boss della mafia siciliana, si distinse per essere stato il capo di un giro di traffico di eroina internazionale multimiliardario che andava da Brooklyn alla Sicilia». E’ la scritta che si legge sulla targa «commemorativa» che il Mob Museum di Los Angeles, il primo museo tematico sulla criminalità organizzata, ha dedicato al capomafia originario di Cinisi. «Lo abbiamo collocato al terzo piano del museo», ha spiegato il portavoce della struttura, Mike Doria.

Ha ragione il magistrato Vincenzo Macrì, che la definisce «Una scelta squallida e oscena. Raccontino le vittime della mafia, non la storia dei boss. Cosi si applicano dinamiche revisionistiche – ha aggiunto – e si tenta di storicizzare un fenomeno tutt’altro che finito. Sul piano culturale è pericoloso perché si tenta di circoscrivere la mafia in modo che la gente possa dire “è roba da museo” ed è finalizzata a creare un alone leggendario attorno a squallidi criminali».

La notizia fa il paio con lo studente italiano che, in Erasmus a Madrid, scopre con ribrezzo che il marchio ‘mafia’ è florido anche all’estero. Scrivendo a Nando dalla Chiesa (che racconta la vicenda sul suo blog) scrive: “navigando nella rete mi sono imbattuto in un sito di una catena di ristoranti italiani in Spagna, dal nome ‘La Mafia’, sono rimasto scioccato da come viene utilizzata questa parola, diventata addirittura un marchio per contraddistinguere la cucina italiana e noi italiani”. Una disinvoltura che non tiene conto di centinaia di vittime, che continua a passare inosservata alle istituzioni e che sembra abbia concimato una malata abitudine alla notizia. Si chiede Nando dalla Chiesa: “davvero nessuno ha notato questo oltraggio permanente alla storia dell’Italia migliore? Nessun funzionario si è indignato per questo sconcio, ha pensato a qualche centinaio di vittime dello Stato che pure rappresenta, ha forcato e brigato con le autorità spagnole, ha posto un problema diplomatico? Quali licenze? Quali titolari veri e con quali investimenti? Se è avvenuto, noi non l’abbiamo mai saputo. Noi abbiamo solo saputo che la nostra immagine era rovinata all’estero dalla “Piovra” e da“Gomorra”. Meno male che c’è l’Erasmus. Meno male che ci sono gli studenti.”

Forse non siamo riusciti a raccontare con abbastanza forza come il potere della mafia stia fuori dalla mafia, come la collusione inconsapevole (che sia indifferenza o peggio sublimazione) sia la sponda più difficile da leggere ma comunque fondamentale e come il gioco degli eroismi (anche negativi) abbia forgiato questo continuo senso di delega sul tema che riduce lo scontro universale atlante piccole faccende personali.

Il giorno che finalmente riusciremo a scrivere e sancire il reato di favoreggiamento culturale alla mafia forse ci sentiremo tutti più civili.

riforma sanitaria della Casa Bianca

March 27, 2012

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riforma sanitaria della Casa Bianca

Tre giorni per decidere le sorti della legge più importante dell’intero primo mandato di Barack Obama. Tre giorni per stabilire se una tra le pietre miliari dello stato sociale americano è destinata a sopravvivere. I nove giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti hanno iniziato l’esame della riforma sanitaria che il presidente della Casa Bianca firmò il 23 maggio 2010, e che i repubblicani e le folle dei conservatori americani considerano un attacco alla libertà e ai diritti dei cittadini.

I nemici della legge (il ricorso è stato presentato da 26 Stati americani su 50, dalla “National Federation of Independent Business” e da una miriade di singoli cittadini) sostengono che il Congresso, approvandola, ha ampiamente superato i limiti fissati dalla Costituzione. Sotto attacco, soprattutto, il cosiddetto ‘individual mandate’, e cioè l’obbligo di dotarsi di un’assicurazione sanitaria entro il 2014, pena il pagamento di una multa. Le sedute della Corte, iniziate lunedì mattina, si concluderanno mercoledì.

L’attesa a Washington è stata, in queste settimane, enorme. Non si è mobilitato soltanto il mondo della politica. L’impressione di trovarsi di fronte a una svolta storica ha sollevato l’interesse spasmodico di stampa e pubblico, come in altri momenti decisivi per la storia americana: la sentenza della Corte Suprema che nel 2000 consentì a George W. Bush di conquistare la presidenza degli Stati Uniti; o quella sui nastri del Watergate, nel 1974, che condusse alle dimissioni di Richard Nixon.

Da venerdì scorso decine di persone stazionano davanti alla Corte Suprema, giorno e notte, sotto il sole e la pioggia, per accaparrarsi uno dei 60 biglietti che verranno distribuiti al pubblico per ciascuna delle tre udienze. Alcune società di servizi di Washington hanno anche fornito propri uomini per fare la fila e conquistare un biglietto. Prezzo del servizio: 36 dollari all’ora. Sui tavoli della Corte si sono in queste settimane ammassate migliaia di pagine di argomenti legali che dovrebbero orientare la decisione della Corte. Le posizioni sembrano ormai definite. I contrari alla riforma sosterranno che l’’Obamacare’, obbligando gli americani a dotarsi di un’assicurazione sanitaria, eccede l’autorità di Congresso e governo federale (“il potere di regolamentare il commercio tra gli Stati non comprende il potere di dettare un impegno finanziario a vita come la copertura sanitaria”, dirà Gregory Katsas, avvocato degli anti-riforma).

Il rappresentante del governo, Donald Verrilli, spiegherà invece che ogni americano avrà, prima o poi, bisogno di cure, e che il rifiuto di dotarsi di una polizza sanitaria “impone un peso sproporzionato sull’intero sistema” (gli Stati Uniti spendono ogni anno per la sanità 2600 miliardi di dollari, il 18% del PIL, circa 8mila dollari per ogni uomo, donna o bambino). Oltre i dettagli legali, i tre giorni di discussione sulla riforma sanitaria arrivano in un momento particolarmente delicato per la politica e la società americana. Tutti i candidati repubblicani alla presidenza si sono dichiarati contrari alla riforma di Obama e giurano di volerla cancellare nel caso arrivassero alla Casa Bianca. L’amministrazione, dopo le iniziali titubanze, ha invece decisamente abbracciato la riforma. “La volete chiamare Obamacare? Per me è ok, perché I care”, ha detto il presidente a un evento di raccolta fondi ad Atlanta. Obama e i suoi si sono del resto letti i sondaggi delle ultime settimane, che mostrano un certo recupero di popolarità della riforma tra gli americani (a gennaio il 52% degli intervistati in un sondaggio del Washington Post si dichiarava invece contrario).

La sentenza della Corte, che dovrebbe arrivare entro la fine di giugno, circa quattro mesi prima delle elezioni, promette comunque di rendere ancor più incandescente il clima della campagna presidenziale. La vera grana, a questo punto, sembra però pesare sul lavoro della Corte. I nove giudici, tradizionalmente, non amano legiferare sotto la pressione di politica, opinione pubblica, media. In questo caso, la pubblicità sembra però inevitabile. La Corte si trova anche esposta a possibili critiche e accuse di partigianeria. I giudici – quattro liberal, quattro conservatori, un centrista, nominati negli anni da Ronald Reagan, Bush padre e figlio, Bill Clinton e Obama – sono portatori di opinioni politiche e di visioni ideologiche diverse, che potrebbero emergere con forza in occasione del dibattito sulla riforma, minando credibilità e neutralità della Corte (per questo il presidente della Corte, John G. Roberts, ha nelle scorse ore cercato di rassicurare sul fatto che tutti i giudici sono “profondamente impegnati a tutelare il ruolo di tribunale imparziale governato dalla legge”). Di più. Questa è la prima volta, dai tempi del New Deal e della furiosa battaglia tra Franklin Delano Roosevelt e la Corte Suprema del giudice Hughes, che la stessa Corte si trova a decidere su un pezzo così importante di stato sociale, tale da influenzare le sorti del futuro Welfare americano.

Proprio per cercare di svelenire il clima, e non scontentare nessuno, la Corte potrebbe ricorrere a un espediente. E cioè puntare su un vecchio pezzo di legislazione, l’Anti-Injunction Act del 1867, che vieta di fare ricorso contro una “tax law” prima che questa sia effettivamente entrata in vigore. Poiché le prime “tasse”, o multe, derivanti dal mancato acquisto della polizza sanitaria, saranno raccolte dopo il 2014, il caso potrebbe essere rimandato di almeno due anni. Al momento tutto è comunque aperto e incerto. Ne sanno qualcosa i giornalisti, ammessi in numero limitatissimo e organizzati in “staffette”, che usciranno dall’aula dovesse avvenire qualcosa di clamoroso. Il giudice Roberts ha infatti vietato cellulari e telecamera, ma ha promesso che gli audio e le trascrizioni delle sedute saranno disponibili sul sito della Corte. Un ulteriore riconoscimento dell’importanza che questa sentenza ha per il futuro degli Stati Uniti.

“La Turchia è pronta ad attaccare la Siria”

March 26, 2012

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“La Turchia è pronta ad attaccare la Siria”

I servizi segreti turchi avrebbero scoperto che il regime siriano sta aiutando il Partito dei lavoratori curdi, il Pkk, un tempo guidato da Abdullah Ochalan, a rinforzare la guerriglia contro Ankara, in cambio del suo supporto contro gli insorti. Fonti turche hanno rivelato al quotidiano di Tel Aviv, Haaretz, che la cooperazione tra gli uomini del presidente Bashar Al Assad e i millitanti del Pkk potrebbe indurre la Turchia ad attaccare Damasco dopo la riunione del gruppo “amici della Siria” (la prima si è tenuta in Tunisia 3 settimane fa alla presenza del segretario di Stato americano Hillary Clinton) che si è dato appuntamento a Istanbul il 1 aprile.

La questione curda potrebbe dunque trascinare la Turchia in una guerra con la Siria? I media turchi hanno dato molto rilievo alla dichiarazione del leader de facto del Pkk, Murat Karayilan: “Se la Turchia intervenisse contro il nostro popolo in Kurdistan occidentale (che corrisponde a un’ampia zona del nord- est della Siria), l’area si trasformerà in una zona di guerra”.
Il Kurdistan occidentale è abitato da oltre due milioni di cittadini curdi che sono sempre stati trattati dal regime degli Assad come paria, soprattutto perché di intralcio nelle relazioni con la potente Turchia, in buoni rapporti con Damasco dal 2000 fino agli inizi delle rivolte popolari, un anno fa. Prova provata della ritrovata intesa tra i due Paesi confinanti, fu la mediazione che la Turchia tenne nel 2008 tra Siria e Israele per la restituzione delle alture del Golan. Il negoziato però si impantanò, fallì e a poco a poco le relazioni tra Ankara e Damasco si raffreddarono anche a causa del legame indissolubile e privilegiato tra la Siria e l’Iran, grande sponsor del regime alawita-sciita siriano. La rottura definitiva tra il gigante della mezza luna e la Siria è avvenuta quando il ministro degli esteri turco Davitoglou si vide sbattere la porta in faccia da Assad lo scorso anno, dopo essere andato a più riprese nel Paese per promuovere il dialogo tra regime e insorti.

La Turchia ora accusa Damasco per avere escogitato di usare il Pkk come una fazione armata amica, permettendo ai membri dell’organizzazione curda di muoversi armati e senza vincoli, ovunque sul suo territorio, in modo tale da poter organizzare incursioni oltreconfine bollate da Ankara come atti terroristici. Se la Turchia dovesse stabilire, per varie ragioni, che le attività dei membri del Pkk minacciano la sua sicurezza nazionale, potrebbe invadere la Siria con la giustificazione di voler prevenire il terrorismo, piuttosto che aiutare i ribelli contro la repressione di Assad.

Tale decisione potrebbe segnare il giro di boa, quello che gli insorti aspettano da tempo, cioè un intervento militare straniero.

I due paesi si trovarono già sull’orlo di una crisi militare nel 1998, quando le forze armate turche minacciarono di invadere la Siria, dispiegando decine di carri armati sul confine. Alla luce di questa minaccia, l’allora presidente siriano Hafez Assad (padre di Bashar) decise di troncare i rapporti con il Pkk e bloccò qualsiasi forma di sostegno: soldi, armi e informazioni del potente mukabarrat, il ramificato servizio segreto siriano.
Fin dall’inizio delle rivolte, un anno fa, la Turchia ha creato zone di protezione per i rifugiati siriani lungo il confine con il paese arabo, anche se finora si è astenuta dal farlo dentro il territorio siriano. Ma nelle ultime settimane la Turchia – interessata a imporsi come potenza egemone dell’area, approfittando dell’indebolimento dell’Egitto – potrebbe utilizzare il pretesto della minaccia alla sua sicurezza nazionale, per agire autonomamente. E la libertà di movimento nelle zone a ridosso della Turchia concessa agli uomini del Pkk sta fornendo un’ulteriore motivazione alle forze armate per oltrepassare il confine.

Operazione che non sarebbe stata possibile se il Pkk non avesse approfittato del caos siriano per riprendere la lotta contro Ankara: nelle ultime settimane il livello dello scontro si è impennato e attualmente sono in corso pesanti combattimenti nel Kurdistan turco.
Durante la fase iniziale della rivolta siriana, la zona curda era rimasta neutrale, perché Bashar Assad aveva da poco concesso la cittadinanza a migliaia di curdi siriani, riconoscimento atteso da decenni. Negli ultimi mesi però le cose sono cambiate perché i curdi sono stati esclusi dal Consiglio nazionale siriano, l’ organismo che coagula le forze di opposizione ad Assad e opera fuori dal Paese, da Parigi e Istanbul, dove è stato costituito il suo quartier generale. Nonostante il riconoscimento della cittadinanza e la libertà di movimento, i curdi hanno creato zone di protezione per aiutare gli insorti. Forse perché sperano di ottenere benefici quando Assad capitolerà.

Il fatto che i curdi siriani siano dunque nuovamente su posizioni anti-regime non trattiene la Turchia dal considerare i curdi siriani e Assad complici. Ciò però fa emergere la vera natura delle intenzioni turche: l’invasione della Siria, se mai dovesse avvenire, sarà per assestare un colpo al cuore del movimento curdo siriano, collegato al resto del movimento curdo turco, iraniano e iracheno, attraverso il Pkk. Un fendente possibilmente mortale, nascosto dietro l’uniforme dei liberatori del popolo siriano dalla spietata tirannia di Assad. Del resto con la scusa che i ribelli curdi vengono aiutati dall’Unione democratica, un’organizzazione curda-siriana affiliata al Pkk, la Turchia aveva barattato la costituzione del quartier generale del Consiglio Nazionale siriano nella sua capitale, con l’emarginazione dei curdi siriani dallo stesso Consiglio. Un segnale che non fa ben sperare sulla tenuta del puzzle etnico e confessionale siriano, quando, e se, Assad dovesse essere spodestato. Ma la Turchia vuole davvero una Siria irachenizzata alle sue porte? O la vogliono piuttosto gli altri membri della Nato e le potenze del Golfo – Arabia Saudita e Qatar in testa- in funzione anti russa e iraniana?

March 25, 2012

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il Papa a Cuba

Sta arrivando Benedetto XVI mentre voci difficili da smentire danno in partenza per Roma il cardinale Ortega protagonista nel riavvicinamento tra Chiesa e Raul Castro. In Vaticano lo aspetta la poltrona di prefetto di una commissione pontificia per “rafforzare l’appoggio alle organizzazioni cattoliche cubane”. Speranza bacchettata con durezza da Marco Rubio, senatore della Florida cresciuto alla corte di Jeb Bush, ex govermatore e fratello dell’ex presidente. Rubio è preoccupato per l’atteggiamento politico del cardinale.

“Ha negoziato la collaborazione del governo nell’organizzare la visita di Ratzinger. Come può chiedere alla polizia di buttar fuori dalla chiesa i fedeli che la occupano in preghiera per supplicare un breve incontro col Papa?”. 41 anni, Rubio è “il futuro dei repubblicani”. Bush ha chiesto a Romney di farne il suo vice nella corsa alla Casa Bianca. Intanto, alla vigilia della visita, Raul cambia due ministri e sostituisce il vicepresidente, José Ramon Fernandez, 88 anni, nella leggenda per aver respinto l’invasione della Baia dei Porci. I vecchi se ne vanno, spazio agli intellettuali del dialogo.

Due donne aspettano Benedetto XVI con impegno diverso: in silenzio o parlando. Tace Mariela Castro, figlia di Raul e direttrice del Centro di Educazione Sessuale. Il mese scorso ha guidato il gay pride nelle strade dell’Avana, in prima fila fra i protagonisti che invocano il matrimonio omosessuale. A dire il vero la legge proposta da Mariela non parla di matrimonio: prevede il riconoscimento civile delle unioni con possibilità di adozione. Per rispetto all’ospite dalle idee diverse fa sapere che il silenzio è cominciato 15 giorni prima e finirà 15 giorni dopo la partenza del Papa quando l’Assemblea discuterà e approverà. Mariela racconta di aver evitato l’immagine di figlia di e nipote di. Lo ha ripetuto in Italia, alla Fiera del libro di Bologna dove ha presentato un manuale di consigli per adolescenti, saggio tradotto da Bianca Pitzorno, scrittrice di libri per ragazzi.

L’Italia le piace: ha frequentato l’Università di Parma, siciliano il secondo marito, fotografo incontrato all’Avana. Se la politica non è la vocazione, la formazione scientifica è cresciuta sotto una cupola di privilegio. E non sopporta chi non è d’accordo. Ha licenziato la collaboratrice preferita (Wendy Iriepa, bellissima transessuale) quando ha saputo del suo legame con un dissidente “fastidioso”. La sua storia e la storia sociale della rivoluzione coincidono, ne scioglie le speranze impallidite fra le pieghe degli argomenti che le sono consueti. Invitata a una conferenza ad Amsterdam (lotta all’omofobia e dignità delle donne) dopo aver visitato il quartiere rosso delle ragazze in vetrina, spiega su Twitter la differenza tra le schiave sindacalizzate olandesi e le jineteras che battono sul Malecon. Le prime, vittime di una società disumana; le seconde fanno il mestiere per riparare il bagno che si è rotto, ma appena il bagno funziona tornano alla normalità.

E su Twitter le risponde Yoani Sanchez: mai come in questi giorni parla e scrive. Bloguera tradotta anche in Italia, premiata in ogni paese, rimprovera a Mariela di proporre solo “un dibattito parziale” su omofobia e diritti degli omosessuali “e non discutere dei diritti negati a chi non può uscire dal paese. Racconta di suo figlio che per iscriversi alle superiori deve pronunciarsi sulle scelte ideologiche”. Vecchie polemiche dei soliti guastatori, risponde Mariela “Devi studiare per capire”. E Yoani ribatte duro. “Due principesse che si scontrano comodamente su Twitter”, commenta Zoe Valdes, scrittrice dissidente. All’Avana guardano Yoani con diffidenza scrittori e intellettuali che non vanno d’accordo con Castro ma trovano “che le notizie non pastorizzate della signora mai sfiorano la struttura all’origine dell’infelicità del paese. Cronache minori, superficiali, quasi una modanità alla rovescia: miseria, scioperi della fame da ingigantire, nessuna una critica che vada al cuore del sistema. Radio Marty ripete da 30 anni le stesse cose. Informazioni anonime ormai senza emozioni. L’idea vincente è l’aver dato un volto e un nome a ogni notizia che graffia ma non ferisce”.

La chiamo: sta scappando per raccogliere le voci di chi comincia lo sciopero della fame. “Ci sentiamo alle 8, stasera”. Alle 8 risponde Reinaldo Escobar compagno di Yoani, 60 anni, mulatto. “Sono l’organizzatore degli appuntamenti. Di solito chiediamo 3 giorni di anticipo”. Fissa l’appuntamento nella cafeteria dell’Habana Libre, angolo della vetrata che si affaccia all’incrocio di due strade: più visibili di così, impossibile. Ma il mattino dopo Yoani sta inseguendo un’altra emergenza. Chi le rimprovera protagonismo e superficialità in parte ha ragione, ma resta il sospetto di piccole invidie di dissidenti che sospirano nell’ombra.

Raccontando dello show della parrucca bionda. Con gesto teatrale se la toglie quando le passano il microfono a una conferenza: “Sono Yoani, devo travestirmi così per far sentire la mia voce”, e intanto filma le facce di chi l’ascolta mentre denuncia aggressioni e il pericolo di una vita perseguitata. Una ricercatrice universitaria la incontra a cena nella residenza dell’incaricato d’affari degli Usa, anni di Bush. Michael Pamly è un ambasciatore sottile, pupillo di Condoleeza Rice. La ricercatrice ha l’impressione che Yoani sia di casa. Non solo: ma che gli 007 del regime la lascino andare e venire per capire chi incontra.

A parte premi e celebrazioni, è utile l’informazione che Yoani distribuisce liberamente nel mondo? È utile. La grande cronaca è anche un mosaico di piccole cose. A chi servono e perché, è un’altra storia.

Il Fatto Quotidiano, 24 Marzo 2012

Colpo di stato in Mali.

March 24, 2012

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Colpo di stato in Mali.

Le immagini girate a Bamako nei giardini e nelle stanze della Koulouba, bianca residenza d’epoca coloniale che ospitava fino a ieri mattina il presidente della repubblica Amadou Toumani Touré, rimandano a infinite altre di saccheggio e degrado dopo la cacciata del potente di turno. Poltrone sventrate, confusione di carte sul pavimento, bossoli per terra, soldati armati di tutto punto che si aggirano nei saloni e nei viali del parco.

Saccheggi e vandalismi anche nel quartier generale della tv di stato Ortm, la Borsa del lavoro (sede dei sindacati) incendiata, auto bruciate, alberghi e negozi derubati. Una foto di France Presse immortala un militare mentre carica su un pick up un frigorifero sottratto a una residenza ufficiale.

E’ questa l’immagine simbolo del colpo di stato capeggiato dal capitano Amadou Sango?

La rivolta dei giovani ufficiali pone molti interrogativi sulla direzione che vorrà percorrere nel prossimo futuro.

Una volta catturato il presidente ATT e una manciata di ministri, come si muoveranno i golpisti?

I partiti, che si stavano confrontando per le elezioni del 29 aprile, hanno già preso le distanze.

Sembra mancare una leadership in grado di prendere in mano le sorti del paese che dal 17 gennaio 2012 è coinvolto in una guerra civile fra esercito e guerriglieri del Mnla, Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad. Nelle ultime settimane oltre 200 mila maliani hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, fuggendo nei paesi confinanti dalle tre regioni del Nord rivendicate dal Mnla.

La comprensibile esasperazione dei militari costretti ad affrontare con scarso equipaggiamento i ribelli armati da Gheddafi (molti combattenti del Mnla sono rientrati in Mali dopo la caduta del regime libico) ha dato il via al golpe nella caserma di Kati. Nel primo comunicato i militari chiedono mezzi adeguati per difendere l’unità nazionale. Dove sono finiti gli aiuti che dal 2008 gli Stati Uniti non hanno lesinato all’esercito maliano per combattere Aqmi nelle immensità desertiche del nord?

Oltre vent’anni fa, nel marzo del 1991, la rivolta degli studenti pose fine al ventennio di dittatura di Moussa Traoré. L’esercito, capeggiato dal generale Amadou Toumani Touré, assunse il controllo della situazione, venne creato un governo di transizione che condusse alle elezioni democratiche del 1992. ATT lasciò il potere a Oumar Konaré, fu eletto poi presidente nel 2002 e nel 2007; nel rispetto della costituzione non si è candidato nel 2012. L’alba del 22 marzo ha finito la sua carriera destituito dai militari.

Foto Lapresse

March 23, 2012

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La cultura è razzista?

La strage di Tolosa, nella quale sono stati trucidati un rabbino e tre alunni di una scuola ebraica, sembra essere l’opera di un pazzo isolato, e quindi sembra rappresentare l’avverarsi di un rischio inevitabile ma tutto sommato limitato. Però anche il pazzo matura il suo convincimento all’interno di problematiche sociali irrisolte: il razzismo, l’antisemitismo, la mancata integrazione multiculturale; e su queste è bene interrogarsi.

Io credo che il razzismo e le conseguenti difficoltà del multiculturalismo abbiano un nocciolo duro, di difficile soluzione: tutte le culture, inclusa la nostra, sono in fondo razziste e discriminatorie. Se intendiamo per cultura l’insieme delle tradizioni, idee e valori di un popolo, è inevitabile riconoscere che tutte le culture, inclusa la nostra, sono tradizionalmente razziste, sessiste e classiste non per caso ma programmaticamente, per necessità e per intenzione. Se ne è accorta, ingenuamente, l’associazione Gherush92 che ha recentemente dichiarato razzista e sessista la Divina Commedia perchè contiene brani discriminatori; ed è ovvio perché è il prodotto, artisticamente sublime, di una cultura che era effettivamente discriminatoria. E’ facilissimo trovare altri esempi di discriminazione nella Bibbia (è piena), nel Vangelo (ad es. in Marco 7, 24-30), nelle caste Indù, etc.

Ogni cultura deve assolvere anche la funzione sociale e morale di indicare ciò che la società considera bene o male e deve stigmatizzare il crimine e approvare il comportamento virtuoso: deve discriminare. Una cultura non razzista discrimina sulla base di comportamenti messi in atto dal singolo, mentre una cultura razzista discrimina su una base etnica, reale o presunta; ma tutte le culture discriminano in accordo con i propri valori. Tutte le culture discriminano i criminali e questo è necessario, ma poi alcune considerano un crimine l’omosessualità; molte culture e molte religioni discriminano le donne, etc.

Finché una cultura rimane isolata e circoscritta ad un gruppo umano limitato e omogeneo gli aspetti odiosi e discriminatori passano inosservati: in alcune culture la circoncisione femminile o la lapidazione dell’adultera “vanno bene” alla maggioranza (è difficile credere che vadano bene anche alle adultere colte sul fatto). Quando, per effetto delle migrazioni, due o più gruppi portatori di culture diverse si mescolano, ciascun gruppo considera raccapriccianti almeno alcune usanze degli altri. Molti di noi, ad esempio, considerano accettabile la circoncisione maschile e inaccettabile quella femminile, a prescindere dal fatto che in alcune culture è mutilante ed in altre invece no. Per poter fare una vera integrazione multiculturale dovremmo essere in grado di formulare ed accettare un codice etico comune che protegga l’individuo, anche a costo di vietare alcune pratiche culturalmente approvate: dovremmo cioè avere una regola per decidere quali aspetti di ciascuna cultura siano accettabili e quali no.

Non solo non abbiamo questo codice etico supremo, ma, se lo avessimo, non mancherebbe di sembrare razzista e discriminatorio a chi si trovasse ad essere impedito di mettere in atto pratiche che considera parte di tradizioni accettate: se una società vietasse la circoncisione dei bambini di qualunque sesso sarebbe certamente accusata di razzismo dalle persone di religione ebraica e da molte persone di religione islamica.

Essere razzisti è facilissimo: appartiene alla cultura di ciascuno; essere antirazzisti è difficile: richiede di inventare una soluzione filosofica che nessuno ha ancora trovato.

March 19, 2012

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Il futuro della Cina

Siamo così concentrati sui nostri problemi che non ci accorgiamo, a volte, che anche in altre aree del mondo sarebbe necessaria una stagione riformatrice.

Si è tenuta a Shanghai, a inizio marzo, una conferenza organizzata dalla Banca Mondiale nella quale è stato presentato e discusso il rapporto Cina 2030 sulle prospettive a medio termine dell’economia cinese.

La domanda centrale era: riuscirà la Cina a diventare un paese ad alto reddito nell’arco dei prossimi due decenni?

Il Rapporto prevede che nella seconda metà di questo decennio la crescita dell’economia cinese rallenti verso il 7 per cento annuo (dall’8,5 attuale) per poi  scendere al 5 per cento dal 2026-2030. Questo rallentamento, in linea con le stime del DRC (Development Research Centre, un centro studi del governo cinese), dovrebbe consentire alla Cina di diventare la prima economia mondiale e un paese ad alto reddito, secondo la definizione del DRC, vale a dire un paese con un reddito procapite paria 16.000 dollari USA (molto basso se confrontato con i 34.000 dollari USA del reddito procapite italiano nel 2010).

Ma per poter raggiungere questo obiettivo la Cina dovrebbe realizzare una lunga lista di riforme strutturali, si argomenta nel Rapporto della Banca Mondiale. Lo stato cinese dovrebbe ridurre i controlli sui mercati dei capitali (i tassi di interesse in Cina sono infatti fissati per decreto e non sulla base dell’agire dei mercati); il mercato del lavoro è sottoposto a forti regolamentazioni, soprattutto di limitazione della mobilità dalle campagne; la terra è soggetta a vincoli ed espropriazioni statali. I settori industriali inoltre sono dominati da imprese statali. Va inoltre riequilibrato il rapporto tra investimenti e consumi. Al momento i governi locali cinesi cercano di incoraggiare gli investimenti di produttori stranieri e di imprese statali offrendo terra a basso costo (spesso espropriata ai contadini), tasse locali molto ridotte e energia elettrica sotto costo. La crescita cinese ha finito per essere quasi interamente trascinata dagli investimenti con un elevato costo in termini ambientali. L’inquinamento, l’avvelenamento delle falde acquifere, la distruzione delle risorse naturali in Cina ha pochi eguali nel mondo. Una riforma fiscale e programmi di risanamento ambientale sono tra le priorità del Rapporto.

Il forte squilibrio verso l’accumulazione di capitale lascia al lavoro una fetta di reddito nazionale esigua e questo genera una forte disuguaglianza. I bassi salari e l’assenza di un sistema pensionistico e di welfare fanno si che la domanda interna sia molto compressa. La Cina esporta massicciamente e i cinesi però non si arricchiscono, in media, come potrebbero. Questo fa sì che la domanda che la Cina esercita verso il resto del mondo è molto ridotta in rapporto al suo peso mondiale.

La Cina accumula giganteschi surplus di bilancia commerciale che però mettono a rischio le relazioni con gli altri paesi (USA e UE innanzitutto).

La domanda allora è: ce la farà la futura classe dirigente cinese a mettere in pratica questa agenda riformista? E se fallisse?

March 11, 2012

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due marò

Ancora un passo e siamo al “Sakineh, subito libera!”. Per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i fucilieri di Marina in stato di arresto in India, tutta la destra ma anche parte della sinistra si sono mobilitate al grido di “Riportiamoli subito a casa”, “Salviamo i nostri marò”, “Siamo tutti con voi”. L’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, quasi in lacrime ha dichiarato: “I nostri ragazzi devono tornare in Italia ed essere restituiti alle loro famiglie”. Si è invocato l’intervento della Nato e dell’Unione europea. Il Giornale ha scritto: “La parte sana del Paese difende i suoi soldati” e vedendo una parte della sinistra un po’ tiepida ha sottolineato, in polemica col sindaco di Milano Pisapia, che a Giuliana Sgrena e alle ‘due Simone’ “nessuna istituzione ha mai negato solidarietà e partecipazione durante i difficili momenti della prigionia”.

Non ho alcuna simpatia per le Sgrene e le Simone, ‘vispe terese’ del turismo di guerra, ma a parte che una cosa è un sequestro altra un arresto ordinato dalla magistratura di uno Stato, qui c’è il piccolo particolare che Girone e Latorre sono accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiandoli per pirati somali. All’inizio i due fucilieri si sono difesi dichiarando: “Abbiamo sparato in aria e poi in acqua, contro un’imbarcazione con cinque uomini armati”. Tesi incautamente fatta subito propria dal nostro governo (sia mai che dei ‘bravi ragazzi’ italiani sparino per uccidere, sia pur dei presunti pirati) che in seguito ha più prudentemente ripiegato sulla questione della giurisdizione: la nave da cui i due avrebbero sparato è italiana, i due sono italiani, l’incidente è avvenuto in acque internazionali, quindi la giurisdizione appartiene alla magistratura italiana. Non c’è dubbio che se l’incidente fosse avvenuto a bordo della Enrica Lexie, che è territorio italiano, così sarebbe. Ma la cosa è avvenuta a trecento metri dalla nave e quindi in ‘territorio’ internazionale e perciò neutro.

A chi spetta in questo caso la giurisdizione, al Paese dei presunti assassini o a quello delle vittime? Come scrivevo sul Fatto (22/2) all’indomani di questo tragico episodio: “Se due pescatori di Mazara del Vallo di un peschereccio che naviga al largo delle coste siciliane, sia pur in acque internazionali fossero uccisi da militari indiani imbarcati su un mercantile indiano, qualcuno dubiterebbe, qui da noi, che la competenza spetta al Paese delle vittime?”. È quel che pensano, nel caso dell’Enrica Lexie, gli indiani. A ragione. Smettiamola quindi di fare i gradassi con quell’atteggiamento neocoloniale che abbiamo assunto da qualche tempo a imitazione degli angloamericani dal ‘grilletto facile’ che han la pretesa, che anche noi adesso avanziamo, dell’immunità. Se i due fucilieri hanno sbagliato devono risponderne. Un processo in Italia, lo capisce chiunque, anche un indiano, sarebbe una farsa, i due marò sarebbero accolti come eroi e finirebbero in breve all”Isola dei famosi’.

Troppo facilmente ci si dimentica che, pur se a migliaia di chilometri, qui ci sono due morti, anche se non se ne fanno mai i nomi come se fossero delle comparse irrilevanti in questa brutta faccenda. Si chiamavano Ajesh Binki e Valentine Jelastine e avevano anch’essi, caro La Russa e cari italiani, delle famiglie e degli affetti. Come Franco Lamolinara, ucciso in Nigeria in seguito a uno sconsiderato blitz degli inglesi, per la cui morte giustamente ci indignammo. Come gli indiani si indignano per le loro.

Il Fatto Quotidiano, 10 Marzo 2012

Crisi umanitaria in Yemen

Proteste contro Ali Abdullah Saleh

Non basta la difficile transizione dopo trentatré anni di regime del presidente Ali Abdullah Saleh e nemmeno gli attacchi di Al Qaeda nella Penisola arabica. Ai guai dello Yemen, il più povero dei paesi arabi, si aggiunge ora anche una possibile crisi umanitaria.

A lanciare l’allarme è stato l’inviato speciale dell’Onu Jamal Benomar, che ha riferito al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la sua valutazione sulla situazione nel paese. Benomar ha detto che ci sono almeno tre milioni di persone che hanno bisogno urgente di aiuti umanitari, mentre oltre sei milioni e mezzo di persone hanno lasciato le proprie case e in alcuni casi il paese durante gli ultimi mesi di altissima tensione politica e per sfuggire ai combattimenti tra l’esercito regolare e le formazioni ribelli. Tra loro anche le milizie legate ad Al Qaeda che nei giorni scorsi hanno lanciato un’offensiva nella regione meridionale di Abyan. “C’è una imminente crisi umanitaria nel paese”, ha detto  Benomar al Consiglio di sicurezza, dove ha spiegato che dei 446 milioni di dollari che l’Onu aveva chiesto per aiutare lo Yemen, ne sono arrivati appena il 15 per cento.

Secondo Benomar, la lunga agonia del regime di Saleh, “ha creato un collasso dell’autorità in diverse zone del paese”. Un crollo da cui ha tratto vantaggio Al Qaeda, la cui presenza «è una sfida per il prossimo futuro». La transizione in Yemen, dopo quasi un anno di proteste sociali culminate con il passaggio di poteri tra il presidente Saleh e il suo vice Hadi, prevede che si apra adesso un periodo di dialogo nazionale che dovrebbe portare entro due anni a nuove istituzioni democratiche e libere elezioni. Su questo già difficile percorso, però, c’è l’ombra della presenza delle milizie jihadiste che nei giorni scorsi hanno colpito duramente vicino la città di Zinjian.

I miliziani, secondo l’agenzia di stampa Reuters, chiedono al governo di liberare i “prigionieri detenuti nelle carceri nazionali e della sicurezza” e in cambio promettono di liberare i 73 soldati catturati nei combattimenti dei giorni scorsi, che altrimenti saranno uccisi. In un’altra città della stessa provincia, Jaar, intanto, i miliziani hanno consentito a un team della Croce rossa internazionale di portare soccorso a una dozzina di soldati feriti, tenuti in un ospedale improvvisato all’interno di una scuola.

La provincia di Abyan, nel sud del paese, con lo sbocco al mare sul golfo di Aden e su una delle principali rotte petrolifere mondiali, è il centro dello scontro tra governo e ribelli jihadisti, nonché la più immediata fonte di preoccupazione sia per il Pentagono che per la vicina Arabia saudita, che teme l’espandersi dell’insurrezione armata anche nel suo territorio. Tuttavia, a quei governi che se ne fossero dimenticati, il resoconto di Benomar ricorda che lo Yemen ha anche altri problemi, di cui la presenza islamista radicata da molti anni è in parte una conseguenza. L’Onu aveva già richiamato l’attenzione internazionale sulla “perdita di controllo” in diverse zone del paese già in un primo rapporto, datato settembre 2011. Tanto durante i mesi di proteste contro Saleh, che adesso, nelle prime settimane di transizione, la risposta del governo è però stata puramente militare, con la conseguenza che decine di migliaia di persone sono scappate dalle zone dei combattimenti. Una ulteriore complicazione per un paese dove già più del 40 per cento della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e dove, secondo l’ong internazionale Oxfam, 7,5 milioni di persone, un terzo della popolazione, si trovano in una situazione di sottoalimentazione o denutrizione.

Una serie di donatori internazionali, tra cui la Banca mondiale che a metà dello scorso anno aveva sospeso un trasferimento per oltre 500 milioni di dollari, dovrebbe riprendere le proprie attività nel paese e l’assistenza finanziaria allo stato proprio in questa fase di transizione, che rischia però di diventare molto più lunga e tormentata se l’escalation militare delle ultime settimane non viene in qualche modo arrestata. La “qualità” della minaccia, su un paese così fragile, è stata testimoniata, prima dell’offensiva di Abyan, dall’autobomba esplosa il 25 febbraio a Mukalla, nel sud del paese, davanti a uno dei palazzi presidenziali. Nell’attentato, rivendicato da Al Qaeda, sono morti 25 soldati della Guardia repubblicana. Appena poche ore prima, nella capitale Sana’a, il presidente Abd-Rabbu Mansur Hadi, aveva giurato quale nuovo capo dello stato.

di Joseph Zarlingo

 il governo Cameron taglia

March 7, 2012

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il governo Cameron taglia

Polizia inglese durante le proteste di OccupyLondon

La privatizzazione come risposta ai tagli del governo Cameron. Anche della polizia. Nel Regno Unito parte il più ricco bando finora messo in piedi per delegare a imprese private della sicurezza funzioni che fino a ieri erano nelle mani delle forze dell’ordine.

In Gran Bretagna già esistono precedenti di potere poliziesco passato dal pubblico alle aziende sul libero mercato. Ma ora le polizie del West Midlands e del Surrey mettono a disposizione contratti per ben un miliardo e mezzo di sterline, che potranno salire fino a 3,5 miliardi nel caso di successo del bando. E ora i due corpi chiamano a raccolta grandi aziende della security come, ad esempio, G4S. Già balzata agli onori delle cronache qualche mese fa per un contratto di 200 milioni di sterline con la polizia del Lincolnshire, la compagnia ha potuto persino costruire e gestire per la prima volta un’intera stazione di polizia.

Intanto, il ministro dell’Interno Theresa May, grande fautrice della privatizzazione, ha tagliato del 20 per cento i fondi destinati alle varie forze. Le aziende private – ed è quello che fa inorridire i sindacati – potranno fare un po’ di tutto: dal pattugliamento alle investigazioni sui crimini, fino a tenere in custodia le persone sospette. In pratica, fino a degli arresti veri e propri. Potranno poi aiutare testimoni e vittime di reati e gestire anche gli aspetti più burocratici, come prendersi cura della flotta di veicoli, portare avanti le pratiche legali, gestire il personale e i turni di lavoro. Nella pratica una vera e propria rivoluzione, visto che è dai tempi della Thatcher che si parla di privatizzazione delle forze dell’ordine. Il ministro May parla apertamente di “business partnership” e si augura che, nel caso di West Midlands e Surrey, parta entro questa primavera.

Il prossimo 14 marzo si terrà una riunione con tutte le aziende interessate. E c’è da giurare che l’asta non andrà deserta. Nel caso del Lincolnshire, ben dodici aziende risposero all’appello e parteciparono al bando. Che, come tutti i bandi, giocherà al ribasso. Intervistato dal Guardian, Ben Priestley, che lavora come civile nella polizia ed è sindacalista dell’Unison, il principale sindacato del pubblico impiego, ha detto: «Privatizzare la polizia è un esperimento pericoloso, sia per la sicurezza delle comunità locali sia per le tasche dei contribuenti. Stiamo cercando di far capire alle autorità che quella del settore privato è una trappola e non può essere una risposta ai tagli della coalizione. Pensiamo al caso di un grave incidente: nessuna azienda privata sarà in grado di intervenire come una forza di polizia. Così la sicurezza sarà compromessa».

Insomma, pare che, finora, gli unici a vincere siano gli imprenditori privati. Come l’azienda informatica Steria, che ha un contratto di dieci anni con la polizia di Cleveland, per gestire il front desk e le reti, le finanze e l’addestramento del corpo. Le polizie dell’Avon e del Somerset, invece, hanno un contratto con IBM, mentre la polizia del Cheshire ne ha uno con Capgemini, che gestisce la flotta dei veicoli e i servizi ai poliziotti. Ma, temono in molti, sarà proprio questo ultimo bando da un miliardo e mezzo di sterline a spianare la strada per una sempre più forte privatizzazione della polizia del Regno Unito, dove i precedenti diventano sempre “legge”. A resistere, finora, la Metropolitan Police di Londra. Nella capitale, i problemi di sicurezza sono ancora troppi per essere delegati ad aziende private, se è vero che, come ha scritto non molti giorni fa il New York Times, Londra rischia di diventare, per la forza del crimine, “la nuova Los Angeles europea”.

March 6, 2012

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Russia, il leader dell’opposizione

Il blogger Alexey Navalny, leader della nuova opposizione russa è stato arrestato durante le manifestazioni di protesta per la rielezione di Vladimir Putin. Una vittoria su cui, da subito, ci sono state forti accuse di brogli da parte dell’Osce e di Golos. Per questo migliaia di persone sono scese per le strade di Mosca. Ieri sera, dopo gli scrutini, Navalny era apparso tranquillo. “Il mondo non finisce certo oggi. Anzi, da domani scriveremo una nuova pagina di storia”. Dal suo quartier generale in zona Bolshoi, il dissidente aveva invitato la gente a protestare “ma senza violenza”. “Sarà una manifestazione pacifica -aveva precisato- . Ma se la folla andrà al Cremlino la seguiremo”. Al suo fianco c’erano anche Ksenia Sobchak, personaggio simbolo delle proteste anti-Putin, ribattezzata la Paris Hilton russa, e il campione di scacchi Garry Kasparov, da anni impegnato in una forte opposizione al Cremlino.

Oggi la piazza è esplosa all’arrivo di questo 35enne avvocato, prima, e blogger, poi, che è diventato il candidato in pectore dell’opposizione dopo i brogli delle elezioni legislative di dicembre e grazie alla sua attività di denuncia di legami illeciti tra le aziende russe e il governo. “Il potere è nostro”, ha detto davanti a migliaia di persone. “Da domani la propaganda la faremo noi. In sei mesi dimostreremo al mondo intero che il presidente è un ladro”. I sostenitori hanno risposto scandendo lo slogan “Russia senza putin”. Navalny e i compagni di protesta non hanno voluto lasciare piazza Pushkin, ma la polizia ha risposto con la forza. Oltre ad Alexey sono stati arrestati anche altri volti noti come Sergei Udaltsov, del Fronte di sinistra, Eduard Limonov, scrittore nazional-bolscevico, Ilya Yashin, leader di Solidarnost, Evghenia Cirikova, capo del movimento ambientalista della foresta di Khimki e alcune rappresentanti delle Pussy Riots, un gruppo di dissidenti al femminile.

Navalny, consacrato da internet e dai social network, ha continuato a twittare “salutando tutti” anche dal cellulare della polizia e precisando di essere stato prima in compagnia di altri attivisti e poi trasferito in un auto da solo. Secondo le ultime notizie non verrà arrestato, ma solo multato e rilasciato. Degli altri 250 fermati, e portati in una stazione di polizia non identificata, non si sa nulla. Proprio ieri, al termine della maratona elettorale Denis Bilunov, altro esponente di Solidarnost e braccio destro di Kasparov, diceva: “Nelle proteste dopo il voto ci sarà tensione, ma non violenza. Almeno speriamo che sia così. Per ora non abbiamo bisogno di proteste radicali. Il momento giusto per una vera rivoluzione deve ancora arrivare”.

De falco ed il capitano Schettino

De Falco: «Sono De Falco da Livorno, parlo con il comandante?
Schettino: «Sì, buonasera comandante De Falco»
De Falco: «Mi dica il suo nome per favore»
Schettino: «Sono il comandante Schettino, comandante»
De Falco: «Schettino? Ascolti Schettino. Ci sono persone intrappolate a bordo. Adesso lei va con la sua scialuppa sotto la prua della nave lato dritto. C’è una biscaggina. Lei sale su quella biscaggina e va a bordo della nave. Va a bordo e mi riporta quante persone ci sono. Le è chiaro? Io sto registrando questa comunicazione comandante Schettino…».
Schettino: «Comandante le dico una cosa…»
De Falco: «Parli a voce alta. Metta la mano davanti al microfono e parli a voce più alta, chiaro?».
Schettino: «In questo momento la nave è inclinata…».
De Falco: «Ho capito. Ascolti: c’è gente che sta scendendo dalla biscaggina di prua. Lei quella biscaggina la percorre in senso inverso, sale sulla nave e mi dice quante persone e che cosa hanno a bordo. Chiaro? Mi dice se ci sono bambini, donne o persone bisognose di assistenza. E mi dice il numero di ciascuna di queste categorie. E’ chiaro?
Guardi Schettino che lei si è salvato forse dal mare ma io la porto… veramente molto male… le faccio passare un’anima di guai. Vada a bordo, cazzo!»
Schettino: «Comandante, per cortesia…»
De Falco: «No, per cortesia… lei adesso prende e va a bordo. Mi assicuri che sta andando a bordo…».
Schettino: «Io sto andando qua con la lancia dei soccorsi, sono sotto qua, non sto andando da nessuna parte, sono qua…»
De Falco: «Che sta facendo comandante?»
Schettino: «Sto qua per coordinare i soccorsi…»
De Falco: «Che sta coordinando lì? Vada a bordo. Coordini i soccorsi da bordo. Lei si rifiuta?
Schettino: «No no non mi sto rifiutando».
De Falco: «Lei si sta rifiutando di andare a bordo comandante?? Mi dica il motivo per cui non ci va?»
Schettino: «Non ci sto andando perché ci sta l’altra lancia che si è fermata…».
De Falco: «Lei vada a bordo, è un ordine. Lei non deve fare altr

Mario L. 17.01.12 14:56|

January 21, 2012

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la sicurezza sulle navi da crociera

Tutti continuano a dire che i giubbotti di salvataggio erano insufficianti, ebbene non è vero… i giubbotti sono molti di più dei passeggeri, bisogna però prenderli dagli armadietti predisposti (mi riferisco a quelli sper e cioè a quelli di riserva). Ogni cabina è attrezzata con un numero di giubbotti salvagenti per ogni persona. Certamente, se i passeggeri anzichè ascoltare e criticare gli annunci avessero prestato attenzione, avrebbero avuto tutto il tempo per procurarseli anche dalle loro cabine. Per quanto riguarda le scialuppe di salvataggio, anche li si parla a vanvera. Ci sono scialuppe in numero adeguato per tutti, basta riempirle e non partire con metà carico. Probabilmente, essendo la nave inclinata su un fianco, alcune (a me risultano soltanto 2) potrebbero essere andate perse. Comunque sia… ci sono anche le zattere di salvataggio in numero più che sufficiente per tutti (forse più scomode, senza il cameriere personale che porta il te caldo ai passeggeri “VIP” mentre si sta naufragando, ma utili a salvare la pelle. Pelle che, qualsiasi cosa si voglia dire, è stata salvata quasi da tutti. Purtroppo al momento, 6 vittime sono molte, ma senza l’equipaggio (che secondo i sopravvissuti era impreparato) sarebbero state molte di più. Chi vi scrive è un ex membro di Costa Crociere ed un attuale membro di MSC. Le normative sono uguali per tutti e tutti ci adoperiamo per gli altri (senza essere rispettati, spesso derisi e minacciati e spesso LICENZIATI su segnalazione dei passeggeri bravi solo a lamentarsi per mancanza del te caldo durante il naufragio).
Perchè nessuno pubblica i post dei membri del crew? perchè nessuno manda in onde le interviste ai membri dell’equipaggio a bordo, ai sopravvissuti, perchè nessuno ha tranquillizzato le famiglie del crew tramite tv? Siamo persone anche noi e non “bestie da macello”.

January 21, 2012

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i tassisti

sono la mamma di un ragazzo di 25 anni che fa il tassista a Milano.
Chissà la maggior parte delle persone che leggono diranno che sono la solita buonista, che non capisco niente, che difendo le castine ecc ecc.

Come di recente detto anche da te noi italiani siamo un paese che crede agli asini che volano e questo governo che rappresenta le banche e le grandi corporations ci sta mettendo tutti uno contro l’altro.
La questione delle liberalizzazioni è fumo negli occhi, non è così che si creeranno maggiori posti di lavoro e non è così che si affronta la vera questioni delle liberalizzazioni. Perchè non liberalizzano sul serio la telefonia, i grandi apparati che detengono il monopolio in italia ?
Io vorrei solo far capire agli italiani quanto sia ipocrita questo governo che rappresenta le banche e i poteri forti di questo paese.

January 21, 2012

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il governo di Monti e dei banchieri

Se questo governo dei banchieri arriva al punto di calpestare la volontà popolare e si azzardasse a non tener conto del referendun, la popolazione è autorizzato alla rivolta. Cavolo! Viviamo nella civile Europa e non possiamo permettere di venire trattati da esseri primitivi. L’acqua come l’aria è parte del pianeta e NESSUNO ha il diritto di appropriarsene. Il popolo Boliviano, con una storia diversa dalla nostra ma altrettanto antica, ha spezzato le braccia a chi si era permesso di privatizzarla, sono stati capaci in tre settimane di cacciare a calci quattro governanti e mandare a farsi fottere le multinazionali. Ci sentiamo inferiori ai Boliviani? Un governo che arriva a privatizzare un bene non suo è un governo da prendere a calci.
Se la popolazione anche dinanzi a violenze di questa portata continua a piegare la schiena, non merita far parte degli uomini ma a appartiene ancora a quella delle scimmie.
Una popolazione deve pretenderlo il rispetto non aspettare che glielo concedano come una grazia. Chi governa un popolo deve piegarsi al popolo e non il contrario. Dobbiamo imparare che un governo DEVE essere al servizio del paese non diventarne il padrone. Dobbiamo imparare a farci valere, a ridimensionare l’arroganza di chi finora si è sentito padrone. E se non si riesce con le buone si rende necessario il forcone.
Il forcone sta diventando un simbolo, mostriamolo a chi non vuol capire che il potere è nelle mani di chi lo impugna!

January 6, 2012

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troppe tasse

.Cosa seguitia a lamentarci se poi pagiamo tutto ici ,imu e qualsiasi altra tassa che ci propongono vogliamo essere tartassati della mattina alla sera vogliamo essere governate come dei polli in batteria. E poi ci lamentiamo delle decisioni che prendono questi farabutti . Dobbiamo smettere di pagare tutto , luce, acqua,gas e quanto altro ci vie imposto per garantire il benessere a chi va alle Maldive ? BASTA LEVIAMO TUTTI I SOLDI DALLE BANCHE , si autofinaziano al 1% e rivendono al 6/7 volte di più ma siamo scemi ? Se vogliamo a continuare ad esserlo moriamo ma non lamentiamoci più MORIAMO E BASTA mi mettono le tasse mi mandano EQUITALIA (poverini loro fanno il loro dovere)e che mi mandino anche Dio in persona ma io non gli dò più niente che li vadano a prendere a Cortina o alle Maldive da me non ne avranno più tanto morire per morire da me li prederanno solo con la forza io non mi ammazzo mi dovranno ammazzare se ci riescono li aspetto . Siamo noi che avvaloriamo gli stronzi lavorando come dei negri (senza nulla togliere a loro) e poi per avere in cambio cosa solo la merda , perchè poi quando non gli servi più ti levano il lavoro e il resto . BASTA DI FARE I SUDDITI CHE SELO PAGHINO LORO TUTTA LA MERDA CHE HANNO FATTO FERMIAMICI UNA SETTIMANA INTERA E POI VEDIAMO NOI POTREMMO ANCHE MORIRE MA LE MERDE NON SE LA CAVANO seguitiamo ad andare ad elemosinare alle banche che ci hanno venduto la merda seguitiamo a salvare gli evasori seguitiamo ad esportare la guerra per la democrazia , la guerra investirà anche noi i poteri si sono già messi in salvo e noi moriremmo ugualmente per loro che ci irrideranno guardiamoli in faccia una volta per tutte e scendiamo in piazzia e mandiamoli in carcere a lavorare come facciamo noi . Per buona pace anche delle chiese o religioni BASTARDE ANCHE LORO CON LE LORO MENZOGNIE TUTTE!!!!! UNIAMOCI O STIAMO VITTI UNA VOLTA PER TUTTE E MORIAMO PER LORO CHE RIDONO DELLA NOSTRA STUPIDITA’

January 6, 2012

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Fisco a Cortina

Non ci combina nulla con l’articolo,però mi preme sottolineare l’assurdità di un evento di questi giorni…mi riferisco alla “settimana bianca” degli agenti del Fisco a Cortina..!
Avrete visto tutti il servizio mandato in onda dai media di regime!..e mi sono chiesto..cazzo, ma c’era proprio bisogno di andare fino a Cortina per prendere i numeri di targa delle supermacchine?…e poi dopo anni e anni, si svegliano ora?…ora da che mondo è mondo la Finanza ha i propri terminali,(presumo collegati con altre amministrazioni dello stato)ma un bastava un semplice sowfter che selezionasse dagli archivi della motorizzazione auto di lusso?….ma ci prendano proprio per cretini!!!
Il bello è che probabilmente queste auto sono intestate a aziende o imprenditori, i quali possono tranquillamente portarle in detrazione nel bilancio…!e allora?infatti se avete sentito i giornalisti parlavano di persone che dichiarano 20-30 mila euro..(grazie al cazzo se li permetti di portare in detrazione le spese di leasing).
Questo è come la presa per il culo della tassa sulle barche superiori a 10 mt….ma perchè una barca fino a 10 mt è da morti di fame?..Beppe te lo sai vero quanto costa motorizzare un motoscafo di 7-10mt…!ci vogliono almeno 150-200 cavalli…motori che consumano 50-60 lt/h di carburante!…perchè non controlare anche i camper..eppure costano 50-60mila euro…e anche più!…no bisognava fare il teatrino…da repubblica di bananne!
Probabilmente quest’estate dovremo tenere la dichiarazione dei redditi sotto l’ombrellone!…

42 super sportive e redditi inferiori ai 900 euro al mese
Ben 251 supercar di lusso o di grossa cilindrata, fra cui Ferrari Scaglietti, Ferrari 599 e Porsche Panamera Turbo sono state controllate dalle Fiamme Gialle. Fra le 133 intestate a persone fisiche ben 42 risultavano appartenenti a individui dal reddito dichiarato inferiore ai 30.000 euro lordi all’anno, con cui appare francamente impossibile togliersi lo sfizio di auto dal costo superiore ai 100.000 euro, per non parlare poi dei costi di mantenimento. Quasi il 40% in sostanza dichiarava al fisco cifre irrisorie rispetto ai reali guadagni.

Quello che è emerso dal blitz è che Cortina sembra proprio popolata dai furbi, quei furbi che si nascondono al fisco è che negli anni in Italia hanno spinto il fisco ad accanirsi sugli altri, quelli che le tasse le pagano

Tra le lamentele non mancano poi quelle dei vip e dei politici, come quella di Daniela Santanchè che dice: “trovo sbagliato colpire la ricchezza”.

Forse ha ragione lei, sarebbe più opportuno continuare a colpire la povertà.

(non fanno che parlare di lotta all’evasione, ma questo semplicissimo incrocio tra dati della motorizzazione sulle auto di lusso e reddito dichiarato non è capace di farlo nessuno?)

June 11, 2011

Posted by: Travel To Dentist

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alternative Turismo dentale

Dappertutto sentiamo del turismo dentale in Croazia. Su tantissimi siti ci sono tanti annunci con il tema: turismo dentale Croazia, cure dentali Croazia, dentista Croazia ecc.

Ma perché il turismo dentale in Croazia è sopratutto per gli italiani?

Anche se Croazia è un paese vicino all’Italia lei non fa ancora parte all’Unione Europeea e i prezzi per trattamenti dentali sono più bassi rispetto Italia, perché la manodopera è più economica, i prezzi per affitto dello studio sono bassi e altri servizi quali in Italia hanno prezzi pazzeschi.
Dunque i dentisti croati, hanno capito che possono guadagnare più soldi attraendo clienti dal paese vicino, cioè dall’Italia attraverso turismo dentale in Croazia.
Dappertutto sull’internet incontriamo vari cliniche dentali e agenzie turistiche quali propongono turismo dentale in Croazia ,,a prezzo conveniente” per i pacienti italiani.
Sicuramente, se in Italia un impianto dentale varia tra 1000-1200 euro, mentre in Croazia un impianto dentale (con moncone) vale cira 500 euro con stessi materiali, stessa qualità, e chiaro che è meglio di fare un turismo dentale in Croazia che restare in Italia per il trattamento.

Croazia è l’unico paese per turismo dentale o esistono altre alternative?
Quasi ogni paese quale circonde Italia, cioè Ungheria, Croazia, Albania, Serbia offrono servizi del turismo dentale.
Oltre a questi, sono altri paesi un po’ più lontani dall’Italia, quali offrono turismo dentale a miglior prezzo, per esempio Moldavia.
In Moldavia un impianto dentale in titanio (incluso il moncone) viene 315 euro!!! Qui le spese per il mantenimento della clinica e la manodopera sono più bassi che in Croazia o altri paesi, ecco perché il trattamento odontoiatrico in Moldavia è a miglior prezzo.

E meglio fare un turismo dentale in Croazia o in Moldavia?

Decidi da solo. Prova di confrontare listino prezzi trattamento dentale in Moldavia,
poi confronta questi prezzi con trattamento dentale prezzi Croazia.
Anche se Moldavia è più lontana dall’Italia (rispetto Croazia), questo non deve essere un problema perché se si prende l’aereo, fra due ore Lei sarà in Chisinau (la capitale di Moldavia).

Impianto dentale con corone in metallo-ceramica, impianto dentale con corone in zirconio, protesi scheletrate o protesi rimovibile – il paciente oggi ha più possibilità di restaurare i denti mancanti.

Da meno estetici a denti simili 100% ai quelli naturali!
Da meno forti a denti resistenti per tutta la vita!

Ma ora parliamo di impianti dentali Milano.

Questo comforto purtroppo si lo possono permettere solo quei ricchi, gli altri milanesi sono costretti di mettersi semplici protesi incomfortabili, disagiose e inestetici perché lo stipendio mensile non bastano per farsi un trattamento dentale migliore.

Per esempio, se un impianto dentale in titanio in Milano (parliamo della vite sola) varia da 800 a 1200 euro e lo stipendio medio di un Milanese è 1400 euro allora come potrebbe fare un impianto dentale? Ma che cosa dire se l’uomo ha bisogno di 10-12 viti?

Allora gli impianti dentali in Milano rimangono solo nei sogni dei pacienti. Possono diventare realtà solo se il paciente milanese non mangerà per qualche tempo, non comprerà abigliamento nuovo, non pagherà altri servizi ecc. in tal caso forse riuscirà a risparmiare i soldi per un trattamento di prestigio.

Ma chi ha detto che gli impianti dentali si possono fare solo in Milano?

Ci sono altri posti dove si potrebbe fare impianti dentali e non solo a buon prezzo ma anche colla stessa qualità!
Uno di tali posti è Moldavia.

Qui ogni abitante milanese potrebbe permettersi un trattamento dentale a base di impianti senza risparmiare qualche anno i soldi! Perché qui un impianto dentale (la vite incluso anche il moncone) vale solo 315 euro!

This post was submitted by Travel To Dentist.

March 1, 2011

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Category: Tutto il resto

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Italia ti amo

Vivo all estero,
In un paese organizzatissimo,pulitissimo,
In cui si lavora onestamente e si puo vede il frutto di questo lavoro.
L’Italia manca da morire,
Il clima, la storia, l’arte, i prodotti alimentari freschi e ancora fatti nel modo tradizionale,il mare bellissimo.mi mancano  meno  le scorrettezze,la mentalita feudale, i lavoratori disonesti che per anni hanno timbrato  e sono andati  a pesca,quelli che non pagano le tasse , quelli che  fanno lavori abusivi ,il razzismo tra le regioni e con quelli che vengono da fuori,
I giovani che stanno a casa di mamma fino ai trent’anni ,quelli che continuano a studiare per avere una scusa per non crescere mai….
Non  mi manca il lassismo creato dai sindacati 
Coloro che vanno in pensione  piu presto possibile e poi magari vivono anche all’estero:
E sono anche capaci di criticare  il nostro paese.
C’e gente che e partita dall’italia e continua a dissanguare il nostro paese facendosi  pagare sovvenzioni per servizi che all’Italia non danno nulla indietro.
Non mi manca la mentalita  dei pervertiti, che abusano della loro posizione,
La mentalita delle donne che non hanno ancora capito che il lavoro e fonte di liberta….
L’Italia fa schifo forse, ma la gente che pensa che andarsene sia una soluzione si sbaglia,
Perche una volta fuori non si torna piu,e siete proprio voi,gli insofferenti ,quelli che non  accettano lo status quo, che potreste  cambiare le cose.
Io dal mio angolo di mondo vi seguo con invidia, perche nella vostra scontentezza avete ancora la possibilita di creare un Italia migliore.
Dico sempre che il problema degli emigrati Italiani all’estero e uno solo:
Che non torneranno mai in Italia per portare quello che hanno imparato negli altri paesi.
Gli emigrati non tornano mai,o se tornano sono troppo pochi per cambiare le cose.
Io da quassu posso solo rimpiangere di essere partita,  io amo il nostro paese:
Ma forse per amare qualche cosa davvero bisogna prima averla persa.
Sto bene all’estero ma dico con orgoglio:
Ti amo Italia.

This post was submitted by Cristy.

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