le strutture di Enzo Piano

amici,

chiediamo a Renzo Piano quanto costano le sue strutture architettoniche e se ottimizzano l’energia ovvero sono ecologiche..
In genere ciò che progetta Renzo Piano sono cose che solo pochi si possono permettere..
A volte sono strutture fine a se stesse ma difficili da gestire se non impossibili.
Vedi ad esempio la palazzina del lingotto a Torino fatta con tutte le pareti di vetro ma senza un posto dedicato alle donne delle pulizie per cambiarsi(sai sono antiestetiche con quei costumi grigi)..
Pavimenti fatti da una lastra unica di resina color arancione acceso!!
50mt di pavimento in una lastra unica che ovviamente si crepa per le sollecitazioni del terreno!! – sulla via di fronte ci passa il tram..
Inoltre quando bisogna fare della manutenzione agli impianti sotto pavimento? Come si fa?..
Nel progetto originario anche i bagni dovevano avere pareti in vetro!!… (evviva…)
Struttura costata milioni e difficile da riscaldare d’inverno perche’ aperta su 4 piani..
D’inverno il custode al pian terreno gela e le segretarie al 4° piano girano in maglietta..

Io dico che bisognerebbe cercare di costruire in maniera coscienziosa e funzionale per le persone e per l’ambiente… senza pensare solo all’estetica

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Comments

pezzo di un intervista a renzo piano

swissinfo: Lei si occupa anche di progetti in quartieri degradati? Per grandi e bambini che non sono affatto circondati dalla bellezza?

C’è una forza del bello che è straordinaria. Quella del bello è un’emozione profonda, fortissima. E non è nemmeno un’idea romantica. È semplicemente un’idea straordinariamente forte. È forse la sola emozione forte, assieme alla sorella maggiore che è l’amore. Capace di contrapporsi all’emozione della potenza, del denaro e della vittoria, emozioni spaventose che governano il mondo. Non ho niente contro il potere, contro il denaro. Ma è evidente che l’emozione del potere implica l’ingiustizia, molto spesso. L’emozione della ricchezza implica la povertà. La bellezza è un’idea splendida, meravigliosa, che non ha controindicazioni. Come scriveva il mio amico Italo Calvino nelle “Città invisibili”, in ogni città, anche la più brutta c’è sempre un angolo felice. Così come nell’inferno c’è ciò che non è inferno. E l’attività di architetto è anche quella di capire in mezzo all’inferno quello che non è inferno e dargli spazio, farlo crescere. Quello che negli anni ‘60, ‘70 è stata la riconquista della dignità dei centri storici, oggi è certamente il lavoro sulle periferie. Le periferie urbane sono la città che sarà. O che non sarà, e allora saranno davvero problemi grossi, perché è la barbarie. Invece l’idea è che sostanzialmente ci vorranno 20, 30, 40 anni, ma purché non se ne fabbrichino altre, le periferie diventeranno città.

swissinfo: Ma se le offrissero un progetto molto prestigioso, oppure un progetto in una favela, quale vorrebbe?

R.P.: Noi in ufficio siamo così fortunati, e non lo dico con disprezzo per nessuno, che scegliamo veramente quello che vogliamo fare. Quindi in realtà noi non facciamo le cose per bisogno. Tutti i giorni c’è qualcuno che ci offre di fare la sede o “l’headquarter” di questa o di quest’altra società. Ma non è detto che noi scegliamo questo, anzi. Ad esempio ora uno dei nostri progetti è quello dell’ampliamento della Columbia University ad Harlem. E Harlem è la periferia di New York. Poi con l’Unesco, di cui sono goodwill ambassador, stiamo lavorando nella periferia ovest di Sarajevo che è estremamente povera. Lo facciamo naturalmente GRATUITAMENTE. Poi sempre con l’Unesco sto facendo un progetto per la periferia milanese di Pontelambro. Io sono arrivato alla maturità negli anni ‘60, a Milano in una facoltà che è quella di architettura, dove nel ‘62, ‘63 c’è stata la prima occupazione di università. Quando uno a 23, 24 anni occupa l’università, ci va a dormire, sono cose che gli restano nella pelle. C’è questa specie di ansia del sociale, che ti resta dentro. L’aspetto del sociale mi ha sempre attirato.

ciao a tutti

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